«Ragazzi, avete sentito del terremoto che ha colpito il Friuli?» disse don Silvano – monsignor Silvano Montevecchi, il nostro parroco, che quattro anni dopo avrebbe celebrato le nostre nozze – ai giovani del gruppo parrocchiale riuniti per il loro incontro settimanale. «Se volete – continuò – potete recarvi a Ravenna, ad un incontro promosso da quella Diocesi per costituire gruppi di volontari per andare là a dare una mano». All’incontro, organizzato dalla da poco costituita Caritas dell’Arcidiocesi di Ravenna, andammo in quattro – noi due, rispettivamente di 21 e 18 anni, e i nostri amici ventenni Werther Scudellari e Stefano Sintoni (scomparso prematuramente qualche anno fa) – al termine del quale demmo la nostra disponibilità. Fummo assegnati al gruppo di lavoro che dall’1 all’8 agosto 1976, praticamente tre mesi dopo il terribile sisma del 6 maggio, avrebbe operato a Casasola, una frazione del Comune di Majano (Udine).

167 i volontari ravennati attivi


I volontari ravennati attivi in quella frazione sono stati complessivamente 167, insieme a molti altri provenienti da Lucca, Como, dalle province di Milano e Bergamo, oltreché da tutto il Friuli-Venezia Giulia. Per dovere di memoria, ricordiamo che il terremoto del Friuli del 1976 fu un sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter: colpì quella regione alle 21 del 6 maggio, con ulteriori scosse l’11 e 15 settembre.
Le aree colpite furono di 5.500 chilometri quadrati, con una popolazione di 600mila abitanti; provocò 990 vittime, oltre 100mila sfollati, 18mila case distrutte, 75mila danneggiate, con danni al territorio pari a 4.500 miliardi di lire (oltre 20 miliardi di euro di oggi). Dei comuni coinvolti, 45 furono rasi al suolo (ad esempio, Gemona, Artegna, Venzone, Forgaria nel Friuli, Buja, Pinzano al Tagliamento, Osoppo), 40 gravemente danneggiati (tra cui Majano del Friuli) e 52 danneggiati: tutti fra Udine e Pordenone, più tre comuni della provincia di Gorizia.

La delegazione russiana

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Noi quattro russiani partimmo l’1 agosto, alle 6,30, insieme ad altri 11 volontari (con cinque auto), a cui si aggiunse un sedicesimo qualche giorno dopo. Il nostro gruppo era composto da volontari di Ravenna, Russi, Sant’Alberto, San Pietro in Vincoli, Cotignola, più una volontaria di Ferrara e un altro di Casalecchio di Reno. Che cosa ricordiamo di quell’esperienza a cinquant’anni di distanza?
Lo abbiamo raccontato nel libro Casasola 1976, edito per il 50° anniversario del terremoto, e lo abbiamo ripetuto il 18 aprile scorso a Casasola durante il momento più importante e commovente del tragico evento, aperto dalla celebrazione di una Messa in memoria delle vittime di Casasola e dei volontari scomparsi negli anni seguenti (nove del nostro gruppo), seguita dalla presentazione del citato libro, curato da Stefano Bel, vicepresidente della Pro loco (allora aveva due anni), dalla commemorazione delle 24 vittime di Casasola di Majano e dal momento conviviale. Quella settimana di lavoro volontario ha fatto bene a noi, al di là di ciò che abbiamo svolto per le famiglie terremotate a cui eravamo stati destinati. Infatti, ci siamo ritrovati a condividere molto tempo e a lavorare insieme a persone che non conoscevamo, in gran parte giovani come noi, con le quali abbiamo fatto subito amicizia. Abbiamo incontrato le persone del luogo, le quali avevano perduto tanto o tutto a causa del terremoto, ma, nello stesso tempo, erano animate dalla volontà di ricostruire subito ciò che avevano perso. Lavoravano con noi, ma lavoravano ben prima del nostro arrivo. Senza aspettare gli aiuti, che pure arrivarono, queste persone si erano fin da subito rimboccate le maniche ed erano ripartite a ricostruire quanto avevano perso.
Abbiamo lavorato in diversi luoghi, anche con mansioni diverse, ma in tutti questi ambiti abbiamo sempre respirato la voglia dei friulani di ricominciare, di impegnarsi in prima persona. Così come ci hanno colpito l’accoglienza e la disponibilità di queste persone, fin dai piccoli gesti, come il saluto quotidiano al mattino e a fine giornata, o il bicchiere d’acqua o di sgnape, che eravamo quasi obbligati a bere, pur se non era nostra abitudine. In meno di dieci anni hanno ricostruito tutto. Soprattutto ricordiamo la dignità dei vivi, rimasta sempre in piedi: ci aveva colpito e la portiamo nel cuore.

Elio ed Emanuela