Affido si cambia, anzi no: procede a singhiozzi l’annunciata rivoluzione nell’ambito dell’affido familiare. Tre le novità sul piatto: la riforma della giustizia (la cosiddetta “Cartabia”) che, probabilmente da ottobre, ridimensionerà le funzioni del Tribunali regionali per i minorenni, parte del disegno di legge Disposizioni in materia di tutela dei minori in affidamento approvato il 26 marzo dal Consiglio dei Ministri, ma ancora in attesa di essere discusso in parlamento e, infine, le Linee di indirizzo per l’affido familiare riviste e aggiornate con l’ok della Conferenza stato Regioni che però, a tre mesi dal voto, nessuna Regione ha ratificato. Insomma tra vecchi vuoti normativi e una macchina che procede a rilento, con iter infiniti, il rischio è che a 40 anni dalla legge 184 si resti impantanati. Ne abbiamo parlato con Valter Martini della Fondazione don Oreste Benzi .

Martini, a breve potrebbe esserci una rivoluzione nell’ambito dell’affido familiare, cosa ne pensa?

Quest’ultimo periodo è ricco di novità che vanno valutate con attenzione e, in parte, con preoccupazione.

Perché?

Le Linee di indirizzo nazionale sull’affido recentemente riviste e aggiornate sono un ottimo strumento che tende a uniformare la progettualità sull’affido su tutto il territorio nazionale. La speranza è che le Regioni che hanno competenza esclusiva su questa materia le recepiscano e le facciano proprie, altrimenti rimangono delle buone intenzioni.

Che si passi dalle parole ai fatti, insomma, e per quanto riguarda la riforma “Cartabia”?

Qui la preoccupazione c’è, soprattutto per la riforma dei tribunali per i minorenni. Il rischio è che a rimetterci sia la tutela dei diritti dei minori. Lo stesso vale per altri disegni di legge recentemente depositati alla Camera, rivolte più a porre vigilanza e controlli sull’istituto dell’affido familiare piuttosto che un suo effettivo rilancio e sostegno a livello nazionale. Ma c’è un segno di speranza: il 7 maggio scorso il Tavolo nazionale affido ha presentato in Senato il disegno di legge 1125 a prima firma della senatrice Pirro che ha raccolto la firma di senatrici delle diverse forze politiche per richiedere l’istituzione della giornata nazionale dell’affido familiare il 4 maggio di ogni anno.

Sono passati 40 anni dalla legge 184, come è cambiato l’affido negli anni?

Inizialmente, su impulso di un movimento di famiglie che avevano iniziato a fare accoglienza. Il desiderio era quello di realizzare anche nel mondo dei minori quello che la legge Basaglia aveva fatto per le malattie mentali: il superamento del ricovero in istituto. In quegli anni infatti circa 90mila bambini erano collocati negli istituti. C’era necessità di costruire un modo nuovo di essere famiglia, aperta e solidale, profetica. Aprirsi all’accoglienza di un minore era non solo rispondere al bisogno di quel bambino, ma proporre un nuovo stile di vita.

E poi?

Nel tempo l’affido si è “professionalizzato”: le famiglie dovevano avere competenze qualificate e la capacità di rapportarsi con operatori dei servizi socio-sanitari, la magistratura minorile, i curatori e con gli avvocati. Anche le norme regionali introdotte hanno previsto percorsi formativi obbligatori per le famiglie, definito diritti, doveri e limiti all’accoglienza. Questo non è un fatto negativo, ma ha influito sulle scelte valoriali che le famiglie avevano.

E le famiglie come sono cambiate?

Secondo la legge 184 le famiglie affidatarie dovevano essere preferibilmente “famiglie con figli”. Oggi, invece, sono quasi sempre senza figli, oppure famiglie ricomposte e tanti singoli. Anche i bambini e i ragazzi in affido sono cambiati. Oggi assistiamo a interventi di inserimento di minori che tecnicamente vengono definiti “tardo-riparativi”, cioè attuati dopo aver tentato ogni forma di sostegno alle famiglie naturali. Sono affidamenti connotati da una forte valenza curativa, su bambini e ragazzi che presentano problemi complessi, così come le difficoltà delle famiglie di origine, che determinano affidi sempre più lunghi in cui spesso il ritorno alla famiglia naturale è impossibile. Si è passati da un affido come supporto a una famiglia in difficoltà di tipo affettivo–relazionale a un affido con una valenza fortemente educativa.

Ci sono diverse forme di affido, anche i single possono mettersi in gioco

Tra i tanti, c’è poi il problema del rilancio dell’affido, una via ‘scomoda’ per una società sempre meno attenta ai problemi dei minori. Il numero delle famiglie accoglienti sembra infatti assottigliarsi, a fronte di necessità crescenti. Ne abbiamo parlato con Chiara Bagnoli assistente sociale dei servizi alla comunità in forza all’Unione della Romagna Faentina. «L’affido consiste nell’accoglienza temporanea di un minore presso una famiglia diversa dalla propria – ricorda Bagnoli – nei casi in cui i genitori attraversino una situazione di difficoltà e non siano in grado di prendersi cura in modo adeguato dei figli. Può assumere diverse forme a seconda che sia consensuale (su proposta della famiglia o del servizio sociale con il consenso della famiglia) o giudiziale (su provvedimento del Tribunale)» . Al momento l’affido familiare è ancora regolamentato dalla vecchia legge 184, con l’aiuto delle direttive regionali e «può essere residenziale, qualora il minore viva stabilmente con la famiglia affidataria – precisa Bagnoli – oppure a tempo parziale. L’affidamento può durare da un minimo di pochi mesi a un massimo di due anni, con possibilità di proroga e la durata definita inizialmente può essere modificata lungo il tragitto». Ci sono poi altre forme di accoglienza familiare con un affiancamento al minore e alla sua famiglia, meno impegnativo e vincolante. «Accompagnare e riprendere un bambino da scuola o da un’attività pomeridiana – precisa Bagnoli – oppure accudirlo per alcune ore in assenza dei genitori, o aiutare le famiglie che non hanno una rete di parenti o amici a cui appoggiarsi nei momenti di difficoltà o durante le ore di lavoro e così via». Possono diventare famiglie affidatarie coppie sposate o conviventi, con o senza figli, e anche persone singole e, a differenza dell’adozione, non esiste un limite di età. «Qualsiasi sia la tipologia di affido scelta, gli affidatari sono sempre seguiti dal servizio sociale – assicura Bagnoli – con incontri periodici. Le persone che desiderano accogliere un minore e diventare affidatari possono segnalare la loro disponibilità ai servizi sociali».