Donald Trump ha fatto un accordo col collega di Mosca Putin (accomunati dall’essere entrambi presidenti ma anche dal preferire il comandare al governare) sulle forniture di diesel. Il senso politico di questa iniziativa è quello di svendere l’Ucraina alla Russia, pur di provare ad evitare la sconfitta nelle prossime elezioni americano di “medio termine”, in programma il 3 novembre.
Poi, per non farsi mancare niente, ha sollecitato Kiev a sostituire al più presto il presidente Zelensky: “È tempo di un nuovo presidente. Smetta di colpire raffinerie russe”, per rimpiazzarlo con qualcuno più malleabile e disponibile ad accettare i termini del Cremlino per mettere fine all’invasione che il Cremlino stesso ha scatenato.
Aldilà del giudizio geopolitico su questo tradimento da parte del capo della Casa Bianca dei principi fondamentali della politica estera americana, il segnale interno agli Stati Uniti è la sua preoccupazione, se non disperazione, per come si stanno mettendo le prossime elezioni, che rinnoveranno totalmente la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato.
La guerra scatenata in Iran ha fatto salire i prezzi dei carburanti, soprattutto il diesel necessario per i camion e molte attività industriali in America ma anche in tutto il mondo, provocando il ritorno dell’inflazione. Ciò ha colpito e fatto arrabbiare tutti gli americani, ma in particolare quelli della classe media e lavoratrice, che negli ultimi anni avevano abbandonato il Partito democratico per seguire il movimento Maga.
Trump il giorno del suo insediamento, a gennaio dello scorso anno, aveva promesso una nuova “età dell’oro”: in realtà il ceto medio americano ha visto una ricaduta immediato sul proprio portafoglio, per non parlare poi dei posti di lavoro promessi nel settore manifatturiero, che non si sono realizzati.
Il prezzo psicologico critico per la benzina negli Stati Uniti è storicamente fissato a quattro dollari al gallone (corrispondente a 3,78 litri), soglia oltre la quale i consumatori americani percepiscono il carburante come “caro” e iniziano a modificare le proprie abitudini di guida o a subire contraccolpi politici ed economici.
Attualmente il prezzo della benzina negli Stati Uniti si attesta intorno ai 4,466 dollari al gallone.
Il presidente ha letto nei sondaggi la gravità del problema e quindi ha cercato di correre ai ripari, prima ricattando gli europei affinché immettessero sul mercato le loro riserve di diesel per far scendere i prezzi, e poi facendo l’accordo con Putin. I primi sono ancora alleati degli Stati Uniti, nonostante tutto, e quindi sono venuti incontro al capo della Casa Bianca; il secondo è quanto meno un rivale geopolitico e ha preteso una ricompensa, arrivata sotto forma di scaricamento del fastidioso Zelensky che si intromette negli affari tra Washington e Mosca.
Anche la vincitrice del premio Nobel per la pace, Navy Pillai, sudafricana da sempre impegnata sul tema dei diritti civili, ha avuto come “regalo” da Trump, deluso per essere rimasto senza Nobel anche quest’anno, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro la Corte penale internazionale.
En passant vale la pena ricordare come le sanzioni – in questo come in tutti gli altri casi – comportino tra l’altro il blocco o l’impossibilità di mantenere conti correnti bancari operativi e l’accesso ai servizi finanziari globali, sia per i singoli funzionari che per l’istituzione stessa.
E pazienza per i principi di difesa della democrazia e dei diritti umani: se nessuno nel mondo sa più rispettarli, le prospettive si fanno fosche.
Tiziano Conti














