“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.” Sono le parole di Pietro Calamandrei, ex membro dell’Assemblea Costituente Italiana, che possono definire innanzitutto il “viaggio della Memoria”, che i giovani di Tredozio hanno percorso e restituito alla comunità intera, sabato 25 aprile scorso, 81° anniversario della Liberazione.
Sabato scorso i ragazzi di Tredozio, animando la manifestazione: È festa d’aprile, secondo il verso di una canzone, che evoca la Festa della Liberazione, hanno testimoniato che la Liberazione è di tutti, ma soprattutto hanno avverato che appartiene ai giovani. La comunità tredoziese, in questa bellissima giornata primaverile, infatti, ha commemorato Luigi Cesare Bonfante, a tre anni dalla morte, con la presentazione della riedizione della sua monumentale opera memorialistica: La guerra nelle mie valli, a vent’anni dalla prima, da tempo esaurita. E ha ricordato pure Jacopo Vespignani, commissario prefettizio di Tredozio prima del passaggio del fronte bellico sulla Linea Gotica, quindi sindaco provvisorio, nominato dal comando alleato, su suggerimento del Comitato di Liberazione, durante il passaggio del fronte, e a seguire primo sindaco democraticamente eletto in epoca repubblicana, a maggioranza assoluta, senza soluzione di continuità, caso unico in Italia, a riprova della sua eccezionale statura morale, riconosciuta a livello istituzionale e politico.
Che i ragazzi abbiano dato voce alla Memoria, è un segnale di grande speranza, perché nonostante i buoni propositi, sembra che la parola “Liberazione” si stia, piano piano, consumando e stia perdendo il suo vero significato. Per gli adolescenti e per i giovani di oggi, la generazione Z, connotata da una frattura intergenerazionale antropologica, i fatti che la memoria storica ci impone giustamente e coscienziosamente di ricordare, non sono più così incisivi perché troppo lontani, quasi astratti. E’ fondamentale che, partendo da ciò che è accaduto, le nuove generazioni ridefiniscano cosa significa per loro “essere liberi”; devono meditare sul fatto che la libertà non si è persa tutta in una volta, ma è stata vittima dell’indifferenza, dell’abitudine, della rinuncia a capire ciò che stava succedendo: la perdita della libertà avviene perché si smette di esercitarla. La scoperta più grande fatta in quei mesi di lotta durante la guerra di Liberazione è stata l’importanza della partecipazione: per cambiare il mondo bisognava esserci. Questo è stato il motivo che ha fatto abbracciare ai giovani l’impegno politico: la convinzione che esserci è una parte costitutiva della democrazia, senza partecipazione non c’è democrazia e il Paese potrebbe andare nuovamente allo sbando. Ecco la chiave di volta: la libertà non è solo ciò che è stato ottenuto, è ciò che ogni giorno diamo per scontato e non difendiamo.
La generazione Z, senza più nonni e testimoni della Resistenza, comprende chi è alla soglia dei trent’anni, i minorenni e i neo maggiorenni. In questo ampio spettro di età cambiano i linguaggi, le priorità, i modi di concepire il mondo. Ma c’è un elemento che li accomuna: sono la generazione che, in gran parte, non ha più un legame diretto con i testimoni della Resistenza. Niente racconti dei nonni partigiani, niente memoria familiare immediata. Il 25 aprile, per molti, non è qualcosa di ereditato: è qualcosa che va ricostruito al di là delle rivendicazioni e degli attacchi della politica che ne ha fatto uno specchio, dove ognuno si guarda e vede ciò che vuole. Il punto è la libertà, che non è un regalo, ma una conquista.
I giovani del 2026, per quali cause combatterebbero? Molti sono sinceri e nei sondaggi dicono che non avrebbero rischiato la vita: le imprese e gli atti eroici compiuti dai partigiani sono visti e considerati davvero fuori portata, parossistici, paradossali, estremi e lontani dalla realtà. Molti ragazzi però si dicono pronti a lottare per difendere un amico, per essere presi sul serio dagli adulti, per riuscire a ridimensionare le aspettative degli altri e vivere più serenamente. Sono pronti a mettersi in gioco al fine di ottenere ambienti meno tossici (social, gruppi, relazioni), per avere concrete possibilità di salvare l’ambiente. Le battaglie dei giovani di oggi non sono paragonabili a quelle dei partigiani, ma ogni generazione affronta le sfide del proprio tempo: ieri contro l’oppressione armata, oggi contro altre forme di ingiustizia. Non è una questione di essere “come prima”, ma di restare fedeli agli stessi ideali, in modi diversi, e ricordarsi che “I semi viaggiano con il vento e prima o poi trovano la terra e germogliano”
Che cosa saremmo senza quell’esperienza? Come la mettiamo con la libertà? Queste domande si sono evidentemente ricapovolte, e soprattutto i tredoziesi più giovani che non hanno partecipato alla Liberazione e ne conservano una memoria soltanto indiretta, le hanno nuovamente sentite rivolte a sé stessi. Per Daniela Lucangeli, scienziata e docente di Psicologia dello sviluppo, all’Università di Padova, molti rapporti tra le generazioni potrebbero cambiare se ci fosse il coraggio di guardarsi negli occhi e dirsi con autenticità ciò che si prova davvero. Spesso non servono grandi discorsi: basta una frase sincera per far sentire all’altro che conta ancora. Spesso, infatti siamo così presi da noi stessi, da non accorgerci della sofferenza degli altri, come se avessimo smesso di donarci senza aspettare nulla in cambio. Eppure sono proprio le emozioni che continuano, giorno dopo giorno, a farci sentire vivi, permettendoci di rimanere ancora umani, senza mai divenire persone insensibili ed incapaci di dare amore.
Ma ascoltiamo le parole di Bonfante, dal suo racconto inedito, intitolato Jacopino, e presentato sabato scorso, da Alessio Sangiorgi ed Elisa Schiumarini, curatori della riedizione della sua opera La guerra nelle mie valli; le stesse che hanno ascoltato i nostri ragazzi e che attraverso lo spettacolo da loro messo in scena, hanno dato voce alla Memoria: “[…] “Anche stavolta ce l’ha fatta!” commenta mio babbo. Chi è quell’uomo, che altre volte ho visto scendere o risalire la Collina tra il fumo delle cannonate? È Jacopino Vespignani della Collina, Commissario prefettizio a Tredozio che, incurante dei pericoli, va quasi ogni mattina da casa sua in Municipio ad arrabattarsi dinanzi alle mille necessità di una comunità nel vortice della guerra: i viveri che scarseggiano, i feriti, i morti, gli sfollati, le case del Borgo e i ponti, tutti minati, che stanno per saltare, i tedeschi che pretendono dal Comune (ma più spesso prendono senza tanti complimenti), le necessità derivanti dall’ammassamento di gente in ambienti chiusi ed umidi come le cantine e le stalle, i medicinali che mancano. Jacopino affronta i tedeschi, va nelle cantine a rincuorare la gente, s’interessa per i viveri (alla Collina ne ha costituito un deposito per le popolazioni di Tredozio e di Lutirano), tornandosene, quando può, a casa sua. Ero un bambino, allora… […].”
I ragazzi, dunque, hanno dato voce alla Memoria, e si sono pure divertiti, e certo, non in senso banale. Se è vero che l’arte non ha figli, solo servitori, è vero altresì che la bellezza va protetta ma anche consumata. Si fa uno spettacolo se ci si diverte. Il teatro è presenza e fa riscoprire la comunità. Bisogna crescere umanamente per dare qualcosa al pubblico, anche se un tempo il rapporto, l’approccio con il pubblico era più semplice e riempire il teatro parrocchiale di San Michele, a Tredozio, era più facile. Oggi invece una potente cultura visiva, che non copia più la realtà, ma la sostituisce, pone nuove domande di tipo antropologico ed epistemologico, cioè conoscitivo.
Il teatro, che è la madre di tutte le arti, è per tutti, ed è una forma antimodaiola di educazione sociale: enfatizzando la recitazione, attraverso il personaggio, la maschera, la scena, educa alla capacità introspettiva, alla dialettica, all’immedesimazione, alla misura. Mediante il senso della situazione, la composizione di luogo, insegna a sorridere, a commuoversi, a pensare. A rispettare e riconoscere le storie, le vicende, le parti, i ruoli, i tempi, le voci, i suoni; e dovrebbe essere inserito nelle scuole, nei processi di formazione: i giovani che provengono dalla ruvidezza del Rap, anche attraverso questa forma espressiva postmoderna, in realtà hanno voglia di teatro. Si tratta solo di educere questa voglia, ed essa troverà casa, anche nei piccoli paesi di montagna, dove già l’aspro scenario dal lirismo naturale è in grado di riprodurre ancora la complessa atmosfera degli anni del passaggio del fronte.
“Cari ragazzi”, sembra aver sussurrato Mimmi – così come tutti chiamavano familiarmente l’avvocato Bonfante in paese – ai giovani tredoziesi che, introdotti informalmente dal sindaco Ravagli, sostenuti dagli adulti dell’ANPI e della parrocchia – nel solco della tradizione del cattolicesimo democratico – quelli di San Michele, hanno messo in scena lo spettacolo di canti e letture sulla guerra di Liberazione, la Resistenza e la figura di Jacopo Vespignani: “Io da bambino con Jacopino ho visto nascere la democrazia, ora voi volete vederla morire? La speranza siete voi, restiamo umani!” Oggi quella speranza ci chiama ancora. Non nei grandi discorsi, ma nei gesti quotidiani: nel rispetto, nella solidarietà, nella scelta di non voltarsi dall’altra parte. La democrazia non muore solo nei palazzi, muore ogni volta che rinunciamo a pensare, a partecipare, a difendere chi resta indietro. E rinasce ogni volta che qualcuno decide di credere nella giustizia, nella parola, nella pace. Restare umani oggi significa non cedere all’indifferenza, non confondere la forza con la prepotenza, non lasciare che la paura diventi legge. Significa ricordare che la libertà non è un dono, ma un impegno che si rinnova ogni giorno.
Significa “non barattare un po’ di felicità per un po’ di sicurezza”, come diceva Freud cent’anni fa, perché paradossalmente, “mentre le leggi, le norme e i sistemi di sicurezza aumentano a dismisura, la nostra libertà decresce e di felicità in giro, se ne vede davvero poca”, commenta il filosofo e psicoanalista Galimberti. Questa è stata la lezione di Vespignani, che Bonfante ha trasformato nel lungo viaggio di una narrazione che continua ancora. Don Leonardo Poggiolini, tenendo l’omelia al funerale di Jacopo Vespignani, ripeté con forza e scandì il suo discorso, con l’esclamazione: “Questo è un uomo!”. Non sono risuonate nel vuoto, non si sono dissolte nel tempo queste parole, non sono diventate incomprensibili: mentre si pensa che nei nostri paesi, i pochi giovani che rimangono vivano in un clima di depressione, di calo della fiducia, questi ragazzi le hanno ascoltate, forse perché per fare spazio nel loro intimo alle parole della memoria, della speranza, secondo un approccio metodologico, hanno prima eliminato le parole della rassegnazione, dell’individualismo, e così hanno sentito il fascino dello scrutare il passato attraverso la bellezza di una narrazione.
Gianluca Massari
















