Il pomeriggio del 14 marzo, dopo il drammatico appello del sindaco Massimo Isola alla popolazione, nella casa di corso Saffi 39, abbiamo vissuto l’ennesimo pomeriggio di angoscia dovuta alle alluvioni. E’ lo stesso sentimento che ho visto nelle mie collaboratrici di studio, persone di grande umanità che hanno vissuto più volte il dramma dell’alluvione. Era sufficiente guardare i loro volti per scorgere una domanda, quasi un grido, di intensità pari a quella dell’Urlo di Munch: “quante volte ancora dovremo vivere tutto questo?”
Nello studio, in primo luogo abbiamo cercato di rinviare gli atti del pomeriggio, poi abbiamo trasportato al piano primo i computer, i macchinari e gli arredi che si trovano nei locali al piano terra, poi abbiamo chiuso anticipatamente lo studio in attesa degli eventi. Questa volta siamo stati fortunati per due motivi: ha piovuto solamente nella vallata del Lamone e non del Marzeno, e il Lamone è esondato a Brisighella, e quindi la disgrazia di Brisighella è stata la fortuna di Faenza.
In pochi anni, il quadro ambientale è profondamente cambiato. Profondo è lo scoramento degli abitanti del quartiere Borgo che, come bene ha evidenziato il vescovo Mario Toso nel suo messaggio alla Diocesi, stanno seriamente pensando abbandonare l’area. Il cambiamento climatico, così ben evidenziato da Papa Francesco nella Laudate Deum, non si può ragionevolmente negare, e i suoi effetti sono particolarmente evidenti in Romagna, terra che si trova tra il Po, il Monte, la Marina e il Reno come scriveva Dante. Le ragioni appaiono chiare. Il Mare Adriatico, un mare chiuso e poco profondo, accumula, in seguito all’aumento delle temperature, enormi masse di calore, che poi rilascia nei periodi di meteo instabile e le montagne dell’Appennino fungono da sbarramento, moltiplicando in tal modo la violenza dei fenomeni di maltempo. Tutto questo rende tali eventi particolarmente potenti. In più, la città di Faenza, presenta un ulteriore forma di criticità perché si trova alla confluenza di due fiumi, il Lamone e il Marzeno.
A fronte di tutto questo, è urgente ed indifferibile:
1) creare opere di prevenzione e mitigazione che siano in grado di rallentare il corso dell’acqua da monte a valle (si legga l’interessante testimonianza resa al Piccolo da Iader Giraldi), quali bacini di laminazione, casse di espansione, e muri di contenimento; occorre poi innalzare i ponti per far sì che non siano un ostacolo al transito dell’acqua e del materiale legnoso che in esso si accumula; è evidente l’esempio del Ponte delle Grazie a Faenza, di non elevata altezza e con molti piloni, una fonte di elevato pericolo nel centro cittadino;
2) assicurare una costante ed efficace manutenzione degli argini e dei letti del fiume, interrogandosi sia sulla circostanza se lo sradicamento della vegetazione dagli argini abbia prodotto effetti positivi, sia se alla tematica della manutenzione si sia data sufficiente attenzione;
3) assicurare i doverosi e dovuti ristori agli alluvionati, troppo spesso imprigionati in ordinanze e normative che paiono essere uscite da un romanzo di Kafka.
A quasi due anni dalle devastanti alluvioni che hanno messo in pericolo la vita e danneggiato le proprietà (frutto di anni, se non di decenni di sacrifici familiari) di migliaia di persone, si ha la percezione che, negli ambiti sopra delineati, qualcosa sia stato fatto, ma che moltissimo debba ancora essere fatto. Le cause appaiono evidenti: la scarsità dei fondi erogati, una burocrazia oppressiva e un costante rimpallo di responsabilità. Per comprendere lo stato d’animo della popolazione, la quale vive un profondo turbamento psicologico, è sufficiente riportare alcuni passi del discorso alla Città di Milano dell’Arcivescovo Delpini del 6 dicembre 2024: “La gente è stanca della burocrazia, dell’ossessione dei controlli che tratta ogni cittadino come un soggetto da vigilare, piuttosto che come una persona da coinvolgere nella responsabilità per il bene comune.” “La gente non è stanca dell’amministrazione, dei servizi pubblici, delle forze dell’ordine, della politica, perché è convinta che la vita comune abbia bisogno di essere regolata, vigilata, organizzata. La gente è stanca, invece, di una politica che si presenta come una successione irritante di battibecchi, di una gestione miope della cosa pubblica. La gente è stanca di servizi pubblici che costringono a ricorrere al privato, di un’amministrazione che non sa valorizzare le risorse della società civile, le iniziative della comunità per l’educazione, l’assistenza, l’edilizia, la sanità. La gente è stanca del pettegolezzo che squalifica le persone.” “Per favore, lasciate riposare la gente!” Diceva Alcide de Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno Statista alle prossime generazioni”. Ritengo che chi riveste funzioni pubbliche debba avere come stella polare le parole di De Gasperi, e non farsi fuorviare da particolarismi e manifestazioni di tifo sportivo.
Tornando alle problematiche dell’alluvione, è di tutta evidenza che se tutte queste criticità non vengono risolte in breve tempo (hic et nunc), al prossimo episodio di maltempo potremmo essere meno fortunati, e allora il solco già grande, che separa cittadini e istituzioni (percentuale di votanti sempre più bassa e inferiore al 50%), potrebbe diventare pressochè incolmabile, con il rischio che la nostra democrazia divenga sempre più “a bassa intensità”, come più volte paventato da Papa Francesco e dal Presidente Mattarella, e non invece “ad alta intensità”, come il Bene Comune richiederebbe. E’ invece fondamentale ridare la speranza di una vita tranquilla, finalmente libera da preoccupazioni, alle nostre consorelle e confratelli delle zone alluvionate, che hanno già patito molto, forse troppo.
Paolo Castellari














