Una sposa, madre, monaca e mistica capace di parlarci ancora oggi. Alla sala San Carlo di Faenza, l’inaugurazione dell’anno accademico 2026-27 della Scuola di Formazione Teologica “S. Pier Damiani” si è trasformata in un intenso momento di riflessione per gli ottocento anni dalla nascita di Santa Umiltà. Dopo i saluti del vescovo Michele e del direttore della Scuola, Riccardo Drei, la parola è passata a mons. Maurizio Tagliaferri, relatore del Dicastero per le Cause dei Santi. In occasione del centenario, la sua lectio magistralis — dal titolo “Santa Umiltà da Faenza. Sposa, madre, monaca e fondatrice. Una mistica e teologa fra Due e Trecento” — ha offerto alla città e alla diocesi una chiave di lettura profonda e provocatoria, capace di ricucire la distanza dei secoli e restituirci una santa straordinariamente vicina alle inquietudini odierne. All’incontro ha partecipato anche il vescovo emerito, monsignor Mario Toso, che ha offerto ulteriori spunti alla riflessione di monsignor Tagliaferri.

WhatsApp Image 2026 10 03 at 19.38.02

La vita e le tappe di Umiltà

Nella prima parte del suo intervento, monsignor Tagliaferri ha ripercorso il cammino umano e spirituale di Rosanese Negusanti. Dalla vita matrimoniale con Ugolotto de’ Caccianemici e la tragica perdita dei due figli in tenera età, fino alla scelta di abbracciare nel 1250 la vita religiosa con il nome di Umiltà, l’esperienza dell’eremitaggio nella celletta presso Sant’Apollinare e la successiva fondazione dei monasteri a Faenza e a Firenze: ogni tappa segna un’evoluzione interiore radicale.

Ricordando la genesi dei testi agiografici — a partire dalla prima biografia latina del monaco Biagio fino a quella in volgare di Silvestro Ardenti, rimaste a lungo manoscritte e stampate solo nell’Ottocento —, il relatore ha evidenziato come la devozione verso la Patrona faentina abbia attraversato la storia, nonostante i contemporanei di Umiltà non abbiano lasciato nulla scritto in quegli anni. Nel Novecento, durante la guerra, fu il vescovo Battaglia a promuovere la richiesta di co-patronato giunta nel 1942, cui seguirono i festeggiamenti del 1943 e la traduzione dei Sermones a opera di Piero Zama, fino alla nuova stagione di studi fiorita dagli anni Novanta.

L’analisi dei Sermones

Ciò che emerge dai suoi scritti è una teologia profondamente cristocentrica, dove l’umanità fisica di Cristo si fa dimora della divinità. Il linguaggio di Umiltà unisce la passione dell’amore all’esperienza del dolore, indicando nella Croce la porta del cielo. Se un gigante della Chiesa faentina come San Pier Damiani studia sui testi e usa la speculazione per difendere la santità delle istituzioni, Umiltà si siede allo scrittoio per trascrivere direttamente ciò che vive nella reclusione, offrendo un’esperienza mistica priva di sovrastrutture intellettuali: “La lingua non è in grado di dire ciò che la mente intuisce”, scrive nei Sermones.

Le tre sfide d’oggi: emancipazione e genio femminile

maurizio tagliaferri

Ma è nella seconda parte della lectio che la riflessione di mons. Tagliaferri ha toccato il punto più alto, delineando la fecondità profetica di Umiltà di fronte all’ipertrofia dell’io e alla crisi spirituale della nostra epoca.

  1. L’emancipazione spirituale della donna e il genio femminile: La transizione di Umiltà da sposa a eremita e fondatrice non fu una fuga dal mondo, ma una vera e propria ristrutturazione della presenza femminile nel XIII secolo. In una società che relegava le donne a ruoli subalterni, Umiltà si è imposta come leader e maestra di spirito. I suoi Sermones testimoniano una teologia che si fa carne, poesia e magistero. La sua autorevolezza non è scaturita da rivendicazioni mondane o clericali, ma dall’unione con Cristo e dal servizio. In questo senso, Umiltà dimostra che l’autentica emancipazione non nasce dalla soddisfazione di bisogni contingenti o da aspirazioni esterne, ma dal seguire con tenacia la propria vocazione.
  2. Ecologia delle relazioni e la “mistica del Noi”: Contro un panorama individualista che genera solitudine e isolamento, l’esperienza cenobitica di Umiltà richiama l’urgenza di una “mistica del Noi”. Il monastero non è mai stato per lei un rifugio sterile, ma un laboratorio di fraternità in cui le singole storie si intrecciano nella lode comune. Inoltre – nonostante sia estranea all’esperienza francescana – la sua spiccata sensibilità e cura verso il creato anticipa un’alleanza profetica tra uomo e natura, quanto mai preziosa nell’attuale crisi ecologica.
  3. La potenza della vulnerabilità contro il mito della prestazione: Il cuore del suo messaggio risiede proprio nel nome che ha scelto. In una società iper-performativa che misura il valore delle persone unicamente in base all’efficienza e alla produzione, la scelta di Umiltà rappresenta una smentita radicale. Umiltà richiama l’humus, la terra feconda dell’uomo che riconosce il proprio limite e che, attraverso le proprie ferite, si apre all’infinito. La sua dottrina scardina l’illusione dell’autosufficienza: la vera statura dell’essere umano risiede nella capacità di fare spazio all’Altro e di custodire la propria fragilità.

Linfa vitale per il XXI secolo

Accostarsi oggi alla figura di Santa Umiltà non significa dedicarsi a un’operazione di archeologia agiografica o di pura erudizione storica. Il messaggio riassunto da mons. Tagliaferri ci dimostra che il magistero della nostra Patrona è una linfa vitale e una provocazione vivissima per le donne e gli uomini del XXI secolo. Sta a noi, come comunità ecclesiale e cittadina, saperne raccogliere il testimone.