Per la rubrica del Piccolo dedicata alla storia delle elezioni amministrative di Faenza, dal 1920 ai giorni nostri, abbiamo incontrato Giovanni Malpezzi, sindaco di Faenza dal 2010 al 2020. Dieci anni segnati dalla crisi economica, dai vincoli del pareggio di bilancio, dalla nascita dell’Unione della Romagna Faentina e da una stagione politica che cambiò profondamente il volto del centrosinistra locale.
Intervista a Giovanni Malpezzi, il civico vince le primarie del centrosinistra 2009

Malpezzi, partiamo dal principio. La sua candidatura nacque da una situazione piuttosto particolare nel centrosinistra faentino…
Sì, c’era una situazione un po’ bloccata. Da una parte il “palazzo”, cioè il partito istituzione che avrebbe voluto fare le proprie scelte di candidatura; dall’altra una società civile che chiedeva protagonismo. L’esperienza di Laboratorio Faenza nacque proprio da lì: dall’idea che servisse uno spazio nuovo di partecipazione e proposta.
Che clima c’era a Faenza nel 2010?
Ricordo quei mesi di Laboratorio Faenza come un periodo molto intenso, perfino esaltante per certi aspetti. Erano mesi faticosi ma pieni di aspettative. Si percepiva che stava cambiando qualcosa, sia nella politica sia nella società.
Lei arrivava da un percorso piuttosto diverso rispetto ai tradizionali dirigenti di partito.
Dopo l’esperienza da consigliere comunale della Democrazia Cristiana tra il 1985 e il 1990, per quasi trent’anni mi sono dedicato al lavoro e al volontariato. Quando arrivò quella proposta mi sentivo di rappresentare quella parte di società civile che chiedeva di essere ascoltata.
Le primarie furono decisive.
Assolutamente. Andarono a votare circa 7mila persone: un numero straordinario per Faenza. E credo che quella partecipazione non fosse costruita soltanto attorno a una persona, ma a un progetto politico. Le elezioni si vincono cercando di rappresentare anche quelle istanze che non si riconoscono pienamente nei partiti tradizionali ma condividono valori e progettualità del centrosinistra.
Quanto pesò il suo profilo civico e cattolico?
Molto. Credo che in quel momento ci fosse bisogno di una figura capace di tenere insieme mondi diversi. Io venivo da una cultura cattolico-democratica, ma con un approccio civico molto forte. Ancora oggi penso che il civismo possa essere una risorsa importante, se non diventa soltanto personalismo.
Il primo mandato (2010-15) e le difficoltà economiche del bilancio comunale

Entrò in municipio però in uno dei momenti economicamente più difficili degli ultimi decenni.
Sì. La città stava già subendo gli effetti della crisi finanziaria del 2008. C’erano centinaia di famiglie faentine con la prospettiva di perdere il lavoro. E anche il Comune si trovava in una situazione complessa, tra debiti, tagli ai trasferimenti statali e rigidissimi vincoli di bilancio. Erano gli anni della crisi economica Leman Brothers.. Ammetto che, tenendo conto di questo scenario, il primo impatto che ho avuto entrando a contatto con la macchina comunale fu più complesso di quello che mi immaginavo.
Quanto influì il pareggio di bilancio sulle scelte amministrative?
Moltissimo. Erano anni nei quali ai Comuni veniva chiesto di fare sempre di più con sempre meno risorse. Ogni quattro dipendenti che andavano in pensione se ne poteva assumere uno soltanto. Questo cambiava completamente il modo di amministrare.
In che senso?
La politica rischiava continuamente di diventare gestione dell’emergenza. Se oggi si prendesse in mano il programma elettorale del 2010, ci sarebbero anche progetti che poi si sono rivelati irrealizzabili. Ma non perché mancasse la volontà politica: semplicemente perché senza risorse i progetti restano bisogni.
In quegli anni nacque anche l’Unione della Romagna Faentina. Una scelta allora molto discussa.
Sì, ma ne sono ancora orgoglioso. Non fu solo per motivi di risparmio, ma fu una scelta di solidarietà istituzionale. Faenza forse avrebbe potuto continuare anche da sola, ma l’idea era che se soffre l’entroterra poi soffiamo tutti, come poi recentemente ci ha insegnato anche l’alluvione. Se territori come Brisighella o Casola si spopolano perché mancano servizi, diventa un problema anche per chi sta a valle.
Oggi pensa sia una scelta rivalutata?
Credo di sì. Molti che allora la criticavano oggi ne riconoscono l’utilità. In quella fase storica era necessario trovare nuove forme di collaborazione per salvaguardare i servizi.
Dalla vicenda Omsa alla tessera del Pd
Quali sono invece le scelte amministrative che sente più sue?
Sicuramente il recupero dell’ex complesso dei Salesiani. Quando arrivai era in gran parte inutilizzabile. Oggi è uno spazio vivo, di aggregazione, servizi sociali e formazione nel cuore della città. Averlo recuperato in quel contesto economico, per me, è stato un grande risultato.
Un’altra vicenda simbolica fu quella dell’Omsa.
L’arrivo di Atl al posto dell’Omsa fu fondamentale per il territorio. Oggi quell’azienda dà lavoro a più del doppio delle persone di allora. In certi momenti il Comune non è protagonista diretto, ma può creare le condizioni perché una soluzione si realizzi. Ricordo ancora con una certa emozione le riunioni svolte a Roma assieme al presidente della Regione Vasco Errani e al proprietario Atl Nerino Grassi… come rappresentanti delle istituzioni siamo riusciti a far sentire bene la nostra voce per il bene dei faentini e delle faentine.
Lei ha sempre mantenuto molto visibile anche la sua sensibilità cattolica dentro il centrosinistra.
Sì, non l’ho mai nascosta. Credo che la politica sia mediazione e compromesso, ma sui temi etici ho sempre cercato di esprimere con chiarezza il mio pensiero, come nel caso dell’odg sulla famiglia naturale, nel 2014, un caso che poi è stato molto ingigantito. Penso che ciascuno debba svolgere il proprio servizio pubblico senza nascondere la propria fede e la propria visione dell’uomo.
Nel 2014 arriva anche la scelta di prendere la tessera del Partito Democratico. Perché?
Perché mi resi conto che avevo bisogno di rappresentare fino in fondo il partito principale della coalizione. Nel primo mandato avevo cercato di tenere insieme il consenso civico e quello del Pd. Però una parte del partito non mi sentiva davvero come il proprio sindaco. E senza un sostegno pieno della forza politica principale il ruolo del sindaco si indebolisce.
Alcuni interpretarono quella scelta come un passo verso una carriera politica nazionale.
Sì, qualcuno lo scrisse anche. Ma poi si è visto. Io ho sempre vissuto la politica come servizio, non come carriera.
Il brivido del ballottaggio e il secondo mandato

Il secondo mandato fu molto diverso dal primo?
Sì, molto diverso anche dal punto di vista personale. Il vero momento in cui ho percepito che la mia vita stava cambiando fu la notte delle primarie del 13 dicembre 2009. Lì ho capito che per cinque o dieci anni sarebbe cambiato tutto. Nel 2015 invece ero già dentro quell’esperienza, quindi affrontai la campagna elettorale con uno spirito diverso, quasi più leggero.
Eppure furono elezioni molto combattute, con il primo ballottaggio della storia recente di Faenza.
Sì, certamente avrei evitato volentieri il ballottaggio. Però non vivevo quella fase con particolare preoccupazione. Forse anche perché ero preso da un’altra sfida personale.
Quale?
Il 31 marzo 2015, quando si aprì ufficialmente la campagna elettorale, decisi di preparare la 100 chilometri del Passatore. Io sono fatto così: ho sempre bisogno di mettermi alla prova, di sfidare il limite. Per due mesi mi allenai tutte le mattine alle cinque, andando a correre prima delle giornate di campagna elettorale. Arrivai alla sera del primo turno che facevo fatica a camminare.
Quelli furono anche anni di forte cambiamento politico. Populismi, crisi dei partiti, contestazione dei “costi della politica”…
Sì, ma quei segnali erano già presenti nel 2010. A Faenza c’era già il movimento Fatti Sentire, che poi sarebbe confluito nel Movimento 5 Stelle. Il tema della fine dei partiti tradizionali e della rappresentanza politica era molto forte. Anche i provvedimenti sul taglio delle indennità degli amministratori o il limite dei mandati nascevano da quel clima.
Da sindaco come visse quella stagione?
Dovemmo fare i conti con un cambiamento molto profondo del rapporto tra cittadini e politica. La sfiducia verso le istituzioni cresceva e il sindaco diventava sempre più una figura esposta direttamente.
Il secondo mandato però coincise anche con un graduale miglioramento della situazione economica.
Sì. Dal 2016 in avanti le rigidità della spending review iniziarono lentamente ad allentarsi. Inoltre cominciavano a vedersi gli effetti positivi dell’Unione della Romagna Faentina. Gli ultimi anni del secondo mandato furono meno pesanti rispetto ai primi.
Gli ultimi anni e la gestione delle emergenze: Lotras e pandemia

Poi arrivarono però nuove emergenze: l’incendio della Lotras e soprattutto la pandemia.
Sì, e lì il ruolo del sindaco cambia completamente. Ma secondo me il cambiamento del sindaco come figura pubblica era iniziato già con Enrico De Giovanni. Lui ha tracciato una strada: il sindaco non può stare chiuso nel palazzo. Con l’elezione diretta devi stare in mezzo alla gente, perché i voti te li vai a conquistare uno per uno.
E nelle emergenze questo aspetto diventa ancora più evidente.
Assolutamente. Il sindaco è autorità di protezione civile. Io non ho più spento il telefono dal giorno dell’elezione fino alla fine del mandato. Le emergenze, spesso, arrivano di notte: la Prefettura non chiama il dirigente, chiama il sindaco.
Che ricordo ha dei mesi del lockdown?
Molto forte. Ricordo la paura della gente. I primi morti a Faenza. Le famiglie che mi chiamavano disperate chiedendo aiuto. C’erano persone terrorizzate dall’ignoto. Vedevano le immagini di Bergamo e pensavano: “Qui cosa succederà?”.
E contemporaneamente anche tensioni molto forti.
Sì. C’era chi pretendeva di sapere dove abitavano le persone contagiate o i primi morti. Oppure chi filmava i vicini per denunciare presunte violazioni dei Dpcm. Sono stati mesi molto duri anche dal punto di vista umano.
In quegli anni cambia anche il modo di comunicare di un sindaco.
Io gestivo personalmente la mia pagina Facebook. E lo facevo fino a notte fonda: non andavo a dormire senza aver letto messaggi e commenti. Era una fatica enorme.
Però era anche un rapporto diretto con la città.
Sì, e la gente se ne accorge. Capisce se dietro la comunicazione c’è una persona o una struttura professionale. Però era diventato davvero pesante. Il 24 settembre 2020 mi sono oscurato da Facebook e oggi vivo serenamente nell’”anonimato” social.
Se dovesse scegliere una parola per raccontare i suoi dieci anni da sindaco?
Servizio. Per me l’impegno politico deve essere servizio. Non può essere una scalata di potere. E forse il fatto di avere già un mio lavoro mi ha aiutato a sentirmi libero: sapevo che finito il mandato non avrei avuto il problema di come vivere.
Verso Faenza 2030
Guardando alla Faenza di oggi, qual è secondo lei la domanda più profonda che la città pone alla politica?
La sicurezza. Ma intesa a 360 gradi. Sicurezza non è solo ordine pubblico: è sicurezza del lavoro, sicurezza sociale, sicurezza idrogeologica. E tutte queste dimensioni stanno insieme.
L’alluvione ha cambiato questa consapevolezza?
Profondamente. Quando ero sindaco il rischio idrogeologico non era percepito come oggi. Gli investimenti sui fiumi erano molto limitati e spesso anche fare una semplice pulizia del Lamone diventava una battaglia burocratica incredibile.
Oggi vede un cambio di passo?
Sì. Vedo una maggiore consapevolezza. E vedo anche opere importanti. Penso, ad esempio, alla vasca di laminazione di via Cimatti: è il segno di un Comune che prova a fare la propria parte anche oltre le competenze strette.
Nel 2026 ricorrono gli 80 anni delle prime elezioni amministrative democratiche del dopoguerra. Come vede il futuro politico della città?
Ero molto preoccupato per la crescente disaffezione al voto. Per questo il ritorno di partecipazione che si è visto recentemente con il referendum sulla giustizia mi dà speranza. E guardando ai giovani candidati di questa tornata elettorale vedo persone motivate. Oggi non è scontato trovare giovani che vogliono impegnarsi in politica. Per questo guardo al futuro con fiducia.
Samuele Marchi














