Ci sono dei momenti in cui le parole non bastano. Sono come cerotti su una ferita troppo profonda. Eppure c’è sempre qualcosa che la letteratura e l’arte possono fare. Abbiamo chiesto a una scrittrice faentina, Elisa Emiliani, autrice dei romanzi Cenere e La Trappola di parlare di letteratura e alluvione, cercando i punti di contatto tra queste due realtà.

Intervista alla scrittrice Elisa Emiliani

Elisa, come hai vissuto questo periodo?

Quella notte l’ho vissuta relativamente bene, pronta a scappare al piano di sopra. Casa mia non si è allagata, ma ho passato giorni a spalare in quella di mia nonna e di mia zia. Sin da subito ho trovato bellissime energie, persone impensabili pronte ad aiutare, sia faentini che volontari da fuori. In questo senso c’è un lato positivo in questa esperienza. Il resto è politica, possiamo solo aspettare.

Spesso sentiamo dire che di fronte a queste situazioni le parole non servono, ci vogliono i fatti. Qual è il ruolo della letteratura in questi casi secondo te?

Appena entrata nell’appartamento di mia zia al piano terra ho pensato che non ci fosse davvero modo di trasmettere quest’esperienza con le parole. Posso sforzarmi di descriverla ma non si rende l’idea. Nemmeno un video può restituire completamente tutto ciò che abbiamo visto. Se non la si prova non si può capire. Per questo a chiederti come stai sono persone che hanno vissuto esperienze di questo tipo altrove. In questo senso il ruolo dell’arte e delle parole è quello di sforzarsi, di descriverla sempre di più anche a livello emotivo. Un’amica che scrive fantascienza ha riscritto un capitolo del suo romanzo inserendo un’alluvione. Sta già avendo un’influenza sulla narrativa.

Una geografia del territorio profondamente segnata

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La copertina del libro.

C’è qualcosa in tutto questo che richiama il tuo ultimo romanzo La Trappola?

È un libro ambientato in Romagna. Ho subito pensato che sarà ben difficile adesso scrivere un altro libro ambientato qui senza che ci sia un’alluvione. Quel che è successo ha segnato in modo profondo la geografia del nostro territorio. Buona parte della storia è ambientata nella zona di San Cassiano. Ho pensato tanto a quei luoghi in questo periodo e poco tempo fa sono andata a vedere: la stradina di cui parlo nel romanzo esiste ancora anche se forse non è più tanto percorribile. Le vite delle due protagoniste ruotano attorno a un fuoco: il pozzetto idraulico di una casa di campagna vicino a Ca’ di Malanca. Tutta la costruzione del libro ruota attorno a un punto fisico che ha un significato profondo per i personaggi ma ha anche un valore storico per la nostra terra con le sue lotte partigiane.

Che cosa ti aspetti dal futuro?

Non credevo che ci sarebbero stati progressi così rapidi. Una mia amica è venuta dalla Francia poco tempo fa ed è rimasta sorpresa dal vedere la situazione già così migliorata. Spero che questo miglioramento non perda di velocità, che possano essere risarcite le famiglie e che ripartano quanto prima le aziende. Sono ottimista, ho speranza che ci risolleveremo e che gli artisti possano prendere questa alluvione come spinta propulsiva a lavorare di più e meglio, con un’ispirazione ancorata a questo territorio. Spero che ci unisca come popolazione, rendendoci più forti. Chiaramente questa è una speranza, l’aspettativa è una media tra questo e la realtà.

di Letizia Di Deco