A otto secoli dalla nascita, Sant’Umiltà (1226-2026) non appare come una figura consegnata soltanto alla devozione o alla memoria della città. Per suor Gian Paola Pederzoli, badessa del monastero benedettino vallombrosano di Faenza, la santa è anzitutto una donna capace di attraversare la storia con una fede concreta, fatta di preghiera, relazioni, dolore, servizio e attenzione alle persone.

Intervista a Gian Paola Pederzoli: “I suoi Sermones ci insegnano questo. Immergerci nel Signore non significa fuggire dal mondo, ma non lasciarci sconvolgere da ogni evento”

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Madre Gian Paola, che cosa può dirci oggi il corpo di Sant’Umiltà, che sarà al centro della veglia del 18 settembre?

È un corpo che profuma di eternità. Il corpo incorrotto di Sant’Umiltà è un segno della vita eterna e ci riporta al centro, che è Cristo. Non è un corpo che chiede semplicemente di essere studiato, ma ascoltato. In questo momento storico abbiamo bisogno di ricordarci che la nostra vita non si esaurisce in ciò che vediamo».

Chi era davvero Sant’Umiltà?

Era una donna molto concreta, con una relazione viva con il Signore. Nella sua vita troviamo molte dimensioni: da bambina era felice di servire i poveri; poi ha conosciuto il dolore per la morte del padre, il matrimonio, la maternità e la perdita dei suoi due figli. Anche attraverso queste esperienze dolorose è maturato in lei il desiderio dell’Assoluto. A un certo punto entra nella vita religiosa, viene chiamata a guidare una comunità e successivamente, insieme ad altre monache, attraversa a piedi l’Appennino per arrivare a Firenze, dove fonda un monastero. È una figura poliedrica, che esprime la sua femminilità e la sua umanità in forme diverse. Il prof. Francesco Silvestrini l’ha definita «una donna, una sposa, una monaca, un’eremita, una mistica»: credo sia una sintesi molto bella.

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Nei suoi Sermones c’è una frase che avete scelto come filo conduttore: “Non c’è notte per chi ama”. Perché è così importante?

Perché l’amore è ciò che contraddistingue il Vangelo. I Sermones sono ricchissimi di immagini, quasi un pullulare di simboli: l’agnello, il latte, il fuoco. Sant’Umiltà aveva una conoscenza profonda della Parola di Dio, che sapeva anche a memoria. E da questa familiarità nasceva una parola capace di parlare alla vita.

C’è un’altra immagine dei Sermones che sembra particolarmente attuale.

Sì. Sant’Umiltà dice: «Mi sento come un pesce nella profondità del mare: in superficie c’è burrasca, ma là in fondo non si sente». Mi sembra un’immagine straordinaria per il nostro tempo. Viviamo dentro una grande burrasca: siamo continuamente raggiunti da notizie, preoccupazioni, conflitti. Ma se riusciamo ad andare in profondità, dentro di noi, possiamo trovare una pace che non dipende da ciò che accade in superficie. Immergerci nel Signore non significa fuggire dal mondo, ma non lasciarci sconvolgere da ogni evento.

È anche un invito a rallentare?

Certamente. Una delle caratteristiche del nostro tempo è la fretta: spesso non abbiamo più tempo nemmeno per pensare. Sant’Umiltà ci invita invece alla calma, a quella profondità che lei stessa ha vissuto. La sua esperienza ci ricorda che la dimensione contemplativa e quella attiva non sono in contrapposizione: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo devono stare insieme.

Questo vale anche per l’educazione, che è stata una parte importante della storia delle monache di Sant’Umiltà a Faenza.

L’educazione è sempre stata centrale. Le nostre consorelle hanno investito nella formazione delle ragazze, arrivando anche a fondare a Faenza uno dei primi licei linguistici d’Italia e a introdurre molto presto strumenti innovativi, come i laboratori informatici. Ma non era innovazione per apparire: era il desiderio di formare la persona, di prepararla al futuro. Anche oggi, quando incontriamo i ragazzi, sperimentiamo quanto l’educazione richieda un grande lavoro interiore. Ci sono ragazzi che alzano dei muri e con i quali devi imparare a entrare in relazione, ad accompagnarli, a farli crescere. La passione per questo lavoro viene dal Signore.

Oggi la scuola è cambiata e anche la presenza delle monache è diversa. Cosa rimane?

Rimane la preghiera e rimane il desiderio di essere accanto alle persone. Abbiamo vissuto anche il passaggio del testimone ai laici, con la Fondazione Marri-Sant’Umiltà. È stata un’esperienza molto bella: sentiamo che la Chiesa faentina è ricca di laici preparati e generosi. La messe è molta e gli operai non bastano mai, ma dobbiamo davvero ringraziare il Signore per questo dono.

Ha parlato di Sant’Umiltà come di un “humus”. Cosa significa?

Mi viene in mente proprio la terra, dal latino “humus”: terreno. L’educazione, la fede, la vita di una comunità sono proprio come un terreno: quando viene calpestato. Eppure, se metti un chicco di grano nella terra e hai pazienza, prima o poi qualcosa germoglia. Sant’Umiltà ci insegna proprio questo: non tutto ciò che seminiamo lo vediamo immediatamente. Bisogna avere fiducia, pazienza e continuare a seminare.

Dunque, che cosa può lasciare questo ottavo centenario alla città di Faenza?

Spero innanzitutto che ci aiuti a riscoprire una santa che è profondamente nostra, ma che non appartiene soltanto al passato. La santità ha proprio questa caratteristica: trasfigura il quotidiano. La realtà rimane la stessa, ma attraverso una persona santa noi possiamo vedere meglio ciò che accade. In un tempo nel quale tante cose sembrano mettere alla prova la speranza, Sant’Umiltà ci ricorda che non c’è burrasca capace di spegnere la speranza quando si rimane radicati nel Signore. E forse proprio per questo, davanti al suo corpo che da secoli ci parla, possiamo tornare a quella sua semplice e potentissima frase: «Non c’è notte per chi ama».