Ancora oggi parlano per lui le pagine dei suoi racconti di storia, e di certo non sono bastati tre anni per offuscare con il velo del tempo la traccia dalla sua opera di ricostruzione della memoria sociale della valle del Senio. Memoria particolare, poiché legata all’incomprensibile sofferenza provocata dagli accadimenti del secondo conflitto bellico, cioè da quella guerra epocale che come un vento anomalo e innaturale discese le pieghe della Vena del Gesso, scuotendo con gli effetti di un terremoto antropico una terra fatta di fatica, di lavoro, di passione per le cose semplici, di silenzi che parlano, d’intimità frapposte tra il rigore talora aspro dell’appennino tosco-emiliano e la prolifica generosità della pianura di Romagna.
Romano Rossi era così: epitome umana di quell’incrocio di caratteri, maestro rigoroso nella ricerca razionale dei dettagli che sono indispensabili per dare verità alla storia, gigante di sensibilità nell’unire al raziocinio della ricerca la forza dell’umanità di figlio e di padre. Il sentimento e la passione che animavano Romano, come solo accade quando si ami profondamente qualcosa, affioravano con autorevolezza nei suoi racconti. Accadeva allora che i suoi occhi si inumidissero e la sua voce si spezzasse nel rammentare i più vecchi, ragazzi di un tempo divenuti soldati per necessità, e i più giovani ai quali erano donate, come un capitale intellettuale, quella parole di storia e di verità. Romano era così: esigente nel ricercare, ma infinitamente generoso nel rivelare.
Incontrarlo è stata per me una fortuna impareggiabile, non solo perché grazie alla sua fedele testimonianza ho ampliato la conoscenza di quegli accadimenti, ma soprattutto perché suo tramite ho scoperto l’importanza di mantenere vivo il ricordo del sacrificio dei soldati della Friuli, della cui versione contemporanea mi sono ritrovato a essere comandante, servendomi di quel retaggio prezioso di vicende storiche e umane per valorizzare la mia identità di cittadino e di soldato. Nessuno prima di allora mi aveva offerto quegli insegnamenti con tale profondità, e da quel momento ho capito che cosa significhi essere esponenti istituzionali di un progetto di democrazia e di libertà autentico. Ho compreso, grazie a lui, che valore abbia essere al servizio del popolo italiano, dando così concretezza a indicazioni che avevo sì già ricevuto negli anni della formazione militare, ma che mai avevo avvertito con tale intensità persuasiva.
Romano era, infatti, un persuasore naturale. Con la forza che in lui derivava dal sentimento di profonda umanità verso la storia della sua terra e della sua gente, Romano ti prendeva per mano e ti portava verso la luce della verità di cui la sua narrazione diventava custode.
Erano azioni semplici: una visita ai cimiteri per deporre il tricolore del Gruppo di Combattimento Friuli sulla lapide dei reduci scomparsi, l’incontro con i familiari, la presenza nei luoghi del ricordo, qualche parola mai eccessiva, la collezione dei simboli più importanti, che lui appuntava sul bavero della giacca divenuta uniforme, e poi il lento riappropriarsi dei frammenti della storia, come se fosse un puzzle da ricomporre. Così fu, dunque, il viaggio a San Giorgio del Sannio, dove il cammino del Generale Arturo Scattini e dei ragazzi del Gruppo di Combattimento Friuli iniziò nel settembre del ’44, per poi attraversare Livorno, nel ricordo dell’impresa della Divisione Friuli in Corsica, e poi San Giovanni Valdarno, da dove partirono in guerra molti di quei giovani soldati, e poi Palazzuolo sul Senio, per l’abbraccio con i reduci della Prima Divisione Inglese, senza dimenticare Cuffiano, dove la Brigata Ebraica ricevette il suo vessillo di combattimento, e poi Case Guarè, luogo in cui si consumò uno degli ultimi assalti del Sottotenente Licio Salvagno e dei suoi uomini per la liberazione di Riolo dei Bagni occupata dalle truppe germaniche, ma anche Monte Battaglia, in ricordo del tributo offerto dai soldati Sikh, e poi, via via, percorrendo la pianura, fino alla liberazione di Bologna il 21 aprile del 1945.
Questo e molto più era Romano: un uomo umile, vero, onestamente amante della sua gente e della sua terra, amico autentico, indimenticato e indimenticabile.
generale Antonio Bettelli














