Botteghe storiche che chiudono, vetrine che si spostano, meno negozi e più bar e ristoranti. Il grande prende il posto del piccolo e assume di più. Sul territorio pesano anche le conseguenze dell’alluvione e le trasformazioni delle abitudini di consumo. Secondo il report realizzato da Nomisma con Percorsi di Secondo Welfare, In Emilia-Romagna, negli ultimi dieci anni sono scomparse oltre 8mila attività commerciali (-9,5%). Una tendenza che segue il dato nazionale, dove hanno chiuso più di 86mila negozi di vicinato. Maglia nera alla provincia di Ravenna (-13,1%) subito dietro a Ferrara mentre cresce il numero degli addetti: oltre 218mila nel 2025, con un incremento del +16,8%. Un dato che segnala una trasformazione del settore: meno imprese, ma più grandi. A trainare il mercato sono soprattutto ristorazione, bar e comparto edilizio, mentre soffrono abbigliamento, calzature e attività legate alla cultura e allo svago.

Carugati (Ascom): “Oltre 300 chiusure dal 2017”

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Francesco Carugati, direttore di Ascom Faenza

Questo scenario trova piena conferma nel faentino. «Nel nostro territorio abbiamo registrato oltre 300 chiusure dal 2017 a oggi – spiega Francesco Carugati, direttore di Ascom Confcommercio – un dato che riflette una tendenza nazionale, ma aggravata dagli effetti dell’alluvione». L’emergenza del 2023 ha inciso. «Con i bandi comunali – prosegue – 7 attività del centro storico sono riuscite a restare aperte trasferendosi, mentre 15 imprese hanno chiuso definitivamente, beneficiando di un contributo una tantum. Alcune erano vicine alla pensione, altre si sono scoraggiate o non hanno trovato le energie per ripartire». Tra i fattori critici, i canoni di locazione. «A Faenza – sottolinea Carugati – chi mantiene affitti troppo alti sfida i tempi e gli imprenditori. Molti si spostano in locali meno costosi, mentre altri spazi restano vuoti perché le richieste dei proprietari sono eccessive». Un elemento che si somma a burocrazia e costi di gestione. «Per salvaguardare il piccolo commercio servono meno tasse e meno burocrazia. Oggi pesano troppo su attività che operano in un mercato già difficile». Anche il dato dell’occupazione in crescita, confermato a livello locale, va letto con attenzione. «Se aprono tre supermercati e chiudono tre piccoli alimentari – osserva Carugati – si passa magari da 5 addetti a 25. Il numero delle imprese cala, ma la dimensione media cresce e con essa gli occupati». Una dinamica che riguarda soprattutto la grande distribuzione e le attività più strutturate. Dietro ai numeri si nasconde una realtà più complessa: «Spesso si tratta di lavoro precario, temporaneo, con grande flessibilità e turn over elevato».

Venturi (Confesercenti): “Dal 2019 al 2025, – 9% per il commercio al dettaglio

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Chiara Venturi, direttrice Confesercenti Faenza

Anche i dati di Confesercenti Faenza, illustrati dalla direttrice Chiara Venturi, confermano la trasformazione in atto. «Dal 2019 al 2025, nell’Unione della Romagna faentina, il commercio al dettaglio ha registrato un calo del -9%, mentre la ristorazione è in lieve flessione (-3%). L’unico settore in crescita è quello ricettivo, anche per effetto delle nuove normative che hanno fatto emergere attività prima non registrate». Tante le saracinesche che si sono abbassate in centro città. «Il tessile e l’abbigliamento soffrono di più – spiega Venturi – mentre crescono i servizi alla persona e i pubblici esercizi, come bar e ristoranti». Anche Venturi invita a leggere con cautela il dato sugli addetti. «È vero che nei pubblici esercizi ci sono più lavoratori, ma il turn over è elevato. Oggi un’attività può avere anche venti dipendenti, ma con contratti brevi e frequenti cambi». A incidere anche l’ampliamento delle superfici. «Un bar oggi ha spazi più grandi, spesso all’esterno, e necessita di più personale. Ma questo non significa maggiore stabilità occupazionale». L’impatto dell’alluvione resta un elemento determinante per leggere i dati locali. «Nel centro storico – sottolinea Venturi – molte cessazioni sono legate agli eventi del 2023. Le riaperture sono state graduali, in alcuni casi anche dopo quasi tre anni». Un fattore che rende più difficile una valutazione precisa, ma che conferma una fragilità strutturale del sistema commerciale. Il segnale più preoccupante riguarda il futuro dei piccoli centri e dei negozi di prossimità. «La vera preoccupazione riguarda la desertificazione commerciale – conclude Venturi – soprattutto nei paesi più piccoli». Un fenomeno che riguarda anche il tessuto sociale: «I negozi di vicinato sono presìdi fondamentali, luoghi di relazione e servizi essenziali, soprattutto per le fasce più fragili come gli anziani».

Barbara Fichera