Ci sono episodi che, presi singolarmente, rischiano di sembrare solo casi di cronaca molto diversi tra loro. Messi uno accanto all’altro, però, raccontano forse qualcosa del clima che stiamo vivendo anche qui, nel nostro territorio. Negli stessi giorni in cui a Castel Bolognese un ragazzo con disabilità è stato deriso mentre lavorava ai tavoli del Civico 25, la campagna elettorale faentina è stata attraversata da due vicende che hanno avuto al centro candidati consiglieri di schieramenti opposti. Da una parte una candidata del centrodestra insultata durante un banchetto in piazza; dall’altra un giovane candidato in una lista del centrosinistra finito al centro dimigliaia di commenti offensivi (il migliaia del titolo non è un’iperbole, sono a oggi oltre 5mila) sui social, la maggior parte dei quali concentrati non sulle sue idee, ma sulla derisione personale, sul suo aspetto fisico, su pregiudizi legati alla scelta politica.
Situazioni diverse, ovviamente. Gravità diverse. Però con un elemento comune piuttosto evidente: a un certo punto il contenuto sparisce e resta il bersaglio. È questo forse il tratto che colpisce di molti conflitti pubblici di oggi. Non conta quasi più cosa una persona stia dicendo. Conta la trasformazione dell’altro in qualcosa da commentare, ridicolizzare, schernire. Vale nei social, ma non solo.
Nel caso del Civico 25 ha colpito proprio la banalità della scena raccontata dal titolare Eugenio Iannella. Nessuna aggressione clamorosa, nessuna frase “da film”. Piuttosto quel tipo di umiliazione quotidiana che spesso passa sotto traccia perché si confonde con la battuta, con la superficialità o con la convinzione di poter dire qualsiasi cosa senza conseguenze reali.
Anche nel caso del giovane candidato sommerso di commenti online il punto non è tanto la polemica politica. Quella fa parte del gioco democratico. Colpisce piuttosto la velocità con cui una persona può diventare da un giorno all’altro materiale da derisione collettiva, di vero e proprio bullismo. Migliaia di commenti, in gran parte arrivati presumibilmente da fuori Faenza, concentrati su pregiudizi, etichette, commenti sul volto. Quasi mai sulle idee. Si commenta la persona – o meglio, la percezione che abbiamo di quella persona – prima ancora delle sue posizioni. Senza dimenticare che gli algoritmi di queste piattaforme private hanno il loro peso nel portare gli utenti a scadere polarizzazioni e conflittualità (5mila commenti a un candidato consigliere di una città di circa 60mila).
Le elezioni amministrative dovrebbero teoricamente essere il livello più concreto della politica: strade, alluvione, quartieri, scuole, sicurezza del territorio. E invece anche qui questi episodi ci testimoniano il rischio di scivolare nella dinamica della tifoseria o della caricatura reciproca. L’episodio che ha coinvolto la candidata del centrodestra va nella stessa direzione. ‘A voi servirebbe l’accendino per darvi fuoco’ si è sentita dire. Cambia il contesto, cambia il bersaglio, ma resta quella soglia che salta: il passaggio dal dissenso alla necessità di colpire e distruggere personalmente qualcuno togliendo volto e umanità.
L’umiliazione dell’altro diventa una forma accettabile di partecipazione. E forse la questione più scomoda è che nessuno di noi è davvero esterno a questo meccanismo. Tutti possono scivolarci dentro. Succede soprattutto quando veniamo toccati in punti sensibili: nelle nostre paure, nelle ferite personali, nei pregiudizi che ci portiamo dietro senza nemmeno accorgercene fino in fondo. È molto facile riconoscere gli hater negli altri. Più difficile chiedersi quanto ciascuno di noi possa diventarlo.
Il punto non è immaginare una società senza conflitto, rabbia o scontri, polemiche. Quelli esisteranno sempre e non sono di per sé un male. La differenza sta in quel momento minimo, quasi invisibile, in cui si decide se lasciarsi trascinare dall’impulso di cancellare l’altro oppure fermarsi un attimo. Aspettare. Scegliere un’altra strada. Anche fare autocritica, ogni tanto. Demolire o “asfaltare” qualcuno pubblicamente spesso richiede pochi secondi, come vuole ormai la logica dei dibattiti uno contro uno in tv e sui social. Lavorare per un confronto civile, invece, costa molta più fatica. Una comunità non si misura dall’assenza dei conflitti, ma dal modo in cui sceglie di attraversarli e di non risparmiare quell’energia in più per la strada in salita.














