«La cosa che più ci ha colpito è stata la forza di volontà delle persone nell’affrontare le conseguenze dell’alluvione. Siamo stati a fianco di persone che non si sono mai perse d’animo, nonostante molte di loro avessero perso quasi tutto. Torniamo a casa da questa esperienza con tanta gratitudine». È questa la testimonianza che riporteranno Martino Mura, Michela Camedda e Michela Sechi, tre giovani tra i 22 e i 26 anni, quando torneranno in Sardegna dopo l’esperienza di servizio che hanno vissuto alla Caritas di Faenza. Con il progetto FiDiamoci, promosso dall’Area Giovani di Caritas Sardegna, hanno vissuto durante l’anno momenti di formazione, servizio e testimonianza sui temi della gratuità e del volontariato conoscendo direttamente le Caritas diocesane sarde e non solo.

“Non ci aspettavamo di trovare una situazione simile”

Tra le mete del progetto c’era anche Faenza, dove i tre giovani dal 25 al 29 settembre scorso hanno potuto vedere con i loro occhi come Caritas agisce nelle zone in emergenza, dando il loro contributo alla ripartenza. Ospitati a Russi dal direttore don Emanuele Casadio, i tre giovani si sono subito messi in gioco in questa esperienza. C’è tanta luce nei loro occhi mentre raccontano di come, pale e badili in mano, hanno prestato aiuto al territorio ferito. Dal centro operativo San Domenico – che in questi mesi ha accolto quasi 700 volontari provenienti da tutta Italia – sono partiti per operare in varie realtà. «Ieri per esempio abbiamo aiutato una coppia di anziani a spalare il fango nella propria casa di campagna nella zona di Pieve Corleto – raccontano – perché il fango c’è ancora, dopo tanto tempo. Non ci aspettavamo di trovarci di fronte a una situazione simile, ancora così drammatica. Mentre siamo entrati in un capannone, quello che pensavamo fosse il pavimento in realtà erano strati e strati di fango. Venendo qui abbiamo visto come in alcuni casi la pulizia esterna delle case è solo apparenza: dentro ci sono tante stanze vuote che chissà quando torneranno a essere abitate».

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Durante la loro permanenza, i giovani sardi hanno aiutato la coppia di anziani a ripulire dal fango i locali dove custodivano gli animali, purtroppo portati via dall’acqua, e altri spazi dove si producevano le conserve. «Abbiamo indossato gli stivali – ricordano -, preso pala e piccone e ci siamo messi al lavoro abbandonando tutte le nostre paure che ci facevano credere di non essere capaci di fronteggiare una situazione per noi nuova. Il nostro duro lavoro, fatto con il cuore, è stato apprezzato e la riconoscenza per il nostro impegno ci ha fatto sentire pieni di gioia». Tra una badilata di fango e l’altra, l’essere lì diventa l’occasione per mettere da parte le proprie paure e i problemi personali concentrandosi solo su alcune parole: aiutare, parlare e costruire relazioni con chi si ha di fronte, in pieno stile Caritas. «A quattro mesi dall’alluvione – dicono i tre giovani – c’è ancora tanta voglia di raccontare l’esperienza vissuta in quei giorni, per non sentirsi soli. E così è stato con questa coppia di anziani. L’importante è essere vivi ci ha detto la signora, e questo ci ha fatto riflettere, su tutto quello che abbiamo che tante volte non siamo capaci di apprezzare». I giovani sardi sono stati coinvolti in altri servizi, come la consegna di deumidificatori e di mobili nuovi ad alcune famiglie che avevano perso tutto. «Vedere i sorrisi – concludono -, la gratitudine e la loro forza d’animo nonostante le difficoltà che hanno affrontato e pur avendo perso tanti ricordi e beni materiali, ci ha sorpreso e fatto riflettere su quanto dovremmo essere grati di ciò che abbiamo».

Samuele Marchi