Uno degli aspetti più inquietanti delle recenti mosse dell’amministrazione Trump – dall’escalation sulla Groenlandia alla trasformazione dell’Ice in una milizia paramilitare che risponde solo al presidente – è che presuppongono l’assenza di elezioni realmente competitive nel prossimo futuro. La questione è se le elezioni saranno ancora in grado di produrre un’alternanza effettiva o se verrà resa politicamente irrilevante, attraverso l’uso sistematico e distorsivo del potere esecutivo.

Su questo fronte, Trump ha agito con estrema rapidità, avviando una profonda ristrutturazione dell’amministrazione federale. In pochi mesi, i vertici di tutte le principali istituzioni federali sono stati rimossi e sostituiti con figure selezionate in base alla lealtà politica all’agenda Maga. Il risultato è che l’intero apparato federale incaricato di sicurezza interna, giustizia, intelligence e gestione delle procedure elettorali opera oggi sotto una catena di comando politicamente omogenea, in cui la fedeltà al presidente prevale sistematicamente sull’autonomia istituzionale: la separazione dei poteri sta letteralmente sparendo.

La strategia di intimidazione colpisce anche i finanziatori che sostengono l’opposizione e le organizzazioni civiche e i giornalisti non allineati con l’amministrazione. Trump alla giornalista in conferenza stampa: “Sei stupida? Sei una persona stupida?”, 28 novembre 2025. La militarizzazione delle istituzioni può non essere sufficiente. Per neutralizzare il dissenso in modo stabile, è necessario disporre di un apparato coercitivo capace di dissuadere le proteste e imporre obbedienza anche mediante l’uso della forza. Al momento delle elezioni, questo apparato sarà cruciale per limitare la partecipazione al voto dei gruppi potenzialmente ostili, intimidire gli attori chiave del processo elettorale e reprimere eventuali proteste, con il fine ultimo di alterare il risultato del voto.

Cambiare le regole del voto è un’altra strada perseguita dalla amministrazione Trump. Secondo un’inchiesta del Washington Post, la pressione esercitata dalla Casa Bianca sui governi statali per intervenire sulle regole elettorali non è episodica, ma parte di una strategia coordinata e sistematica per alterare l’esito delle elezioni di midterm prima ancora che vengano espresse le preferenze degli elettori: ad esempio modificando ad arte – il cosiddetto gerrymandering – i distretti elettorali.

Le amministrazioni repubblicane hanno introdotto norme che rendono più difficile registrarsi o votare, hanno imposto limiti alle campagne di iscrizione promosse da organizzazioni indipendenti, reso obbligatorio il documento d’identità con foto, ridotto gli orari di apertura dei seggi e, in Georgia, perfino vietato di distribuire acqua o cibo alle persone in fila per votare.

Nel 2020, Trump aveva telefonato a diversi responsabili repubblicani per chiedere manipolazioni e non ha mai perdonato la Cisa, l’agenzia federale per la cybersecurity e le infrastrutture critiche: nel 2020, il suo direttore Chris Krebs aveva certificato pubblicamente che le elezioni erano state regolari e sicure. Trump lo ha licenziato su due piedi e, all’inizio di quest’anno, ha ordinato al Dipartimento di Giustizia di aprire un’indagine nei suoi confronti.

I provvedimenti di clemenza concessi in massa dal presidente ai partecipanti all’assalto del 6 gennaio 2021, compresi coloro che avevano aggredito agenti di polizia, trasmettono un messaggio inequivocabile: chi agirà per la causa del presidente potrà contare sulla sua protezione. Nulla di quanto descritto rende inevitabile l’instaurazione di una dittatura formale, in cui le elezioni vengono soppresse: però il 15 gennaio scorso con la Reuters Trump si è vantato di aver realizzato così ‌tanto che “se ci pensate, non dovremmo nemmeno tenerla un’elezione”.

Nel 2026 e nel 2028 gli Stati Uniti continueranno sicuramente a votare: le elezioni, però, in che misura saranno ancora in grado di produrre un’alternanza reale e di imporre limiti credibili all’esecutivo?

Tiziano Conti