Un viaggio attraverso i luoghi di Faenza legati alla vita di Santa Umiltà, dalla nascita di Rosanese dei Negusanti nel 1226 alle esperienze che segnarono la sua vocazione religiosa. Un percorso tra monasteri, chiese e luoghi della città che permette di ripercorrere la vicenda della santa, dalla vita coniugale alla scelta della solitudine, fino alla fondazione del monastero di Santa Maria Novella della Malta.
I primi anni di Umiltà, la vocazione e la famiglia
Rosanese dei Negusanti (Santa Umiltà) nacque a Faenza nel 1226, lo stesso anno in cui morì Francesco d’Assisi. I suoi genitori, Elimonte e Richelda Pasi, terziaria francescana, appartenevano a due delle famiglie più importanti della città nel secolo XIII.

Forse seguendo le orme della madre, forse perché già presa dalla sua vocazione che solo più tardi poté seguire, la giovane, per la quale i genitori sognavano un avvenire splendido, confortati anche dalla sua straordinaria bellezza che fonti e tradizione concordano nel testimoniare, viveva tutta dedita alla preghiera e alle opere di carità. Così rifiutò con decisione la mano di un cavaliere tedesco al seguito di Federico II, uno zio dello stesso imperatore secondo i primi biografi, che era stato colpito dalla sua avvenenza durante l’assedio della nostra città, espugnata nella primavera del 1241.
Ma, mortole di lì a poco il padre, non poté che accettare la decisione dei parenti e della stessa Richelda e, poco più che adolescente, andò sposa al nobile Ugolotto dei Caccianemici. I primi tempi del matrimonio, passati serenamente, lasciarono il posto al dolore straziante per la perdita dei due figlioletti appena nati e della madre, cui seguì una grave malattia del marito, al quale i medici prescrissero come unico rimedio la completa continenza.
Il richiamo alla vita religiosa dovette allora ritornare prepotente nel suo cuore, e finire con l’essere compreso e condiviso da Ugolotto che acconsentì affinché entrambi entrassero nel monastero doppio di Santa Perpetua. Era l’anno 1250; Rosanese aveva ventiquattro anni ed il marito, piangendo, si staccò da lei sapendo che non l’avrebbe vista mai più su questa terra.
La vita consacrata
Il Monastero di Santa Perpetua
Il “loco”di Santa Perpetua (dove oggi è l’Osservanza) era un monasterium duplex: il priore, che in quel tempo esercitava il controllo e l’autorità anche sulla comunità femminile, che in un certo senso era guidata e protetta dall’altra, date la difficoltà dei tempi e la posizione fuori dalle mura della città, “considerando la sua umile conversazione e mansuetudine e vita, mutolle el nome nell’atto che più si occupava: comandò che fusse da tutte chiamata Umiltà”.
Ad informarci è Silvestro Ardenti, uno dei primi biografi della Santa, la cui prosa è assai vicina per vivacità e scioltezza a quella del Boccaccio. Dovette esserle caro il nome ricevuto, opposto al vizio del quale più tardi così scrisse:
… la superbia è la radice di tutti i mali peggiori. La superbia è disobbediente e bugiarda, si difende con l’inganno, accusa l’altro falsamente, e si nasconde in mezzo agli altri sotto la malizia di un parlare lusinghiero. La superbia cerca ciò che le appartiene nell’impurità, cioè la lussuria, l’avarizia, la vanagloria, l’arroganza e la contesa, l’invidia e l’odio, e cerca di portar via le cose degli altri e compie altre azioni di questo genere.
Un giorno alcune monache, che non sempre comprendevano la loro sorella, che già sposa e madre, proveniente dall’alta società, si comportava come l’ultima delle serve, per farsi gioco di lei le comandarono di leggere in refettorio. Umiltà non sapeva leggere, come la maggior parte delle donne anche di distinto casato, ma ugualmente a quell’ordine chinò il capo, prese il libro, salì sul luogo preposto, levò gli occhi al cielo e pronunciò “altissime cose” di cui non fu trovata traccia nel volume e che colmarono di meraviglia le astanti.
Quest’episodio anticipa quel che avverrà più tardi, e cioè la composizione dei Sermones, che per la stessa ammissione della Santa furono ispirati: “Queste parole non sono mie, perché non sono degna di guidare e di spingere gli altri ad operare il bene”. Il suo pensiero e il suo dettato nacquero, per dirla con i teologi, dall’assistenza dello Spirito Santo.
La scelta dell’eremitaggio
Umiltà rimase a Santa Perpetua per quattro anni, finché una notte, per divina chiamata, uscì dal monastero, desiderosa di solitudine. Valicò il muro di cinta, che era altissimo, superò un altro recinto, passò il Lamone a piedi asciutti e arrivò al convento delle Clarisse, che a quel tempo era situato nell’ Isola di San Martino. Certo avrà narrato alla superiora tutti i particolari della sua fuga, e questa la trattenne presso di sé per quella notte, poi il mattino seguente “benignamente la mise nelle mani di Messer Niccolò, il quale con grande dolcezza la tolse”.
Era costui uno zio che, in attesa di un provvedimento definitivo, la chiuse in una stanza della sua abitazione, da sola a pregare e a digiunare, mentre in città si andava formando l’opinione che quella donna fosse una santa.
La stimava tale anche un monaco di Sant’Apollinare in Arco perché, dovendo subire l’amputazione di entrambi i piedi, volle avvicinarla. Quando Umiltà lo ebbe davanti a sé, segnò quei piedi con il segno della croce e l’ammalato, subito risanato, tornò senza l’aiuto di alcuno al suo monastero.
La Congregazione dei Vallombrosani, alla quale il monaco apparteneva, si interessò allora di lei e volle darle la possibilità di vivere la sua vocazione, quella della vita in solitudine. A quel tempo non mancavano gli eremiti, che avevano le loro celle in luoghi appartati, ma ubbidivano al loro abate e si recavano presso la comunità, dalla quale ricevevano il necessario per vivere, per qualche solennità religiosa. Anche le donne potevano scegliere questo tipo di vita, ma le loro celle dovevano essere costruite lungo il muro perimetrale della chiesa del monastero.
Lo zio Niccolò ebbe così il permesso di edificare per la nipote una celletta addossata alla chiesa di Sant’Apollinare, con una finestra che si apriva all’interno della chiesa stessa, dalla quale poteva ricevere i sacramenti ed assistere alle funzioni sacre, ed una rivolta verso l’esterno e collocata molto in alto dalla quale, senza avere la possibilità di vedere né di essere vista, poteva ricevere elemosine e cibo, e dar consigli a quanti si rivolgessero a lei.
Umiltà vestì l’abito di San Giovanni Gualberto, promise ubbidienza all’abate di Crespino, fu benedetta ed esortata a perseverare, poi, davanti ad una gran folla che aveva assistito commossa, entrò nella sua cella e dietro a lei la porta si chiuse. Il marito Ugolotto, che già era stato monaco a Santa Perpetua, chiese ed ottenne di essere accolto tra i monaci di Sant’Apollinare, presso i quali morì santamente tre anni dopo.
Nella sua solitudine di eremita, Umiltà un giorno ricevette la visita di una strana amica che le rimase poi sempre fedelmente accanto: “una donnola, con un sonaglio al collo, li entrò in cella; e presala, come per compagna Dio l’avesse mandata, con molta letizia la tenne seco; [l’animaletto] sempre, quando si poneva ad orare, con mansuetudine a’ suoi piedi si metteva”.
Aveva poi frequenti contatti con l’esterno perché molte giovani, attratte dal suo esempio e dalle sue parole, volevano imitarla. Le richieste di viverle accanto divennero tanto numerose che il vescovo Giacomo Petrella e l’abate generale dei Vallombrosani, don Plebano, considerarono l’opportunità di fondare un monastero femminile che Umiltà avrebbe dovuto reggere. La Vergine stessa le apparve in visione e la invitò a fondare un monastero di donne in suo onore. Per la reclusa la prospettiva di uscire dalla sua cella fu molto dolorosa; pianse, ma acconsentì e andò incontro alla nuova vita che l’attendeva. A conferma che quanto stava per fare era giusto, ricevette il saluto di commiato della sua amica donnola:
“[…] l’animale, che per gran tempo l’aveva fatto compagnia, un dì saltò sopra la finestrella di fuora, e guardò la sua donna con atto disdegnoso; si spiccò il sonaglio dal collo, pigliò licenzia, e non fu più veduta; come dicesse: ormai puoi stare sanza me, e far monasterio, et aver compagnia”.
La fondazione del monastero a Faenza
Nel giorno stabilito il vescovo, essendo presenti molti religiosi e chierici, la prese per mano e la condusse fuori dalla cella. “Si dirizzò dove si dice la Malta, presso alla città di Faenza, e tutta la città si levò con grande allegrezza, gridando: andiamo a vedere la Santa”.

Il luogo che le era stato messo a disposizione dal vescovo veniva detto “la Malta” perché da lì si levava terra per fabbricare tegole, mattoni e pietre. Era stato abitato in precedenza da eremiti agostiniani che lo avevano abbandonato per riunirsi, insieme ad altri provenienti dagli eremi di Sant’Alberto di Tagliavera e di Santa Maria Maddalena dei Brittini, presso la chiesa di San Giovanni Evangelista in Sclavo, che da allora fu detta di Sant’Agostino.
Su quel terreno Umiltà edificò il cenobio e la chiesa di Santa Maria Novella della Malta a laude della gloriosa Vergine Maria, sotto la regola di San Benedetto e le istituzioni di San Giovanni Gualberto. Il complesso si trovava fuori dalle mura della città, non lontano da Porta delle Chiavi, nel Borgo Durbecco.
Nel suo monastero Umiltà accolse molte giovani, a cui insegnò il timore di Dio e l’ubbidienza alla regola benedettina e di cui ebbe affettuosissima cura, senza mai dimenticare le necessità della gente di fuori. Rimase in questo luogo per quindici anni, dal 1266 al 1281 quando, su invito di San Giovanni Evangelista, lasciò di nuovo tutto, anche l’abito da abbadessa, e si incamminò insieme a tre delle sue figlie spirituali, Donnina, Imigla e Margherita, alla volta di Firenze.
La fondazione del monastero a Firenze
Qui avrebbe affrontato l’impresa di una nuova fondazione e, con l’aiuto delle sue consorelle ed il concorso di tanta gente, pur tra grandi difficoltà, l’avrebbe portata a termine.
Purtroppo della chiesa, sorta in onore di San Giovanni Evangelista e consacrata nel 1297, ideata da Giovanni Pisano e decorata dai pittori Bruno e Buffalmacco di boccaccesca memoria, “tempio di meravigliosa bellezza”, e del monastero, ora si legge soltanto l’impianto generale, inglobato nella Fortezza da Basso. La strada che conduceva a quei fabbricati venne chiamata dal popolo “via del monastero delle donne di Faenza”, ed è la stessa che ancor oggi, più brevemente, si chiama via Faenza. In questa sua nuova patria, la Santa dettò alle monache i Sermones e morì il 22 maggio 1310.
L’anno successivo, il suo corpo incorrotto venne elevato sopra un altare nella chiesa del monastero dal vescovo locale: questo atto stava a significare una sorta di canonizzazione popolare.

Sappiamo che da Firenze Umiltà si mosse diverse volte per far visita al monastero faentino, guidato in sua vece da suor Concordia, e che in occasione di uno dei suoi viaggi ricevette dal pievano del Thò delle reliquie di San Giovanni Evangelista. Valicò l’Appennino forse per l’ultima volta nel 1307: reca la data del 19 novembre un atto notarile da cui risulta che un tale Suzzo di Guido Benesanctis da Oriolo le vendette una tornatura di terra posta nella curia di Oriolo. L’atto, rogato dal notaio Roncolino di Roncolino, fu compiuto in choro ecclesiae S. Mariae Novellae de Malta de Faventia, alla presenza di don Benedetto da Bagnacavallo.
L’arte come offerta dell’uomo a Dio
Non sappiamo quale fosse, in tutti i suoi particolari, la vita quotidiana che si conduceva fra le mura del monastero: solo dal secolo XVI si venne creando una sorta di archivio, costituito particolarmente dai libri detti delle Ricordanze, che sono tra le prime vere cronache delle comunità religiose. Non sappiamo neppure quali opere d’arte fossero state eseguite per la chiesa della comunità faentina. “Tuttavia [scrisse Piero Zama] i cronisti parlano di un tempio bellissimo, e ne rimpiangono poi la scomparsa”. Così doveva essere, bellissimo, perché Umiltà considerava l’arte una delle più belle offerte che l’uomo possa fare a Dio, un mezzo che Dio stesso dona alle sue creature perché il loro amore sia più lieto, più alto, più forte.
L’abbandono del monastero della Malta
A Faenza, data la posizione del monastero, posto fuori dalle mura della città, dovevano abitare nei pressi dei fratres extrinseci, provenienti forse dal Priorato di Sant’Apollinare in Arco, che svolgevano le mansioni non adatte alle donne, custodivano i beni delle monache fuori dalle mura del monastero e le difendevano in caso di pericolo.
Di pericoli, in effetti, esse ne corsero molti: era forse appena partita per Firenze la loro Madre, quando i ghibellini forlivesi e quelli faentini, capeggiati da Guido di Montefeltro, assaltarono, tra il marzo e l’aprile del 1281 in tre riprese, il Borgo, distruggendone gran parte dell’abitato e spianando il “serraglio” o cintura di difesa, fino ad arrivare alla demolizione dei locali delle monache il 6 novembre del 1500 in occasione della minaccia del Valentino.
A quella data Cesare Borgia, che già aveva sottomesso Imola, Pesaro, Rimini e Forlì, diresse le sue truppe alla volta di Faenza e della Val di Lamone. I Faentini, soli contro quindicimila armati, si chiusero dentro le mura per resistere ad oltranza, e affinché l’esercito nemico non trovasse modo di acquartierarsi facilmente, né cibo, stabilirono di abbattere gli alberi e gli edifici posti all’esterno nelle immediate vicinanze delle mura e delle fortificazioni.
Le monache dovettero così lasciare in fretta quel luogo, a loro tanto caro, che avevano abitato per oltre due secoli, abbandonando alla distruzione le cose che la brevità del tempo impediva loro di trasportare. Della chiesa distrutta resta forse un’immagine nel Polittico di Pietro Lorenzetti, nella tavola che racconta in maniera sinteticissima il viaggio di Umiltà da Faenza a Firenze. La Santa è infatti ritratta nell’atto di uscire da una chiesetta dalla facciata a capanna e dal portale sormontato da un semplice oculo e da una tettoia. Tiene gli occhi rivolti verso l’alto per ascoltare l’Evangelista che gli sta indicando la via verso Firenze, rappresentata al suo arrivo con le consorelle, valicato l’Appennino, dal Palazzo del Popolo, dal Battistero di San Giovanni, dal campanile di Santa Maria Novella e dalla loggia del grano di Orsanmichele. Se Pietro, senese, che ci ha lasciato una splendida vita per immagini, risulta così informato su Firenze, perché non dovrebbe essere stato altrettanto puntualmente informato sulla Malta di Faenza dalle suore che la conservavano nella mente e nel cuore?

Da questa prima sede proviene con tutta probabilità una grossa tavola in legno (cm. 70x 50) dipinta a tempera forse nel secolo XIV con la Madonna col Bambino, detta Icona della Malta, che risulta poco leggibile perché ripassata ad olio nel secolo XVII o XVIII, quando furono aggiunti la corona posta sul capo della Vergine, il cuscino su cui siede il piccolo Gesù, le bordature dorate degli abiti e del mantello di Maria. Tuttavia, le fasce laterali in parte coperte con imposte di alveoli per reliquie, dove si leggono i nomi dei Santi Pietro e Paolo, Giorgio, Felice e Giustina, Filippo e Giacomo, Apollinare, Gregorio, Marco e Valeria sono prova dell’antichità del dipinto, la cui tipologia, nata per accogliere reliquie, si era diffusa nella pittura a Siena fin dagli anni Trenta del Trecento, mentre alcuni esempi fiorentini, tra cui tre opere dell’Angelico, risalgono solo al Quattrocento. Per questo è lecito pensare che l’Icona abbia un’origine tutta senese: i più antichi esempi pervenutici sono opera di Pietro Lorenzetti, lo stesso autore del Polittico della Beata Umiltà. La Vergine è raffigurata di tre quarti, seduta, con in braccio il piccolo Gesù. Sembra ricordare la tipologia orientale della Odighitria, Colei che indica nel Figlio la via da seguire. Mancano però i due bolli in alto in stucco, dove di solito si trovano due lettere greche per parte a definire la Madonna Meter Theou, cioè “Madre di Dio”, mentre le tre stelle del manto, indicanti la sua verginità prima, durante e dopo il parto, sono diventate numerose e sparse. E’ scomparso anche il fondo oro e non si colgono più nei volti i consueti schematismi bizantini. Il Bimbo invece, che forse nella tempera originale aveva la mano destra benedicente ed ora la tiene aggrappata alla scollatura dell’abito rosso della Mamma, appare ancora stempiato, “indizio di quella sembianza precocemente adulta” con cui in genere è rappresentato nelle icone.

La ricostruzione del monastero “nel luogo di Santa Perpetua”
Durante i sei mesi dell’assedio del Valentino, le monache di Santa Umiltà avevano trovato rifugio dentro la città. Quando questi ne ebbe ottenuta finalmente la resa, le condizioni di Faenza dovettero apparirgli drammatiche se dispose che fossero iniziati i lavori più urgenti per il risarcimento delle strutture urbane esterne e per la sistemazione delle famiglie religiose che avevano avuto i loro conventi danneggiati o distrutti. Così si interessò personalmente affinché venisse concesso di erigere chiesa e monastero per le Vallombrosane di Santa Umiltà in una proprietà appartenente al Priorato di Santa Perpetua, di cui era commendatario un altro personaggio di casa Borgia, il card. Francesco. Quest’ultimo diede il suo consenso ed il terreno, detto di Santa Perpetua Vecchia, con le costruzioni su di esso esistenti, fu ceduto ai rappresentanti delle monache (atto legale del notaio Francesco Scardovi, 7 marzo 1502).
Il posto concesso era circondato per tre parti dalla pubblica via, e precisamente da via Monaldina (l’odierna via Pascoli), via del Portello e vicolo Abbadia, oggi scomparso. Il papa permise che il monastero fosse costruito sotto l’invocazione di Santa Umiltà: doveva comprendere chiesa, campanile, chiostro, dormitorio, refettorio ed altre cose necessarie alle monache ed alle giovani messe “in serbanza”, cioè affidate alle loro cure per l’educazione e l’eventuale vocazione religiosa.
I lavori, iniziati con la benedizione della prima pietra da parte del Vicario (7 giugno 1502), furono diretti da Bartolomeo di Mariotto (1481- 1521), e furono portati a termine nel 1505. Egli si avvalse della collaborazione di tanti: dei poveri con le loro braccia e dei nobili (specie i Rondinini che abitavano in una casa all’angolo attiguo alla chiesa, dall’altra parte della via del Portello) con i loro averi, a dimostrazione dell’attaccamento dei Faentini alla loro Santa e alle sue discepole.
Aveva forse trovato posto all’altare maggiore la tavola cinquecentesca di ignoto autore, locale secondo Antonio Corbara, con l’Incoronazione della Vergine e i Santi Umiltà, Giovanni Evangelista, Giovanni Gualberto e Maria Maddalena, ora nei depositi della Pinacoteca Comunale, già assegnata da Federico Argnani alla “Scuola del Perugino”. È interessante notare come il grande pittore umbro, che ancora nei primi anni Novanta fondava le composizioni su pianta prospettico-architettonica, si sia volto ad un tratto, attorno al 1496, a presentare le figure “lievemente e classicamente ancheggiate su un solo piano di posa e su semplificanti campiture di cielo e di paese”. Aveva dipinto seguendo questo nuovo modo una grandiosa Assunzione e Santi, ora nella Galleria dell’Accademia a Firenze, firmata e datata all’anno 1500, per l’altare maggiore dell’Abbazia di Vallombrosa, e all’incirca nello stesso periodo aveva consegnato la pala per la cappella Scarani nella chiesa bolognese di San Giovanni in Monte. I suoi modelli, anche a Faenza, non passarono inosservati.
Il restauro (1996) per opera di Marisa Caprara, diretto da Luisa Bitelli Masetti e da Sauro Casadei, ha reso visibile ai piedi della santa monaca la donnola, che ha tolto ogni dubbio circa a sua identità. Nella parte superiore della tavola , oltre all’ Incoronazione della Vergine erano stati dipinti, nei due angoli in alto, l’Angelo Annunziante e la Vergine Annunziata. In quella inferiore, contro uno sfondo di paesaggio collinare, sono i quattro santi, riconoscibili dai loro attributi: Santa Umiltà con il libro (e la donnola ai piedi), San Giovanni Evangelista con il suo Vangelo e l’aquila ai piedi, San Giovanni Gualberto con la gruccia a forma di Tau e la croce e Santa Maria Maddalena reggente con la destra il vaso degli unguenti. Facendo dipingere la Apostola Apostolotum, le Vallombrosane vollero forse ricordare la loro provenienza territoriale: vicino all’atterrato Monastero della Malta c’era, e c’è ancora, la chiesa che fu dei Gerosolimitani, dedicata alla Santa che, dopo aver lavato i piedi a Gesù con le sue lacrime, li aveva asciugati con i suoi lunghi capelli e profumati con unguenti preziosi.

La canonizzazione
Sul finire del secolo XVII le monache comprarono dalla famiglia Rondinini, che aveva sempre mantenuto rapporti di patronato, la casa e i terreni posti al di là della via del Portello e, per collegarli al monastero, chiesero ed ottennero dal Magistrato di voltare un arco o cavalcavia, che fu costruito nel 1698.
Intanto i Vallombrosani, che già nel 1624 avevano iniziato la pratica perché venisse riconfermato il culto di Santa Umiltà, nel 1710 la ripresentarono. La Sacra Congregazione dei Riti, a firma di Prospero Lambertini, incaricò nel 1714 il vescovo della nostra diocesi, Card. Giulio Piazza, di ricercare e trasmettere gli Atti raccolti nei tempi passati sulla santità di vita, le virtù e i miracoli della Serva di Dio suor Umiltà. Finalmente, il primo marzo 1721, fu ottenuto dal papa Clemente XI il decreto di beatificazione e che si celebrassero la Messa e l’Ufficio in onore di Umiltà ogni anno il 22 maggio, giorno della sua morte.
La costruzione della nuova chiesa
Sull’onda della grande gioia provocata dall’evento e nel clima di rinnovamento edilizio che investì Faenza nel secolo XVIII, le monache sistemarono la nuova parte acquistata recentemente, che fu forse destinata ad educandato (1729-1741), poi decisero di demolire la vecchia chiesa e di costruirne una nuova sul luogo della precedente, conservandone forse alcune parti di fondamenta. I lavori furono affidati al capomastro Raffaele Campidori (1691- 1754), che associò nell’impresa il collega Giovanni Battista Boschi (1702- 1780). In meno di tre anni la nuova chiesa fu condotta a termine e benedetta solennemente il 21 marzo 1744.
La facciata, che prospetta su via Pascoli, ha linee molto semplici: due paraste ne sottolineano la verticalità; una cornice piuttosto aggettante separa il corpo inferiore da quello superiore, più ridotto, legato alla struttura dell’altro da brevi raccordi angolari e terminante con un timpano triangolare. Al centro, in alto, è una finestra protetta da cornice curvilinea; in basso il portale, lievemente profilato, racchiude una grande porta liscia, che a sua volta ne comprende una più piccola, traforata a losanghe. “Solo il suo fianco sporge sulla pubblica via rivelando all’esterno la dilatazione della cappella mediana”: si tratta di un “gonfiore” edilizio che ricorda quelli del complesso romano di Santa Maria dei Sette Dolori progettato un secolo prima (1642) da Francesco Borromini.

L’esterno, per dirla con Franco Bertoni, non lascia immaginare […] l’insolito (a Faenza) sviluppo curvilineo dei muri perimetrali, [e] non lascia certo presagire la ricchezza decorativa e la novità tipologica dell’interno. Il piccolo vano si discosta dalle tipologie religiose faentine del Settecento per l’andamento curvilineo della pianta e per l’ostentata profusione di stucchi ed elementi decorativi.
Felicissimo esempio di architettura tardo barocca, la pianta a sala si compone di una struttura ovoidale che si conclude nel rettangolo del presbiterio. Le pareti, tutte mosse in curve concave e convesse, formano uno spazio dilatato, sulle cui superfici la luce si addolcisce. Delle semicolonne uniscono le pareti curve agli altari e alle cinque porte, delle quali due sole sono praticabili. Le cappelle sono situate nei punti di maggior ampiezza della pianta e gli altari laterali, di piccole dimensioni, sono simili a consolles; le pale sono racchiuse in modo originale da grandi spirali in stucco, terminanti in foglie di acanto dorate. La trabeazione raccoglie la volta a botte, ripartita in zone geometriche precise. La luce, che entra da cinque finestre, viene riflessa dai pennacchi strombati e scende dorandosi sugli stucchi che, con la loro delicatezza, non la disturbano, ma piuttosto armonicamente la diffondono. Raffinati ed eleganti, gli unici rimasti integri a Faenza, rivestono la volta, colorata di bianco e delle delicate sfumature dell’azzurro, del rosa, del giallo, del verde, i colori prediletti del rococò e continuano lungo la trabeazione e alle pareti, dove la decorazione riveste tutto lo spazio, servendosi anche delle grate dei coretti e del matroneo, della elegante cantoria posta sopra il portale d’ingresso e degli altari.

La sistemazione attuale
Con l’arrivo dei napoleonici, le monache subirono spoliazioni, ma riuscirono a non abbandonare la parte del monastero attiguo alla loro chiesa; con l’unità d’Italia, a seguito della legge del 7 luglio 1866 che aveva soppresso le congregazioni religiose, vennero private dei loro beni e venti anni più tardi si convinsero che fosse necessario acquistare nuovi locali. Così lasciarono il complesso sorto nel loco di Santa Perpetua e la chiesa. Lo cedettero al Municipio che ne fece un ricovero per Cronici, usufruendo dei lasciti Morri e Abbondanzi. L’8 giugno 1979 la proprietà, arrivata al Comune di Faenza, passò al Demanio Provinciale per essere adibita a liceo, mentre l’ex chiesa è stata destinata ad auditorium.
Comperarono dal cavalier Girolamo Strocchi, figlio di Dionigi, il caseggiato vicino alla chiesa del Carmine, a pochi passi dalla casa natale di Rosanese, e ottennero di poter usare la chiesa, allora officiata a cura della Confraternita dello Spirito Santo, che assegnò al culto di Santa Umiltà la cappella di Sant’Onofrio, già dei Carmelitani.
Le celebrazioni per 600 anni dalla morte
In occasione delle feste per il sesto centenario del suo dies natalis, che si svolsero solennissime dall’11 al 22 maggio 1910, partecipò tutta la cittadinanza. Umiltà fu esaltata per la sua grandezza spirituale; le parrocchie si recavano in pellegrinaggio alla chiesa del Carmine, dove veniva cantato l’inno Risuoni nell’aere, composto per l’occasione dalla signora Lucia Spada e “messo in musica [dal…] Maestro Monti”, come ricorda il Piccolo a quelle date, e si ammiravano gli apparati dei faentini Francesco Zama e Giacomo Gulmanelli.
In occasione del centenario fu anche collocata nella cappella di Sant’Onofrio una statua di Giuseppe e Raffaele Collina Graziani, dono delle educande e delle ex allieve, come ricorda una targhetta in metallo posta sul piedistallo, entro un’ancona in scagliola, opera del bolognese G. Marzocchi, recante la scritta S.ta Mater Humilitas O.P.N.

Fu scelta una statua al posto dei dipinti che avevano ornato gli altari delle chiese precedenti forse perché a quel tempo al popolo piaceva di più per via della sua tridimensionalità, che favoriva la devozione. Inoltre, permetteva anche il ricordo di un’altra importantissima opera, la statua in marmo, di grandezza al vero, potente nei particolari animati, dalle mani prensili e vigorose e dal volto drammatico, scavato, volitivo, attribuita ad Andrea di Cione, detto Andrea Orcagna, allievo di Giotto e di Giovanni Pisano, databile attorno al 1360 e concepita per la chiesa fiorentina di San Giovanni Evangelista, la stessa per la quale Pietro Lorenzetti aveva dipinto il Polittico della Beata Umiltà. L’iconografia con il Crocifisso e il fazzoletto ricorda quella formatasi per la Santa in età di Controriforma.
La cappella di Sant’Umiltà in Cattedrale

Mentre infuriava la seconda guerra mondiale, il papa Pio XII proclamò Umiltà compatrona di Faenza (10 aprile 1942). Essendo però chiusa la chiesa del Carmine per i lavori di una nuova pavimentazione, la celebrazione solenne del nuovo titolo fu rimandata all’anno successivo. I membri della commissione incaricata allo scopo si recarono a Firenze per ricevere l’urna con il corpo della Santa, che fu portata in una Cattedrale splendente di luce e riccamente addobbata. Finita la guerra, il vescovo, mons. Giuseppe Battaglia, rivolse al Santo Padre la richiesta che la beata Umiltà, venerata ab antiquo come Santa, potesse avere tale titolo nel calendario liturgico. Da Roma fu risposto positivamente: in questa occasione in Cattedrale le venne consacrato un altare nella cappella settecentesca dedicata ai Santi Gertrude e Giovanni Battista. La progettazione e la direzione dei lavori furono affidate al prof. Luigi Emiliani, faentino, che pose in opera marmi che nell’insieme hanno una tonalità nocciola – bronzea e una delicata patinatura. La mensa è in biancone di Verona, con lo zoccolo rosso ed il gradino in travertino scuro. La tela, opera del pittore bergamasco G. B. Galizzi, ritrae la Santa che tiene in mano il pastorale da abbadessa e il libro dei Sermones, ha sopra la testa la colomba dello Spirito Santo, e sta davanti ad un muretto dove si trova la donnola col campanellino e il nastrino rosso. La sua posizione frontale rimanda a come era stata dipinta da Pietro Lorenzetti nella tavola centrale del Polittico ora agli Uffizi. Sullo sfondo stanno il ponte romano sul Lamone con le due torri medievali, divenuto un logo della città di Faenza, il Crocifisso, la Vergine e San Giovanni Evangelista. A contorno della pala è un ornato a rilievo di maiolica lustrata costituito da tralci fioriti di rose, in omaggio al nome di Rosanese ricevuto da Umiltà nel battesimo, che si dipartono da due vasi con angeli e formano nella parte superiore, dove la centinatura lascia più spazio, complesse volute tra le quali si scorgono una colomba e una donnola, a ricordare il “tralcio abitato” di epoca medievale. Nei due vasi sono segnati il cognome dell’autore, “Melandri” e la data “1949”. Nella volta, già priva di ornamenti, sono state inserite le delicate grottesche che nel 1828 Pasquale Saviotti aveva realizzato sugli affreschi di Giulio Tonducci nel Battistero.
Maria Luisa Renzi














