La tregua per la Pasqua ortodossa proposta dal presidente russo Putin, una vera novità nella gestione del conflitto con l’Ucraina, ci racconta innanzi tutto il bisogno di lanciare qualche segnale rispetto alla narrazione avvenuta fino ad oggi: Putin non sa come fare a vincere una guerra che non può perdere.
Quando la Russia ha iniziato l’invasione del territorio dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022 aveva come obiettivo dichiarato il cambio di regime a Kiev (la famosa denazificazione), la smilitarizzazione dell’Ucraina, la privazione della sovranità, la trasformazione in uno Stato governato direttamente da Mosca (come la Bielorussia), l’annessione del Donbas e la ricostruzione di una sfera d’influenza russa nell’Europa orientale. Oggi la Russia non ha raggiunto nessuno di questi obiettivi, con costi crescenti e sempre meno sostenibili, senza più alcuna capacità di invertire la traiettoria. Su ogni singolo parametro che Putin aveva fissato, la Russia è più lontana dal successo oggi che nel febbraio 2022.
Il governo Zelensky è ancora al suo posto: sintomatico quanto accadde la settimana successiva all’invasione. Putin chiese la sollevazione dei militari ucraini, affermando che i dirigenti politici erano scappati all’estero: pensava che fosse tutto finito e l’Ucraina già piegata. Invece Zelensky apparve con un video girato in piazza a Kiev con alcuni ministri del governo: la strategia del blitz era già annullata e da allora sono passati quattro anni e le cose sono al punto di partenza, tranne morte e distruzione.
Ora Zelensky ha appena firmato accordi di difesa decennali con tre monarchie del Golfo Persico. L’esercito ucraino, che doveva essere smilitarizzato in pochi giorni, produce 7 milioni di droni all’anno e infligge all’invasore le perdite mensili più alte dall’inizio del conflitto. L’integrazione occidentale che Mosca voleva bloccare è più avanzata che mai: l’Ucraina è candidata all’adesione all’Unione Europea, ha aperto fabbriche di armamenti in Regno Unito, Germania, Danimarca e Polonia, e oltre 200 esperti anti-drone ucraini sono oggi dispiegati in Medio Oriente per addestrare le forze armate di Paesi che fino a ieri compravano esclusivamente armi americane.
E il costo pagato per questo fallimento strategico è senza precedenti nella storia militare russa dal 1945 in poi. Secondo le stime dell’Economist (settimanale di attualità britannico d’informazione politico-economicatra i più autorevoli), le perdite russe complessive si collocano tra 1,1 e 1,4 milioni tra morti e feriti. Un russo su venticinque nella fascia fra i 18 e 49 anni è ferito o deceduto.
A marzo 2026, le perdite hanno raggiunto le 35.000 unità in un solo mese, il dato più alto dall’inizio dell’invasione, e da quattro mesi consecutivi il tasso di perdite supera la capacità di reclutamento: l’esercito russo si sta riducendo mentre combatte. Con l’arrivo del bel tempo, Mosca ha ordinato l’inizio della campagna offensiva primaverile-estiva. Tuttavia, le aspettative di una svolta rapida si sono dissolte nel giro di pochi giorni.
Il 18 marzo, lo Stato maggiore ucraino ha registrato 1.720 soldati russi uccisi e feriti in un solo giorno. Il giorno successivo, 1.520, il 20 marzo, 1.610. In tre giorni di operazioni offensive, l’esercito russo ha perso circa 5.000 uomini, l’equivalente di una settimana di reclutamento, senza ottenere avanzamenti significativi.
Eppure, la Russia continua a reclutare, su base volontaria l’Economist ha introdotto il concetto di “deathonomics”, un’economia della morte: lo Stato compra il consenso sociale attraverso pagamenti enormi. Il bonus alla firma ha raggiunto circa 15.000 euro. Lo stipendio annuo di un soldato arruolato può essere cinque volte lo stipendio medio russo. Se il soldato muore, la famiglia riceve circa 25.000 euro. È un contratto sociale perverso: il soldato muore, la famiglia migliora le sue condizioni finanziarie, la società evita la coscrizione generale.
Una triste e dolorosa storia, parte di tutte le tragedie che oggi siamo costretti a vedere in ogni parte del mondo. Ci basti osservare che domenica 12 aprile Trump ha così definito Papa Leone: “È un debole sulla criminalità e pessimo sulla politica estera”.
“Asinus in cathedra”, avrebbero detto i latini, e il riferimento non sarebbe a quella di San Pietro.
Tiziano Conti














