Caro direttore, ho letto con un misto di stupore e divertimento l’accorato appello del WWF Ravenna contro la realizzazione della nuova palestra a Faenza. Pare che 1.200 metri quadrati di cemento, destinati a un servizio pubblico, siano diventati improvvisamente l’apocalisse ambientale della Romagna. Benvenuti nel mondo reale, verrebbe da dire, o forse sarebbe meglio dire: “ben svegliati”.
Vedere il WWF che oggi grida allo scandalo per il “prato del Seminario” fa sorridere se si guarda alla storia recente della nostra città. Dove erano questi paladini del filo d’erba quando venivano cementificati ettari su ettari a due passi dal centro? Parliamo di numeri, quelli che non mentono mai. Non ricordo barricate del WWF quando per il quartiere San Rocco si dava il via libera a un’urbanizzazione da 8,5 ettari (85.000 mq). E che dire della zona di via Fornarina? Tra “Fornarina di Sopra” e “Fornarina di Sotto”, abbiamo visto sparire sotto il cemento oltre 145.000 metri quadrati di suolo per far posto a centinaia di appartamenti. Lì i metri quadri non si contavano a centinaia, ma a decine di migliaia. Eppure, a memoria d’uomo, il silenzio degli ambientalisti è stato assordante.
Forse il cemento delle speculazioni immobiliari o delle aree commerciali è più “ecologico” di quello di una palestra scolastica? Oggi ci si scandalizza per 1.200 mq — una goccia nel mare di una provincia, quella di Ravenna, che brilla ai vertici nazionali per consumo di suolo — ma si taceva davanti a lottizzazioni monumentali. Poi arriva il magico mantra della “rigenerazione urbana”. Bellissima parola, ci si riempie la bocca nei convegni. Ma per rigenerare servono spazi adeguati e costi sostenibili. Trasformare un vecchio rudere in una palestra moderna e antisismica spesso è un’utopia tecnica o un salasso economico.
La realtà è semplice: ai nostri giovani servono spazi per lo sport e servono ora. Opporsi a un servizio pubblico dopo aver assistito muti all’urbanizzazione selvaggia di interi quartieri sa tanto di ambientalismo “a intermittenza”. Meno ideologia e un po’ più di onestà intellettuale non guasterebbero. Anche perché, a forza di dire di no a tutto in nome del prato (mentre altrove si costruivano palazzi), rischiamo di restare con l’erba alta, ma senza un posto dove far crescere e allenare i nostri figli.
Un lettore affezionato (e con la memoria buona).
Andrea Rava – Faenza














