All’istituto tecnico Oriani il problema del tetto del 30% non si pone nemmeno. Su circa 1.400 studenti in totale, gli stranieri sono il 14%, una percentuale che quasi si dimezza dalla prima alla quinta.
I dati degli studenti stranieri all’Oriani

Il dato passa dal 19,78% nelle classi prime al 16,08% nelle seconde, scende al 12,65% in terza, al 10,58% in quarta, fino al 9,05% in quinta. Dal punto di vista numerico sono 196 gli studenti con cittadinanza straniera. «C’è un decremento di stranieri man mano che si va verso il diploma», osserva il dirigente Fabio Gramellini. E porta anche alcuni numeri assoluti: nelle quinte gli studenti stranieri sono 19, mentre nelle quarte sono 29. Un andamento che segnala una perdita di studenti stranieri durante il percorso scolastico.
Il rapporto tra famiglie e scuola

Per Gramellini una delle questioni da affrontare è il rapporto che gli studenti e le loro famiglie instaurano con la scuola. «L’italiano ha interiorizzato il plusvalore della scuola in una carriera futura. Lo straniero medio non ha maturato questa consapevolezza – afferma il dirigente -. Molti hanno un’idea della scuola utilitaristica nell’immediato. Lo sappiamo perché abbiamo il riscontro con le famiglie, senza contare che molti li perdiamo di vista, a volte tornano nel Paese di origine». All’Oriani, spiega il dirigente, gli studenti di primo arrivo che non conoscono la lingua italiana sono pochissimi. Quando succede, il percorso scolastico prevede un primo anno dedicato all’acquisizione delle competenze linguistiche. «Si ripete l’anno di ingresso, poi una volta imparato l’italiano, inizia il percorso. A seconda della provenienza, dopo il primo trimestre c’è chi parla correttamente l’italiano e chi non lo impara nemmeno dopo due o tre anni», osserva Gramellini. A incidere possono essere anche le dinamiche familiari. «Il problema è a volte l’opposizione della famiglia».
«A noi il decreto non cambia niente»
Alla luce di questi dati «a noi il decreto approvato la settimana scorsa non cambia niente» afferma. Non solo: nel decreto non c’è nulla di nuovo. La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, dedicata all’integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana, aveva indicato come criterio una presenza non superiore al 30% degli alunni stranieri per classe. La stessa circolare prevedeva però la possibilità di innalzare o ridurre il limite attraverso determinazioni dell’Ufficio scolastico regionale. «C’era la regola e la deroga, ma la regola non era quasi mai rispettabile». Per Gramellini non si può ridurre il tema dell’integrazione alla sola competenza linguistica. «C’è un impoverimento della lingua italiana e vale per tutti, italiani compresi». Il problema, casomai è un altro: quanti studenti hanno davvero maturato «un concetto di integrazione» e quanti ambiscono a sentirsi parte della popolazione italiana? «La cittadinanza deve essere qualcosa a cui ambire, e in cui riconoscersi. Sarebbe bello dire: voglio diventare italiano perché condivido il vostro modo di vivere e pensare. Lì si raggiungerebbe una vera integrazione, non vietando il crocifisso o i canti di Natale in classe. Privarci delle nostre tradizioni non ha senso e nessuno ce lo chiede». Il dirigente mette quindi in guardia da quello che definisce il rischio di «estremismo e pseudo integrazione», distinguendo il rispetto delle diverse provenienze dalla rinuncia alle tradizioni del Paese di accoglienza. Nel nuovo provvedimento trova spazio anche il tema dell’apprendimento dell’italiano da parte dei genitori. Sul punto Gramellini esprime perplessità. «Non possiamo costringerli e finché non hanno imparato l’italiano cosa succede?» Per il dirigente, alcune delle misure annunciate rischiano di rimanere «solo degli slogan».
Barbara Fichera














