Il mondo di oggi è ormai una sequenza di punti molto caldi – Kiev, Kaliningrad, Hormuz, Gaza, Cisgiordania, migranti nel Mediterraneo – che quando il destino traccerà una linea tra questi punti potrebbe capitare l’irreparabile.
Ci ricordava Albert Einstein che “Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si farà con pietre e bastoni”, non proprio tarallucci e vino. Il mondo continua a infliggersi ferite per poi affannarsi a medicarle, senza riuscire mai a guarire davvero. Una crisi che non si risolve applicando soluzioni di corto respiro, perché il male non riguarda soltanto la superficie: è più profondo, è una crisi di senso. Una crisi che non nasce da un conflitto di interessi, ma da un conflitto di valori e di identità e che, proprio per questo, non contiene al proprio interno le forze per superarsi.

Allora, cosa possiamo fare noi, le nostre comunità, i nostri territori? Dare un senso che sia insieme direzione e significato. Sapere dove stiamo andando e perché ci siamo messi in cammino. È la risposta alla domanda più elementare e più difficile: perché facciamo quello che facciamo, in che modo siamo ciò che siamo? Forse è da qui che bisogna ripartire. Prima ancora di discutere di nuovi modelli di sviluppo, dovremmo capire che cosa tenesse insieme quello precedente.

Cosa ci raccontano gli anni che abbiamo vissuto in Italia dal secondo dopoguerra? Innanzi tutto la capacità dei territori di trasformare una moltitudine di imprese in un sistema. Aziende leader capaci di guidare quelle più piccole e di creare filiere e distretti: vicino a noi possiamo ricordare quelli del medicale, del motorismo, delle scarpe, dell’agroindustria. Il secondo è la capacità di convertire la crescita economica in benessere diffuso e coesione sociale. Il valore prodotto non si fermava ai cancelli delle imprese, ma diventava lavoro, salari, servizi, fiducia, appartenenza. E la mente va innanzi tutto ad Adriano Olivetti e alla sua idea di “impresa – comunità” (“Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica”) nella sua Ivrea che, tra l’altro, portò al primo computer costruito nel mondo, poi finito dietro interessi economici più grandi e inaffrontabili dalla nostra Italia. Il primo passaggio trasformava tante aziende in un sistema produttivo, il secondo rendeva quel sistema una comunità.
Per decenni il modello ha funzionato perché non produceva soltanto ricchezza. Produceva anche identità, reciprocità, la percezione che il destino di ciascuno fosse legato a quello degli altri: l’economia creava comunità, la comunità alimentava l’economia e le persone si sentivano parte di un tutto. È quel legame che oggi si sta sciogliendo. Le imprese possono crescere senza che crescano i salari, la competitività non migliora necessariamente la qualità del lavoro. Economia e società continuano a muoversi, ma lungo direzioni sempre più distanti tra loro.

Recuperare la memoria non significa tornare al modello di ieri. Significa trovare un modo nuovo per tenere insieme creazione di valore e coesione, imprese e territorio. Perché nessun modello può durare se gli obiettivi dell’economia e quelli della società corrono in direzioni opposte. Forse è da qui che si ricomincia: dal costruire territori nei quali la gente torni a riconoscersi come una comunità di persone. Oppure come una comunità in cui prevale la rabbia e non il senso della costruzione.
Forse servono anche autorità “morali” che sappiano parlare più autorevolmente degli autocrati che stanno riempiendo i nostri anni di passi verso direzioni sbagliate.

È una sfida per l’Italia, ma anche per il mondo intero.

Tiziano Conti