Ha fatto ritorno a Cotignola una coppia di sculture duecentesche raffiguranti leoni stilofori ― o portatori di colonna ― che reggevano l’antico pulpito marmoreo esistente nella chiesa Collegiata di Santo Stefano fino alla metà dell’Ottocento, quando il parroco Don Domenico Morini, nel promuovere importanti lavori di ristrutturazione, lo smantellò.

I leoni furono venduti al priore della comunità Giovanni Bennoli

Una volta rimossi, i due leoni furono venduti nel 1852 a Giovanni Bennoli, priore della comunità, che ne comprese l’alto valore storico-artistico e probabilmente anche quello economico, mentre le due colonnette di marmo greco che sostenevano la struttura architettonica elevata, sulla quale saliva il sacerdote per la predicazione, furono utilizzate come materiale di reimpiego, tagliate e adattate all’altare maggiore.

Opera di un ignoto maestro lapicida attivo in ambito padano all’inizio del XIII secolo, dovevano essere pervenuti in Collegiata a loro volta come materiali di reimpiego dall’antica Pieve di Santo Stefano in Panicale. Si tratta di figure diffuse nell’arte romanica, per la loro funzione architettonica e apotropaica.

I leoni simboleggiano la protezione di Dio verso i fedeli

I leoni infatti si presentano accovacciati con la testa rivolta di lato, le fauci semiaperte nell’atto di digrignare i denti, recano sul dorso un plinto e una base su cui poggiavano le colonnette e trattengono tra le zampe anteriori una preda, l’uno una testa di caprone e l’altro una testa umana. Simboleggiano la protezione di Dio verso i fedeli e la forza della fede nella lotta contro il male: il leone simbolo di Cristo domina sul caprone che allude al demonio e sulla figura umana che rappresenta le tentazioni e il peccato.

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Collocate nel palazzo di famiglia in Corso Sforza, le due sculture non furono trasmesse lungo l’asse ereditario maschile dei Bennoli, ma passarono dapprima in proprietà della figlia Teresa, sposata Grilli, che le trasferì a Faenza, poi ai nipoti con i quali migrarono nel bolognese. Quando nel 1909 fu emanata la prima legge dedicata alla tutela del patrimonio mobile e immobile di rilevanza storico-artistica furono presto soggette a vincolo da parte dello Stato, con diritto di prelazione in caso di vendita. Esiste una bella documentazione, ritrovata dalla scrivente e da Giorgio Martini in archivi diversi, che ne racconta la storia e le vicende.

Il ritorno dei leoni nella loro terra d’origine grazie alla donazione dei proprietari

Nello scorso mese di novembre è avvenuto il ritorno dei leoni nella terra d’origine, e ciò grazie alle relazioni intercorse tra lo storico esperto di araldica e genealogia Domenico Savini e gli ultimi eredi, in occasione della pubblicazione del volume sulle antiche famiglie di Cotignola.

In particolare fu chi scrive a trattenere rapporti in merito, intendendo pubblicarli in un filmato di carattere storico-artistico che si stava realizzando. Da qui, la volontà espressa dagli eredi di farne donazione al Comune è stata perseguita dall’assessora Martina Minto, ora dimessa, che ne ha compreso l’importanza e soprattutto il potenziale, sciogliendo l’iter burocratico per il passaggio di proprietà con la Soprintendenza di Bologna e il passaggio di competenze giuridiche per la tutela con quella di Ravenna, motivo per cui ora, entrando in proprietà pubblica, si tratta di beni inalienabili.

L’impegno per creare una sezione museale dedicata alla storia medievale e sforzesca

Se da un lato il loro valore si può stimare in circa sessantamila euro, sulla base degli ultimi rari passaggi sul mercato di esempi analoghi, dall’altro diventa incalcolabile per la storia della comunità e in particolare per la costituzione di un nucleo di opere che, in una nuova sezione museale, raccontino una storia al momento assente: quella medievale e sforzesca.

Ne farebbero parte anche i due dipinti con il Cristo portacroce degli Zaganelli, acquistati da alcuni anni su indicazione e con l’impegno della sottoscritta, ma che non hanno ancora trovato una restituzione pubblica se non definitiva, perlomeno provvisoria in uno spazio adeguato per luce e temperatura, e videocontrollato.

Insieme a questi è stato trattato anche l’acquisto di un capitello di epoca sforzesca e di due ritratti settecenteschi di Muzio Attendolo Sforza, prima che come proprietà privata venissero immessi sul mercato. Una sezione museale che spazierebbe ben oltre i confini locali, già intavolata oltre dieci anni dall’allora sindaco Antonio Pezzi, che aveva ben chiari i punti di forza della storia di cui il paese può fregiarsi e grazie al quale si è dato ampio risalto alla vicenda dei “Giusti tra le Nazioni”, posta all’attenzione sul piano mediatico nazionale grazie al docufilm “Cotignola il paese dei Giusti”, a firma del noto giornalista e regista Nevio Casadio, prodotto e trasmesso dalla Rai nel programma televisivo “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli.

Ultimamente, tuttavia, sono stati incamerati in proprietà pubblica una quantità di opere di Luigi Varoli, in parte grazie alla donazione Visani e in parte per acquisto della Collezione Pollastri che consiste in oltre cinquanta opere pittoriche e grafiche, acquisizioni che impongono una progettualità bidirezionale: l’ampliamento inflazionato dell’offerta espositiva e degli spazi da un lato, oppure il selezionato riallestimento espositivo, ormai obsoleto, con lo spostamento di una quantità di pezzi a magazzino, dall’altro. Operazioni che, in entrambi i casi, non consentono di far volare ad altri livelli il Varoli pittore.

A questo punto, se proprio si doveva una spesa pubblica su Varoli, era semmai più opportuno concentrarsi su due sezioni espositive di respiro nazionale, orientate a suscitare un maggiore interesse verso l’istituzione museale. Una sulla sperimentazione didattica varoliana, divenuta il modello di riferimento per i programmi scolastici italiani al tempo di Giovanni Gentile, già riscoperta da Afra Bandoli ma rimasta confinata tra le pagine di libri, l’altra sulla lezione futurista tenutasi per conto di Marinetti nel 1932 con un banchetto esclusivo di cucina futurista che costituisce uno dei rari casi in Italia.

Evento di cui potersi fregiare e di cui vi è attualmente solo un piccolo saggio in Casa Varoli, voluto e curato dalla scrivente e dall’ex assessora sulla base di documenti rinvenuti in archivi diversi, ma che meriterebbe una saletta dedicata.

Ora, anche i due leoni contribuiscono ad alzare l’attenzione verso la nostra comunità, grazie al gesto di grande rispetto compiuto dal donatore ― avrebbe potuto alienarli traendone profitto ― per il senso civico nei confronti della cultura storico-artistica del territorio.

Raffaella Zama