A Faenza, dal 1979, c’è una realtà che resiste. Quarantasette anni di vita, quattro dei fondatori ancora presenti, e un’idea che oggi appare quasi controcorrente: quella del “teatro di gruppo”. Teatro Due Mondi nasce così e continua così: come un nucleo stabile che lavora nel tempo, lontano da una logica produttiva frammentata, dove si prende un attore, si fa uno spettacolo e si passa oltre. Qui il modello è un altro. Un collettivo di artisti stabile, che lavora in modo continuativo. Un modo per costruire nel tempo una precisa identità artistica ed etica. La forma “informale” è quella della cooperativa: tutti alla pari, tutto condiviso.

Un’idea di vita collettiva

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«Siamo nati nel 1979 come “teatro di gruppo” e da allora siamo impegnati in una continua ricerca artistica tesa alla costruzione di un teatro “colto” e “popolare”, per spazi al chiuso e all’aperto, radicato nelle tradizioni ma capace di parlare un linguaggio universale, accessibile a tutti, pur con diversi livelli di lettura», spiega Alberto Grilli, regista e fra i fondatori. Da questo approccio discende il resto. Il “perché” e il “come” coincidono. Non è solo un modo di fare teatro, ma un’idea più ampia di vita collettiva. Ognuno ha la propria casa, la propria dimensione privata, ma quando il gruppo si ritrova diventa una “mente collettiva”.
«Gli artisti sono anche parte della macchina organizzativa, progettuale e gestionale. Tutti fanno un po’ tutto. È così che si costruisce nel tempo un’identità precisa, artistica ed etica», sottolinea Grilli. Un modello che affonda le radici negli anni ‘70 e ‘80, dentro un movimento giovanile che era anche politico, e che oggi è quasi scomparso. Loro no. «Storicamente è un modello che è finito da un pezzo. Siamo un’isola resistente». Teatro per ragazzi, per adulti, teatro di strada, spazi aperti e chiusi. Un repertorio di 14 spettacoli che attraversa temi e linguaggi differenti: da lavori sul tema delle donne a performance pensate per le piazze. «Facciamo un teatro d’arte popolare nel senso migliore possibile. Non per addetti ai lavori, ma per un pubblico indifferenziato», spiega Grilli. E i contenuti non sono neutri. Diritti delle donne, lavoro, guerra, questioni sociali e politiche. «Non ci offendiamo se ci dicono che facciamo teatro politico. È il nostro modo di raccontare una visione del mondo. C’è il desiderio di suscitare domande». Accanto alla produzione artistica, c’è un lavoro parallelo e strutturale sui canti popolari, con musica dal vivo e interventi di strada. Laboratori nelle scuole, incontri, progetti educativi. Sul loro sito si possono leggere i nomi di circa 600 artisti e studiosi invitati a Faenza in questi anni: una rete costruita nel tempo.

La Casa del Teatro

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Nel 2003 nasce la Casa del Teatro. Prima c’erano uffici sopra il circolo Nuova Europa, e per provare gli spettacoli si girava tra teatri e spazi condivisi con associazioni e sindacati. La Casa è il coronamento di un percorso già avviato, la risposta a un bisogno: avere un luogo riconoscibile. «È diventata la nostra sede di lavoro e un segno di presenza sul territorio. Una casa per tutti, dove si incontrano le questioni della comunità e quelle del teatro. Uno scambio continuo tra vita e arte», racconta Grilli. Diventa così un presidio culturale attivo. Dalla chiusura dell’Omsa nel 2010 al tema dei nuovi cittadini migranti, il teatro entra nei conflitti e nei cambiamenti della città. «Con il laboratorio Senza confini, che coinvolge italiani e migranti, portiamo anche azioni di strada: è un modo per dare forma all’accoglienza e all’apertura. Il teatro può raccontare una modalità possibile di convivenza». Negli ultimi due anni la stagione si chiama Teatro di pace. Non è uno slogan: è un orientamento preciso. «Il teatro ci deve allenare alla pace, a partire dalle nostre piccole cose». Anche il tema dell’accesso è centrale. Il biglietto costa 2 euro. Fino a 4 anni fa era gratuito. «Pensiamo che il teatro debba essere sostenuto dalla parte pubblica e che sia un servizio, come la scuola e la sanità. Il costo della cultura oggi rischia di dividere le persone». La collaborazione con il Comune va in questa direzione. Una convenzione che prevedeva sei appuntamenti oggi è arrivata a dodici. Progetti come Ci vediamo al parco, attivo da cinque anni, portano il teatro nei parchi più complessi della città in collaborazione con l’assessorato alla sicurezza urbana. La risposta del pubblico c’è: 80-90 posti, spesso tutti occupati. «Il teatro pieno ci fa stare bene. Vuol dire che quel dialogo con la comunità esiste davvero».
Il lavoro non si ferma alla dimensione locale. Il gruppo gira l’Europa e il mondo: quattro continenti, 37 nazioni. Paradossalmente lavorano più all’estero che in Italia. «Oggi il teatro di strada in Italia è quasi sparito, sostituito da altri format. Noi continuiamo a fare spettacoli che raccontano storie, spesso in movimento. All’estero c’è ancora molta attenzione».

Bunker debutta il 24 aprile

È un movimento continuo: attenzione al mondo, ritorno a casa, cura del territorio. Una doppia tensione che definisce l’identità del gruppo. Il 24 aprile debutta Bunker, spettacolo inedito sulle storie di soldati italiani prigionieri. Un lavoro che affonda le radici nell’Italia del 1943, quando la caduta e l’arresto di Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre spezzano il Paese. Al centro del racconto c’è la vicenda di Elio Materassi, soldato italiano che decide di non aderire alla Repubblica di Salò e per questa scelta antifascista viene arrestato e deportato in Germania come Internato Militare Italiano, privato di diritti e tutele e persino del riconoscimento di prigioniero di guerra. La memoria di questa esperienza arriva fino a oggi attraverso il suo diario, una testimonianza individuale che illumina una condizione collettiva. Ma lo spettacolo nasce anche da una dimensione personale: quella dell’attrice in scena, i cui nonni vivevano a poca distanza dal bunker, mentre il nonno – soldato tedesco – veniva a sua volta catturato e imprigionato in Francia. Due percorsi diversi, segnati da lingue e responsabilità differenti, ma accomunati dalla stessa sottrazione alla vita e dalla consegna forzata alla guerra. Da questa doppia prospettiva, storica e familiare, prende forma un racconto che interroga la memoria come atto presente di responsabilità. Come di consueto alla Casa del Teatro, al termine degli spettacoli serali sono previsti momenti di dialogo tra artisti e pubblico, moderati dal critico teatrale Michele Pascarella.
Anche questo un lavoro che parla di memoria, ma con uno sguardo esplicitamente rivolto al presente. Perché, come emerge dalle parole di Alberto Grilli e dall’esperienza del Teatro Due Mondi, il teatro non è solo rappresentazione: è uno strumento per leggere il tempo in cui si vive.

Francesco Savorani