Avremmo voluto dire un’altra cosa, ma la realtà è questa ed è spietata. Dalla 83ma Mostra del cinema di Venezia emerge la sensazione che il male allunghi la sua onda nella storia. Un male che invade la vita, la precede, l’accompagna e non l’abbandona. Ma in quest’atmosfera di tenebre, qualche luce emerge, di speranza e di vita. Come per il protagonista di “A bit of light” dell’iraniano Ali Asgari, medico generoso e premuroso che quando realizza, a proprie spese, che le regole sociali sono più importanti delle persone, progetta seriamente di togliersi la vita. Quando e come meno se l’aspetta, questa però torna a illuminarsi.

Come anche per il protagonista di “Conversation with the sea”, nel quale alla rabbia per un figlio scomparso senza lasciare traccia, si passa a una riconciliazione cui l’interprete offre uno sguardo intenso, rugoso e scavato delle difficoltà dell’esistenza. Forse la pellicola nella quale il male risulta più invadente è l’inquietante “Naza” (Premio Speciale della Giuria) di Yurval Abraham e Rachel Szor: militari israeliani a volto coperto raccontano i dettagli della chirurgica e pianificata uccisione di massa dei nemici palestinesi, grazie a sistemi legati all’intelligenza artificiale. I “naza” sono i morti collaterali delle azioni, accettati senza rimorso. Ognuno si giustifica affermando di essere un semplice elemento tecnico dell’operazione.
Di male che segna la vita politica parla “Nine wild horses” (Coppa Volpi maschile). La protagonista di “Woman unknown” (della regista danese May el-Toukhy), l’attrice Mathilde Arcel (Leone d’Oro e Coppa Volpi femminile) porta il peso di un passato doloroso tentando un compromesso per sopravvivere all’indomani della fine dell’occupazione nazista. Simil sorte per il protagonista di “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis nel quale uno scampato alla persecuzione dei desaparecido si trova a fare i conti con la drammatica domanda che già angosciava Primo Levi: “è una colpa essere sopravvissuti?”.

Anche la famiglia si trova ad affrontare la presenza del male in ambito, potremmo dire, più “privato”: l’intenso “Una storia” di Anna Foglietta – che si cimenta per la prima volta dietro la macchina da presa – narra la vicenda di due coniugi che si trovano ad affrontare la faticosa realtà del nido vuoto. Emerge una crisi che rischia di far precipitare il rapporto: si affermano necessità, ma senza sapere come soddisfarle. L’amarezza del momento lascia spazio a un gesto che potremmo dire rivoluzionario e che aiuterà, se non a risolvere la questione, a mettersi in cammino. Insieme.
La fatica di un padre nell’accudire il figlio con disabilità costituisce l’incipit de “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci. La possibilità e la necessità di non chiudersi nel vicolo cieco della sofferenza, permetterà di dare un senso compiuto alla sua paternità. È il mondo del lavoro con tutte le sue contemporanee e spietate regole al centro del film francese un “Bon petit soldat” di Stephane Brizè, interpretato da una bravissima Alba Rohrwacher, in perenne equilibrio tra l’ambizione professionale e le prestazioni sempre più performanti che le vengono richieste. Anche la vita privata sembra vacillare, quando un sussulto di coscienza la porterà a uscire dal corto circuito.
Altra vicenda professionale è quella che vive la protagonista di “Une femme aujourd’hui”, dell’apprezzato regista Robert Guediguian. La trentenne Juliette sembra avere tutto: fulminante carriera nell’ambito della finanza, successo e stima. Una sicurezza delle proprie qualità quasi ostentata che farà presto i conti con un dramma che la porterà in un vicolo cieco. Tutto sembra crollare, ma il destino non è affatto segnato.
Due sguardi di pace – entrambi, sorprendentemente originati dall’arte del disegno – vengono dall’italiano “Scherzetto” di Mario Martone con Toni Servillo nei panni di un nonno che su richiesta della figlia trascorre alcuni giorni in compagnia dell’amato ma poco conosciuto nipotino. Due mondi opposti che permetteranno al protagonista di affrontare traumi e paure mai elaborate.
Ma è il giapponese Hirokazu Koreeda che con “Look back” offre uno sguardo poetico e di grande umanità grazie alla storia di due ragazzine dotate di talento per il disegno. Un’amicizia nata grazie alla matita, un racconto lungo dieci anni attraverso i quali l’espressione artistica costituita da segni, colori e rumori, insieme agli sguardi e al non detto, diventano un inno alla vita anche quando riserva spiacevoli sorprese.
Stefano Vecchi














