Sorprenderci davanti a come si muove il presidente americano Donald Trump è un’impresa ormai passata alla storia: ad essere obbiettivi ci siamo abituati a vederne un po’ di tutte. Questa forse ci aiuta a stupirci ancora una volta, nonostante tutto.
In sintesi, il presidente ha ordinato alla propria amministrazione di garantirgli l’immunità completa dai reati fiscali.

Il Dipartimento di Giustizia ha stabilito un accordo con Donald Trump per risolvere la causa da dieci miliardi di dollari che il presidente aveva intentato a titolo personale contro l’Internal Revenue Service, IRS, l’agenzia governativa deputata alla riscossione dei tributi negli Stati Uniti d’America, che stabilisce l’impossibilità per l’IRS di promuovere in futuro azioni legali contro il presidente, la sua famiglia o le sue aziende per precedenti problemi fiscali.
Il documento firmato dal procuratore generale ad interim Todd Blanche (il Ministro della Giustizia americano, che tra le altre cose è un ex avvocato di Donald Trump stesso) stabilisce che il governo federale è per sempre escluso e impedito di perseguire o avviare reclami o indagini derivanti da questioni pendenti presso l’IRS, comprese le dichiarazioni dei redditi presentate da Trump prima del raggiungimento dell’accordo. La clausola si applica non solo a Trump, ma anche alla sua famiglia, ai suoi trust, alle sue società e ad altri soggetti affiliati.

Lo scandalo dei 750 dollari e l’accordo miliardario

Durante il primo mandato di Trump un collaboratore esterno dell’IRS, Charles Littlejohn, aveva recuperato le dichiarazioni dei redditi del presidente e le aveva passate al New York Times e ProPublica, una redazione giornalistica indipendente e senza scopo di lucro che produce giornalismo investigativo di forte impatto etico. Altri presidenti non avevano avuto alcun problema a pubblicare le dichiarazioni dei redditi, ma Trump si era sempre rifiutato. Ne erano usciti degli articoli da cui si scopriva che Donald aveva pagato 750 dollari di tasse nel 2016, anno della sua prima elezione, e nulla per dieci dei quindici anni precedenti, perché aveva sostenuto di aver perso più soldi di quanti ne avesse guadagnati. La risposta di Trump non si era fatta attendere: una causa all’IRS, perché non aveva protetto abbastanza la sua privacy, chiedendo il pagamento di danni per dieci miliardi di dollari.

Ora la causa si è conclusa, con una serie di accordi – compreso un fondo da quasi due miliardi di dollari, finanziato con i soldi dei contribuenti, per compensare persone che sostengono di essere state vittime dell’uso politico della giustizia, ad esempio gli assalitori del Congresso il 6 gennaio 2021 – tra cui l’immunità fiscale a vita per il presidente, la sua famiglia o le sue aziende per precedenti problemi fiscali. In altre parole il presidente ha ordinato alla propria amministrazione di garantirgli l’immunità completa dai reati fiscali.

La lezione di Havel

L’ex capo dell’Internal Revenue Service John Koskinen ha commentato al Wall Street Journal: “Lui becca i soldi da distribuire tra i suoi amici e alleati, e anche l’immunità da qualsiasi revisione o accertamento fiscale. Questa gente non ha davvero limiti riguardo alle cose su cui cerca di farla franca”. Se non fosse la pura verità, si potrebbe pensare che si tratta dello spunto per una serie televisiva di fanta-politica, un House of Cards dalle estreme conseguenze. Forse conviene rileggersi il libro di Vaclav Havel, prima dissidente perseguitato e poi Presidente della Repubblica Cecoslovacca nel 1989: “Il potere dei senza potere”, coedizione La Casa di Matriona – Itaca.

“La politica non può essere solo l’arte del possibile, ossia della speculazione, del calcolo, dell’intrigo, degli accordi segreti e dei raggiri utilitaristici, ma piuttosto deve essere l’arte dell’impossibile, cioè l’arte di rendere migliori sé stessi e il mondo”.

Tiziano Conti