Vittorio Ghinassi è stato candidato sindaco di Faenza nel 2005. Esponente di spicco della Democrazia Cristiana, assessore nella giunta di Giorgio Boscherini (sindaco PSI dal 1981 al 1993), ha vissuto lo scioglimento del partito di Piazza del Gesù. Esponente centrista, Ghinassi è stato presidente dell’Acli fino al 2024. Con lui ripercorriamo questa stagione politica.
Intervista a Vittorio Ghinassi

Ghinassi, nel 1978 diventa segretario della Democrazia Cristiana, lo stesso anno dell’assassinio di Aldo Moro, all’opposizione dell’Amministrazione Lombardi. In pochi anni la DC tornò al governo della città, in un accordo tra quattro forze politiche (DC-PSI-PSLI-PRI). Quale fu la genesi e l’evoluzione di questa traiettoria? Qual è l’eredità che le Amministrazioni di centro-sinistra hanno lasciato alla città?
Negli anni ’70 la Democrazia Cristiana, dopo 25 anni di governo a Faenza, attraversò una fase di crisi dovuta sia alle richieste di cambiamento che provenivano dalla società e sia a divisioni interne, originate anche da eventi come il referendum sul divorzio. Nel 1975 il Partito Comunista superò la DC nelle elezioni comunali, dando vita a una giunta di sinistra guidata da Veniero Lombardi che, pur realizzando alcune interessanti opere, non affrontò problemi strutturali importanti per la città. Nel 1981 la DC, sfruttando le rigidità del PCI, riuscì a rovesciare gli equilibri ed a formare una nuova alleanza con socialisti, repubblicani e socialdemocratici, portando Giorgio Boscherini alla guida del Comune. Quella giunta, inizialmente considerata fragile e di corto respiro, si rivelò coesa e attiva, e riuscì a realizzare diversi interventi a favore della città, nel settore della casa (anche allora un punto critico) con la predisposizione di nuove aree di edilizia popolare ed il rilancio del centro storico, della tutela ambientale con il completamento del sistema di depurazione acque, dell’occupazione, con circa 40 miliardi investiti in opere pubbliche e la predisposizione di nuove aree produttive, dei servizi comunali con l’avvio della meccanizzazione, e della cultura e dello sport con investimenti cospicui nel Museo delle Ceramiche, Biblioteca, Museo Malmerendi, Palazzo delle Esposizioni ed in diversi impianti sportivi. Purtroppo la giunta successiva, uscita dalle elezioni del 1985, non riuscì a decollare a causa di conflitti interni alla coalizione e dimissioni di assessori. Nonostante ciò, completò il mandato, ma il clima politico locale era ormai compromesso, in un contesto nazionale segnato dall’avvio di inchieste e processi conosciuti con il nome di “Mani Pulite”, che avrebbe portato alla fine della prima Repubblica.
Nel 1993 l’esperienza di Boscherini terminò. È l’epoca di “Mani Pulite”, che segnò il crollo dei partiti tradizionali. Quale fu il passaggio e quale l’umore all’interno del Partito che la aveva visto segretario? Come fu vissuta localmente quella fase?
Nel 1993, quando l’esperienza di Giorgio Boscherini come sindaco terminò, il clima nazionale era fortemente mutato, determinando il crollo dei partiti tradizionali e la nascita di nuovi soggetti politici. Da quel terremoto, i cattolici faentini uscirono ancora una volta divisi. La parte più consistente di essi rimase nel Partito Popolare e successivamente confluì nella Margherita. Un gruppo più limitato, tra cui il sottoscritto, fu risucchiato nelle sabbie mobili di un fantomatico Centro, erede della vecchia DC, progetto mai decollato e rimasto incompiuto, praticamente, fino ai giorni nostri. La fase di gestazione della seconda Repubblica fu davvero un momento traumatico per il nostro elettorato, che diede origine al suo interno a fratture profonde, con un generale sentimento di disorientamento e di ricerca di nuove identità politiche.
L’elettorato della Democrazia Cristiana, dal 1992 in poi, si trovò frammentato, con una parte forse maggioritaria verso il polo di centrosinistra, ma una fetta consistente più ancorata al centrodestra. Quale fu l’esito politico ultimo di questa diaspora? Esiste ancora un elettorato cattolico?
Si registrò, in quegli anni, un generale rimescolamento dell’elettorato, che riguardò non solo il mondo cattolico, ma un po’ tutti i partiti. Basti pensare allo spostamento a destra verso la Lega, di una parte significativa della classe operaia concentrata nel triangolo industriale del Nord Italia, che prima votava compatta PCI. Dal 1992, quel che restava dell’elettorato della DC si divise in due direzioni principali. Una parte considerevole si orientò, come ho detto, verso il centrosinistra, confluendo nel Partito Popolare e poi nella Margherita. Un’altra fetta, pur restando legata ai valori cattolici, si avvicinò al centrodestra, segnando uno spostamento verso formazioni politiche che apparivano più coerenti con i nuovi scenari politici e con gli orientamenti allora prevalenti anche all’interno della CEI (Conferenza Episcopale Italiana). L’esito finale di questa diaspora fu la scomparsa di un blocco coeso dell’elettorato cattolico, che si frantumò tra vari schieramenti. Sebbene continuasse a esistere, seppur in forme più contenute, esso non era più monolitico come ai tempi della DC. L’esperienza di questo elettorato, in ogni caso, si manifestava più attraverso l’enfatizzazione delle differenze maturate all’interno delle diverse opzioni politiche che nella volontà di nascita di un nuovo partito unitario che fosse il vero erede della Democrazia Cristiana. Agli inizi degli anni 90, la DC a Faenza, sull’onda degli eventi nazionali, visse una fase involutiva, caratterizzata da lacerazioni interne sempre più evidenti che poi portarono alla sua scomparsa ed alla nascita del Partito Popolare. Ormai erano maturi i tempi per nuove alleanze che nel 1994 si materializzarono attraverso la collaborazione tra Popolari e Democratici di Sinistra ed alla elezione del sindaco Enrico De Giovanni. Collaborazione che è rimasta praticamente invariata fino ad oggi, costituendo la base politica di tutte le Amministrazioni che da allora si sono succedute.
Il bilancio di questa stagione?
Possiamo concludere, come ho detto prima, che ancora esiste un elettorato cattolico, ma per trasformare questo serbatoio in energia viva, in propellente per la società occorre far sentire alla gente che attraverso gli strumenti della democrazia può riappropriarsi del diritto di contare e decidere. Oggi invece si sta andando nella direzione opposta cercando di concentrare nelle mani di pochi tutti i poteri, togliendo spazi agli organi di rappresentanza popolare a cominciare dal Parlamento.
Nel 2026 festeggiamo 80 anni di elezioni comunali libere e democratiche. Quali sono le prospettive politiche dei prossimi dieci anni nella città di Faenza?
La democrazia, come la pace, non è mai garantita: va tutelata quotidianamente, altrimenti rischia di deteriorarsi e favorire interessi opportunistici. La forza del nostro territorio è sempre stata l’equilibrio tra agricoltura, industria, artigianato, commercio e servizi, ma la rivoluzione tecnologica sta spostando il peso verso il settore terziario. Per affrontare questo cambiamento servono progetti di lungo periodo che delineino una nuova identità per il nostro territorio integrando imprese, ricerca, ambiente, finanza, servizi e istituzioni su scala almeno regionale. Questa è la sfida principale per la nuova Amministrazione, per evitare un declino graduale del territorio.
Mattia Randi
Foto: in primo piano il sindaco Giorgio Boscherini ed Edoardo Dal Monte, presidente del comitato tecnico del concorso “Premio Faenza”, 1986














