La quiete notturna del piccolo villaggio palestinese dove vivo è rotta improvvisamente da cupi echi di guerra. Stiamo recitando Compieta, l’ultimo atto dell’ufficio monastico, nel quale si canta il Salmo 119/118, che si chiude con un grido d’aiuto: «Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo, perché non dimentico i tuoi comandamenti». Il testo originale è in ebraico, ma noi nelle liturgie lo recitiamo in arabo, come tutto il resto della Bibbia, il libro che ci accompagna nelle lunghe ore di preghiera, da notte fonda a sera inoltrata. Nel ruggito dei missili in rotta da Gaza verso Tel Aviv, e delle macchine volanti in direzione opposta, l’immagine della pecora smarrita s’illumina di un’attualità accecante: gli erranti siamo tutti noi, indistintamente, smarriti in questa notte di pece.

Viviamo qui dalla metà degli Anni Ottanta del secolo scorso. È la Piccola Famiglia dell’Annunziata, la comunità fondata da Giuseppe Dossetti, giurista, membro della Resistenza, padre costituente, infine monaco e presbitero della Chiesa di Bologna. A Bologna aveva trovato “rifugio”, lasciando l’arena politica nazionale e dando vita, esattamente settanta anni fa, a un piccolo focolare di giovani ricercatori interessati all’universo religioso nei suoi molteplici aspetti, che oggi è diventato Fscire (Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII), un pezzo importante dell’ateneo bolognese, con casa anche a Palermo.

Ad Ain Arik, un piccolo villaggio pochi chilometri a nord di Ramallah, abitano una decina scarsa tra fratelli e sorelle, tutti italiani, mentre il parroco è il giovane padre Firas, palestinese. Noi fratelli stiamo nella canonica della parrocchia, edificata nel 1905, e le sorelle in una costruzione bassa. Una vita semplice, scandita da preghiera e lavoro, dal rapporto con la gente, cristiani e musulmani. Poi gli ebrei, incontrati oltre il muro di separazione. Abbiamo tanti amici israeliani, soprattutto nel mondo dell’università, che frequentiamo per gli studi di ebraico e di giudaismo, ma anche per quelli di islam e sinologia.

L’impulso a coltivare una “anima pluridimensionale” è venuto da Dossetti, che ha indicato la direzione di marcia: l’Oriente. Il primo passo in Grecia, per un rapporto con le chiese dell’Ortodossia. Poi la Terra Santa, da una parte e dall’altra del Giordano: Ain Arik, a trenta chilometri da Gerusalemme, e Ma’in, alle pendici del Nebo, il monte legato tradizionalmente alla figura di Mosè. Tenere insieme queste molteplici identità non è semplice: la nostra pietra di fondazione è il Vangelo, le radici sono nella Bibbia ebraica, guardiamo i musulmani con la stima indicata dal Concilio Vaticano II, e non rinunciamo alla ricerca dei “semi della Sapienza” depositati nelle religioni e nelle filosofie dell’Estremo Oriente.

Faccenda per nulla libresca, perché la vita ci dà la caccia, e l’equilibrio tra testa e cuore è una sfida quotidiana. Gli ebrei sono i “fratelli carissimi”, che hanno patito secoli di oppressione, anche per colpa di noi cristiani. Israele ha diritto ad esistere, ed è ormai una porzione irrinunciabile del Medio Oriente e del mondo contemporaneo, uscito dalla Seconda Guerra mondiale e dalla tragedia della Shoa. Ma anche i palestinesi hanno diritto a esistere e a determinarsi come popolo, secondo quanto ha detto e ribadito la Comunità internazionale in tanti pronunciamenti, sempre inattuati. Frustrazione genera violenza. La grandezza ebraica consiste oggi nel riconoscere agli altri quello che ha conquistato per sé. Una terra per due popoli: solo così questo piccolo fazzoletto tra il mare e il deserto potrà dirsi Terra Santa e realizzare la sua missione storica. Quanto a noi, monache e monaci italiani, un minuscolo gregge della piccola Chiesa latina di Gerusalemme, stiamo in mezzo a loro con semplicità lealtà e amicizia, aspirando al bene di entrambi in pensieri, parole e opere.

Ignazio de Francesco, monaco da Ain Arik