Maria Vittoria Marino, dirigente del comprensivo Matteucci: «Abbiamo classi che arrivano anche al 70% di alunni con cittadinanza straniera. Da anni lavoriamo su lingua, accoglienza e distribuzione degli studenti. E le famiglie, nella maggior parte dei casi, chiedono di collaborare»

Il nuovo decreto-legge sulla scuola riporta al centro del dibattito il tema della presenza degli alunni stranieri nelle classi. Ma nelle scuole dove la multiculturalità non è una questione teorica, bensì una realtà quotidiana, la prospettiva è più articolata. Al comprensivo Matteucci di Faenza, uno degli istituti cittadini con la maggiore presenza di alunni stranieri, il tema viene affrontato da anni con strumenti e strategie specifiche. «Il tetto del 30% già esiste, non è una novità», chiarisce la dirigente scolastica Maria Vittoria Marino. «Da sempre forniamo i dati all’Ufficio scolastico e, quando si supera il 30%, apriamo le classi con specifiche deroghe». Una situazione che al Matteucci riguarda ormai gran parte delle classi interessate, con punte che arrivano al 70%.

Un dato che, precisa la dirigente, va letto correttamente: si tratta di alunni con cittadinanza straniera, nati in Italia oppure all’estero. «Non significa automaticamente che siano ragazzi appena arrivati nel nostro Paese o che non conoscano la lingua italiana». È una distinzione importante, perché proprio sulla lingua si gioca una parte significativa del lavoro della scuola.

Le azioni messe in campo per favorire l’inclusione

docenti pirazzini
La dirigente Marino

Il Matteucci ha infatti sviluppato negli anni diverse azioni per accompagnare gli alunni nell’apprendimento dell’italiano. Tra le più recenti c’è il docente di potenziamento di italiano nella scuola secondaria di primo grado, attivato lo scorso anno e confermato anche per il secondo anno. «Abbiamo fatto una prima mappatura di tutti gli alunni che avevano difficoltà linguistiche – spiega Marino – e poi abbiamo progettato attività per piccoli gruppi, sulla base dei diversi livelli di competenza». Un lavoro che ha consentito di intervenire in modo più mirato, senza considerare la presenza di alunni stranieri come un fenomeno indistinto.

A questo si aggiungono le attività realizzate attraverso il Fami, il Fondo asilo, migrazione e integrazione, finanziato con risorse europee. Il Matteucci è scuola capofila per la provincia di Ravenna nell’ambito di questi interventi. Un altro strumento è il protocollo di accoglienza per gli alunni Nai, i neo arrivati in Italia, costruito anche attraverso il coordinamento con il Comune e periodicamente rivisto per rendere più efficaci le procedure di inserimento. Perché una cosa è accogliere un bambino che conosce già la lingua italiana, un’altra è accompagnare chi arriva senza conoscere «una parola» del nuovo Paese.

«La multiculturalità, soprattutto nei più piccoli, è ormai normalità»

Il quadro che emerge dall’esperienza del Matteucci è anche meno conflittuale di quanto spesso suggeriscano il dibattito pubblico e gli slogan. «Nella scuola dell’infanzia e nella primaria ormai è considerata una normalità il fatto che la classe sia multietnica e multiculturale», osserva la dirigente. I bambini italiani, racconta, vivono generalmente questa dimensione con naturalezza e la presenza di compagni provenienti da culture diverse può diventare un elemento di arricchimento. È soprattutto nella crescita, e quindi nel passaggio alla scuola secondaria, che «c’è ancora da lavorare».

“Ci dovrebbe essere una distribuzione più equa. Una proposta? Potenziare il trasporto scolastico”

Da qui anche una questione che Marino pone non soltanto alla scuola, ma all’intera città: la distribuzione degli alunni stranieri tra i diversi istituti. «Ho parlato anche con l’Amministrazione della possibilità di una distribuzione più equa. Non si può guardare solamente allo stradario: è una questione che andrebbe affrontata insieme, sotto diversi punti di vista». Naturalmente resta il diritto delle famiglie di scegliere la scuola per i propri figli, ma secondo la dirigente occorre interrogarsi su come rendere più equilibrata la composizione delle classi.

Anche il trasporto scolastico potrebbe diventare, in questa prospettiva, uno degli strumenti da valutare: se un bambino dovesse frequentare una scuola diversa da quella più vicina a casa, la possibilità di usufruire agevolmente del trasporto potrebbe facilitare una distribuzione più omogenea. «Sono proposte che vanno vagliate e verificate», precisa Marino. «Noi ci troviamo in una scuola con un’alta presenza di alunni stranieri e cerchiamo di gestirla nel modo migliore».

Famiglie: «Non c’è opposizione a collaborare»

Un altro nodo riguarda il rapporto con le famiglie. Anche qui la dirigente invita a non generalizzare. In alcuni plessi, come la Pirazzini, esiste un comitato genitori particolarmente attivo, che collabora anche nella mediazione con le famiglie che incontrano maggiori difficoltà. Un’esperienza che si sta sviluppando anche alla Tolosano e alla Cova, dove emerge sempre più l’esigenza di costruire una collaborazione concreta tra scuola e genitori.

Le difficoltà, spiega Marino, possono essere molto pratiche: gli orari di lavoro, la comprensione della lingua, l’accesso al registro elettronico. «Abbiamo dovuto introdurre la regola che si può accedere solo tramite Spid e cerchiamo di fare anche alfabetizzazione digitale con famiglie che magari non hanno ancora il codice fiscale attivo». Ma il quadro complessivo non è quello di famiglie che si sottraggono al rapporto con la scuola. «Di base non c’è opposizione a collaborare. Anzi, molte volte le famiglie sono esigenti e presenti e chiedono ascolto. Per quanto possiamo, noi siamo lì».

Per questo, secondo la dirigente, anche un confronto più strutturato con i comitati dei genitori potrebbe essere una strada da percorrere. «Sono i genitori che iscrivono i figli. È vero che ogni scuola ha la propria offerta formativa, ma questa è una tematica comune. Un’interlocuzione con le famiglie potrebbe aiutare ad affrontare i problemi e trovare soluzioni».

Nessuna emergenza, ma molta attenzione

Nel quotidiano del Matteucci, Marino non segnala particolari episodi critici legati alla convivenza tra diverse nazionalità. Anche perché molta attenzione viene posta proprio nella composizione delle classi. «Cerchiamo di non concentrare le stesse cittadinanze nella stessa classe». Albanesi, marocchini, pakistani e altre provenienze vengono quindi distribuiti nei diversi gruppi, evitando la formazione di classi eccessivamente omogenee dal punto di vista della provenienza.

È un lavoro organizzativo che si affianca a quello più ampio sull’inclusione. Il Matteucci partecipa alle progettualità dell’Agenda Nord e del Piano estate, oltre alle iniziative di contrasto alla dispersione scolastica. L’obiettivo è utilizzare soprattutto attività creative e laboratoriali come strumenti per favorire socializzazione e partecipazione. L’esempio dello scorso anno è stato uno spettacolo teatrale realizzato al termine del Piano estate, nel mese di luglio. «È stato un momento di incontro molto bello, perché i bambini hanno potuto esprimere quello che avevano imparato trovando un modo per raccontarsi».

Per Marino, in fondo, è questo il punto da cui partire quando si parla di scuola e alunni stranieri: «Non è solo un tema di differenti culture, ma anche di contrasto alla dispersione scolastica in generale».

E così, dietro una percentuale – quel 30% tornato al centro del dibattito – rimane una realtà fatta di classi, bambini, famiglie, lingue diverse, difficoltà concrete e percorsi educativi. Una realtà nella quale le regole possono fissare dei confini, ma è poi la scuola, ogni giorno, a dover costruire le condizioni perché quei numeri diventino persone inserite in una comunità.