Prosegue la nostra rubrica dedicata all’analisi delle elezioni comunali di Faenza. Gabriele Albonetti è stato presidente della Provincia di Ravenna e poi deputato dal 2001 al 2013. Fu segretario di Veniero Lombardi, l’unico sindaco comunista di Faenza, in carica dal 1975 al 1981. Albonetti ha curato diverse pubblicazioni di storia locale. Con lui approfondiamo la stagione politica di Veniero Lombardi alla guida della città.
Intervista a Gabriele Albonetti

Albonetti, ha vissuto fianco a fianco con Veniero Lombardi, di cui ha anche raccontato la vicenda biografica. Quale fu l’elemento fondamentale che permise al primo sindaco comunista di conquistare la città, che per oltre trent’anni – e anche prima – era stata amministrata dalla Democrazia Cristiana?
Lombardi diventò sindaco al culmine di una prorompente ascesa del Pci in una città che era stata prevalentemente “bianca”, cioè egemonizzata da una Democrazia Cristiana interclassista, pervasiva e fortemente strutturata in tutti i gangli vitali della società faentina. Ventiquattro furono i punti percentuali recuperati in quindici anni (dal 1960 al 1975) dal PCI sulla DC: una crescita prima lenta e graduale poi diventata irrefrenabile negli anni dal 1968 a tutti gli anni Settanta. Determinante fu la grande attenzione di Lombardi al dialogo con il mondo cattolico che, dopo la conclusione del Concilio Vaticano II, era pervaso da profonda inquietudine e alla ricerca di nuovi riferimenti politici e culturali nel tentativo di abbandonare il totem dell’unità politica dei cattolici. Egli fu dal 1963 segretario comunale del suo partito, poi, dal 1965 anche segretario della zona (il Comprensorio dei Comuni limitrofi). Nel 1970 era stato eletto Consigliere regionale, nella prima legislatura di questo ente, e in quella veste aveva potuto anche presentarsi ai faentini come una figura istituzionale e non solo di partito, un interlocutore per molti anche non immediatamente vicini al Pci. Il sorpasso del PCI sulla DC era già avvenuto alle elezioni provinciali del 1973 e l’aria nuova si era consolidata con il successo, anche a Faenza, dei NO nel referendum sul divorzio nel 1974. Quando nelle elezioni comunali del 1975 il Pci conquistò a Faenza oltre il 40% dei consensi, con 17 consiglieri, superando la Dc di più di 2.000 voti, era abbastanza naturale che colui che aveva guidato il partito nella grande traversata verso questa affermazione fosse individuato come Sindaco della città a capo di una Giunta formata da comunisti e socialisti.
Quale l’eredità materiale e politica che Lombardi ha lasciato alla città di Faenza?
L’eredità materiale la si può ritrovare nel cambiamento strutturale della città, nei nuovi asili e nelle nuove scuole che furono realizzati, nelle nuove aree produttive che accolsero decine di insediamenti artigiani e produttivi, nella realizzazione del nuovo Peep in zona Cappuccini che consentì di avere centinaia di abitazioni a prezzi accessibili, nella diffusione e rafforzamento di servizi sociali e sanitari, nello sviluppo degli spazi verdi urbani, nel rilancio della funzione culturale ed economica della ceramica d’arte e del Museo Internazionale delle Ceramiche che partì con Lombardi e proseguì con Boscherini, De Giovanni e Casadio, trasformandolo da Ente Morale a Istituzione e incominciando a investirvi decine di miliardi di lire.
Ma l’eredità genetica si riverbera oggi nello spirito di una città che, dopo essere stata per molta parte del Novecento una città gracile nelle dinamiche di sviluppo industriale, contrastate spesso dal persistere di una arretratezza dei rapporti nel mondo agrario fra padronato, mezzadria e bracciantato, mostra uno spirito di comunità avanzato con un florilegio di attività imprenditoriali, tecnologiche, culturali e artistiche che ne fanno una città tutt’altro che provinciale, con molti giovani manager, tecnici e ricercatori, che da tutto il mondo vengono a Faenza, vi restano e favoriscono il diffondersi di un’idea di città aperta.
E l’eredità politica?
Fu anch’essa significativa perché il dialogo di Lombardi con il mondo cattolico è alla radice dei futuri sviluppi nei rapporti fra gli eredi del Pci e la parte più progressista degli eredi della Dc che portarono, in Italia nel 1996 ma a Faenza già nel 1994, alla realizzazione della coalizione dell’Ulivo prodiano e, nel 2007, alla nascita del Pd che è oggi di gran lunga il primo partito faentino. Se questo dialogo e incontro non fosse avvenuto fin dall’epoca di Lombardi, oggi Faenza, che era stata da sempre una città moderata e un po’ conservatrice, sarebbe nelle mani della Destra meloniana e leghista. Questo è un dato di fatto storico indipendente dal giudizio che si voglia dare sui protagonisti in campo.

Nel 1981 il PSI abbandona l’alleanza con il PCI e venne eletto sindaco Giorgio Boscherini, con il sostegno della DC. È l’epoca dell’avanzata socialista, che si coronerà nel 1983 con l’arrivo di Craxi al governo. Quali furono le ragioni politiche che portarono al pentapartito (sarebbe più corretto dire quadripartito) anche a Faenza e alla fine dell’esperienza del PCI al governo della città? Fu quella una sconfitta per il PCI?
Sì, fu una sconfitta politica per il Pci, non determinata da una sconfitta elettorale, dato che i comunisti conquistarono un numero di voti, il 41,8%, che rappresentò il massimo storico di quel partito: ebbero 18 consiglieri su 40 che però non bastarono a garantire la prosecuzione della Giunta di sinistra. Il successo straordinario era certamente merito di Lombardi e del gruppo dirigente che lavorò al suo fianco, dato che nel resto del Paese e anche nei comuni della Provincia il PCI aveva perso voti e seggi. Questo rese difficile e impopolare accettare la rivendicazione socialista di avere il sindaco: la trattativa si prolungò per un anno e mezzo, i rapporti si irrigidirono, e il PCI si trovò isolato e logorato di fronte all’accordo intervenuto fra gli altri partiti che riportò la DC, il PRI e il PSDI al governo della città con un sindaco socialista. C’è da dire che anche a livello nazionale era cambiata l’aria dopo l’assassinio di Aldo Moro e la fine della solidarietà nazionale, con un PSI craxiano sempre più corsaro e una Dc ritornata nelle mani delle sue correnti di destra. Avrebbe potuto andare diversamente se si fosse ceduto alla richiesta socialista di avere il sindaco? Sì. Sarebbe durata? Non credo.
Nel 2026 festeggiamo 80 anni di elezioni comunali libere e democratiche. Quali sono le prospettive politiche dei prossimi dieci anni nella città di Faenza?
Certamente nel 1946, anno delle prime elezioni amministrative del dopoguerra, dopo quasi vent’anni in cui il Sindaco-Podestà veniva nominato dal regime fascista, si respirò un’aria di libertà: lo testimoniano i comizi in piazza partecipati da migliaia di persone di cui conserviamo le immagini. Oggi sembra esserci una certa stanchezza nella partecipazione politica ed elettorale determinata probabilmente dalla crescente sfiducia nella democrazia come sistema capace di cambiare la vita delle persone. Il mondo è in subbuglio e l’incertezza sul futuro regna sovrana: è il segno della crisi dell’Occidente e dell’Europa che rispondono alle sfide del mondo nuovo con vecchi arnesi e ideologie usurate e, come diceva Gramsci, in questo chiaroscuro nascono i mostri. È un quadro che non consente di fare previsioni sulle prospettive. Io penso che, almeno per i prossimi anni la partita politica faentina si giocherà ancora fra fautori di una città aperta e inclusiva e rivendicazioni di nuove chiusure localistiche che trovano terreno fertile nel malcontento alimentato dagli effetti della crisi climatica e della crisi dello Stato sociale. Vincerà ancora e governerà la città chi pur mantenendo aperta la città saprà anche piegarsi sulle sofferenze umane dei cittadini, comprenderle e indirizzarle illuminandone il sentiero verso obiettivi realistici e sfide nuove.
Mattia Randi














