Cinquant’anni fa il terremoto del Friuli, triste e drammatico evento di quel 6 maggio 1976 e anni a seguire. Perché dopo le scosse, ci fu tutta la fase della ricostruzione. Evento che merita un ricordo attraverso uno dei tanti protagonisti anche da parte di Faenza. “Io sono uno dei tanti ”, ci dice Giandomenico Sacchini, residente in via Laghi, parrocchia di San Giuseppe, noto come ‘Giando’. “In primis, nelle persone da ricordare desidero metterci don Dionisio Vittorietti, il nostro piccolo ma grande prete”. All’epoca don Dionisio infatti era parroco di San Giuseppe.
Il gemellaggio con Cergnieu e il sostegno alla famiglia di Gino con una casa

La notizia si diffuse subito attraverso Radio e tv. “Un insieme di emozioni che si trasferirono in ambito parrocchiale in occasione del primo incontro del gruppo famiglie. Lì nacque il forte desiderio di portare un aiuto concreto a questi nostri fratelli friulani. Sapemmo che già esisteva la Caritas nazionale e che alla Diocesi di Faenza era stata assegnata in gemellaggio la località Cergnieu, comune di Nimis, Udine. In parrocchia emerse il desiderio di fare una casa, mentre la Diocesi aveva già provveduto a costruire un prefabbricato uso Centro sociale. Come parrocchia a San Giuseppe c’era il desiderio di aiutare una famiglia. Sai, … San Giuseppe artigiano, falegname, casa in legno, – precisa Giando – perché no!”.
Dopo i primi contatti con parrocchia di Cergnieu, loro scelsero Gino e Irene, con i figli Giovanni e Loredana di circa 6 e 4 anni. Dopo un periodo di progettazione sommaria e acquisizione materiali (gratis da Carlo di Villa del Legno di corso Mazzini), “ci organizzammo e nel cortile della parrocchia iniziamo a realizzare questo nostro sogno l’11 settembre 1976. Io, Stelio e Mauro. Ma proprio quel giorno – aggiunge Giando – avvertimmo bene anche a Faenza l’eco della seconda scossa. Tremenda! Questo incentivò e accelerò il nostro impegno. E tutte le sere, dopo il lavoro, eravamo lì. Finita tutta con legno grezzo, verniciata e montata, fu benedetta dal vescovo monsignor Marino Bergonzini alla presenza di Gino, l’assegnatario. Momento bello ma triste per la morte sul lavoro, il giorno prima 23 ottobre, di Ettore, manutentore Ferroviario”. Nel ponte dei santi la casetta fu trasportata, montata (furono circa sette-otto i faentini andati con mezzi propri) e consegnata alla famiglia. Erano 5,5 metri x 5,5 più veranda. Trasporto gratuito su camion grazie a Romolo Francesconi. “Pronti a ripartire, sul parabrezza delle auto ci trovammo un messaggio: ‘Il Friùl us ringrazia di cùr, e non dismentée’ (Il Friuli ringrazia e non dimentica)”.
Attorno a quelle casette si costruiva una comunità attenta agli ultimi

Questo segnò l’inizio di una ‘turbolenza’ (in senso buono) parrocchiale. A partire da una maggiore attenzione verso gli anziani; “poi il parroco aveva invitato fra noi anche padre Giorgio Nonni. In mezzo alle famiglie tutto questo sensibilizzò maggiormente verso il prossimo. Al di là della casetta, tutto questo fu molto bello. Pian piano cresceva un clima comunitario”.
Lavoro, impegno e perseveranza portarono a realizzare quel nostro sogno a inizio novembre. Da allora la famigliola ebbe a disposizione una casa. “E sono iniziati rapporti veri con quella comunità. Sono seguiti diversi viaggi per portare gente a vedere sul posto l’opera realizzata. E decidemmo di intitolare la casetta a Martini, l’amico operaio morto. E maturò pure la volontà fortissima di realizzare qualcosa anche per gli anziani di lassù: una casa in muratura. Nonostante diversi pareri contrari, iniziammo la preparazione per operare in autonomia. A cominciare da ‘Pullman amico’ – continua Giando -. Andai al deposito comunale di Faenza. Trovai due pullman pronti alla demolizione. Il Comune ci donò uno dei mezzi al costo deliberato di una lira. Iniziammo subito la trasformazione in ‘camper’. Nove cuccette, spazio cucina, dispensa, e sopra un serbatoio per acqua in vetroresina”.
Una casa per anziani, 57 viaggi andata e ritorno in due anni
La casetta la si pensò sui ruderi di una casa crollata dietro la chiesa. Si progettarono due mini appartamenti per anziani. Il sindaco, visto il progetto, diede il via senza troppa burocrazia. “Iniziai a scrivere il diario della speranza dal 21 aprile 1979, col picchettaggio del terreno. Idea scaturita a Castelnuovo (casa per anziani sopra Brisighella) nell’estate 1978, e proseguimmo allargando l’idea a tutti i faentini, e il modellino di quella costruzione venne esposto in piazza sotto l’albero di Natale del 1978. Alla fine sono stati circa 200 i faentini coinvolti. Muratori, imbianchini, e anche qualche signora in cucina”.
Si partiva alle 2/3 del mattino del sabato e si tornava la sera della domenica. Nove persone ogni volta, Giando al volante che precisa: “Tutti viaggi da paura … Io ho avuto il privilegio di essere sempre al volante: sono state 57 andate con ritorno in due anni, inverno escluso. Da aprile a ottobre. In questo caso la Provvidenza ci ha aiutati. Anche se col senno di poi …”. Da non dimenticare Stelio, capo mastro, … che si occupò del tetto, ma prima aveva detto: “a si met, ma se si parte io ci sono”. Si lavorò tutta l’estate 1979 e a inizio ottobre sul diario: “il cantiere è chiuso. Grezzo e tetto”. Arrivederci! Mandì! Col pensiero di ritornare a Cergnieu in primavera.

Le ditte Gattelli e Laterizi Adriatica di Russi, regalarono un solaio ciascuna; la ditta Zamosa (Zannoni Morini Sangiorgi) di Faenza fornì le pietre, la betoniera e la casa matta, il legname e le tegole. Prese da una demolizione, pietre e tegole furono portate a san Giuseppe, scalcinate, e poi portate su in Friuli.
Un’avventura vera e propria che venne in parte ripetuta per il terremoto dell’Irpinia, 23 novembre 1980.
Giulio Donati














