I mondiali di calcio stanno giungendo alla conclusione e, alle porte delle semifinali, possiamo dire che sono rimaste quattro squadre tra le migliori del pianeta.
La Francia di Kylian Mbappè, la Spagna di Lamine Yamal, l’Argentina di Leo Messi, l’Inghilterra di Jude Bellingham.

In questo contesto però ci sono anche le nazionali che sono state sconfitte nei turni precedenti: una che ha colpito la mia immaginazione è senza dubbio la Norvegia. I loro tifosi ci hanno mostrato un modo allegro e leggero di sostenere la loro nazionale con il “Viking Row”: prima e dopo le partite, migliaia di persone imitano i rematori delle antiche navi vichinghe, muovendosi all’unisono, come se stessero attraversando il mare. Un messaggio anche a Cristoforo Colombo: “Siamo arrivati qua prima noi delle vostre tre caravelle!”.

Un’amicizia che va oltre la competizione

Insieme a Erling Haaland, che tocca al massimo tre palloni per partita, ma poi due spesso finiscono in fondo alla rete avversaria. Alla fine della partita decisiva con l’Inghilterra abbraccia Bellingham, autore della doppietta che li ha eliminati, dicendo: “Sarà per sempre mio fratello“. L’amico che ha conosciuto ai tempi del Borussia Dortmund, poi hanno preso strade diverse. Real Madrid uno e Manchester City l’altro. L’amicizia non si è persa e, soprattutto, non si è sgretolata nemmeno durante una partita così importante dei Mondiali.

Un errore fatale

E poi Orjan Nyland, il portiere della Norvegia che era stato l’eroe dell’ottavo di finale contro il Brasile, a cui la sorte ha riservato il peggior finale possibile del suo Mondiale: un errore costato alla sua Norvegia l’eliminazione contro l’Inghilterra. Solo pochi istanti prima, Nyland aveva ancora una volta salvato la porta, allungando la mano su un colpo di testa di Harry Kane. Poi, su un tiro di Rogers, Nyland si è allungato ma ha respinto al centro dell’area, consentendo a Bellingham di spingere in porta il pallone decisivo.

L’affetto che lascia il segno

Ma a lasciare il segno è stata la scena dopo il fischio finale, quando Nyland è andato verso la tribuna e ha allungato le sue mani, spesso decisive per salvare la porta norvegese, verso i suoi bambini, che insieme hanno colto il momento, sporgendosi verso il campo per abbracciare il gigantesco papà con il volto rigato dalle lacrime.
Nel dolore, l’unica certezza sono gli affetti stabili, profondi, che ci danno la forza per riprendere il cammino. Ci si sente responsabili per la sconfitta, ma si trova anche il coraggio per riprendere la strada. Lo sport ancora una volta ci insegna che è possibile essere persone umane!

Di Tiziano Conti