Collegamento difficile e interrotto, ieri pomeriggio in piazza della Libertà a Cesena, alla kermesse di Comunione e Liberazione, con il parroco della Striscia: “Questa è la realtà qui”. Ma la Chiesa è una presenza che apre scuole e accoglie. Perini (Avsi Libano): “Ieri 32 bombe nel sud, e saremmo in tempo di tregua”. Avveduto (Pro Terra Sancta): “Tornate”

Tende come case, topi e problemi igienici, elettricità ” a scatti” e una comunità segnata da lutti e fatiche. È la finestra della vita a Gaza offerta dal parroco della Striscia, padre Gabriel Romanelli, in collegamento con piazza della Libertà a Cesena per l’incontro “Una presenza nel mondo” della tre giorni di Comunione e Liberazione “Più vita alla vita”. in dialogo con lui Marco Perini (Avsi) e Andrea Avveduto (Pro Terra Sancta). A moderare il nostro direttore, Francesco Zanotti.

Padre Romanelli: “Da tre anni il sistema elettrico non c’è”

“Scusate, è saltata la luce, attacco le mie batterie”. L’immagine del parroco di Gaza, Gabriel Romanelli, compare per pochi minuti, in piazza della Libertà a Cesena, e poi il collegamento si interrompe. Una due, tre, volte. Francesco Zanotti, direttore del nostro giornale, che modera l’incontro, cerca di “cucire” il racconto con gli altri due relatoriMarco Perini (Avsi Libano) e Andrea Avveduto (Pro Terra Santa). Poi i tecnici optano per il collegamento audio e la piazza si riempie dei suoi racconti. 

Un silenzio attonito

Nel silenzio quasi attonito il pubblico dell’ultimo appuntamento, prima della festa finale, di “Cesena incontra”, dal titolo “Una presenza nel mondo”, ascolta di case distrutte, sabbia che si mescola con acqua di fogna, topi e una Chiesa che resta, accanto a chi soffre. “Da tre anni il sistema elettrico a Gaza non c’è – spiega padre Romanelli da lì -. Chi può produrla ce l’ha. Noi avevamo tre generatori, uno è stato bombardato, l’altro non funziona e ora abbiamo l’ultimo”, quello che gli ha permesso di finire il collegamento. Tutti se ne sono accorti ieri in piazza a Cesena: “Scusate – dice – vi sto facendo diventare pazzi ma questa è la nostra realtà”.

“Come uno tsunami, senza gli aiuti dopo”

La realtà di Gaza forse non era mai arrivata in modo così vivido, almeno non così “in diretta”. “È come uno tsunami, senza gli aiuti dopo – sintetizza padre Romanelli -. La maggior parte delle case, delle strade e degli edifici sono distrutti. Il terreno è sabbioso e la sabbia si mescola all’acqua di fogna. Duemilioni e 300mila persone vivono in tende”. Mancano i servizi essenziali. Qui ci si lamenta del costo della benzina: a Gaza “un litro di diesel costa 10 euro, uno di benzina 30 – spiega il sacerdote argentino -. Si vive con la luce del sole, le case sono buie e anche le strade”. E poi la conferma di quello che aveva raccontato il cardinale Pierbattista Pizzaballa dopo la sua ultima visita: “topi, malattie digestive. Noi cerchiamo di purificare l’acqua, ma era pessima anche prima della guerra. La situazione è un po’ dantesca, non si vede un orizzonte di speranza”.  Con le prime piogge, iniziano a cadere i palazzi pericolanti. Gli aiuti? Non posso dire che non arrivino, ma non sono sufficienti e non li abbiamo in modo continuativo. Iniziamo a ricostruire perché le persone tornino a sentirsi esseri umani”.

A Gaza sono rimasti 541 cristiani, di cui 106 cattolici. 23 sono morti sotto le bombe

La Chiesa, in tutto questo, cerca di accendere qualche luce. Le scuole sono in piedi, dice il parroco di Gaza, ma ospitano i rifugiati: “Noi in quella parrocchiale accogliamo un migliaio di bambini: 187 piccoli e 820 tra quelli delle medie e superiori che inizieranno a breve”. Quanta luce può fare una comunità cristiana? “Come cristiani qua siamo rimasti 541 – dice il parroco – cattolici 106. Prima della guerra in totale eravamo 1017”. E aggiunge: “Con la guerra abbiamo perso una buona fetta della comunità. I morti sono stati 60, tra tutti i cristiani: 23 uccisi direttamente, 23 morti per mancanza di cure, 14 deceduti perché molto anziani”. E parla anche della bomba caduta sulla parrocchia della Sacra famiglia nel luglio 2025 che ha ferito anche lui: “Anche quando siamo stati attaccati nessuno chiedeva vendetta, ma perdono”. È la “presenza” di cui parla il titolo dell’incontro, quella che fa la differenza.

“Siamo Chiesa, e si sente”. La vicinanza di papa Francesco e di Leone

“Cerchiamo di mantenere l’Eucaristia, presenza di Cristo tra noi – spiega – se no moriamo senza speranza”. E noi, la Chiesa universale si sente a Gaza? “Siamo un corpo – risponde padre Romanelli -. Questo si sente. Papa Francesco era un po’ matto, un argentino, ci chiamava tutti i giorni alle 20. Io suono le campane per ricordarlo a quell’ora, ma anche papa Leone continua a chiamarci e a mandare messaggi. Noi a nostra volta cerchiamo di non chiuderci, di aiutare, di andare oltre”. Decine le famiglie sostenute dalla piccola comunità di Gaza, e poi cliniche, e scuole, aperte a tutti i più poveri, senza distinzione di fede religiosa. “Per continuare a farlo serve l’aiuto di tutti – dice padre Romanelli -. Attraverso il patriarcato gli aiuti arrivano. Siamo qui anche a vostro nome perché siamo Chiesa”. E aggiunge: “Gaza è Terra Santa, non per modo di dire: quando Maria, Giuseppe e Gesù fuggono da Erode, prendono la via del mare, passano da qui”. 

La raccolta fondi

“Cesena incontra” risponde subito all’appello di padre Romanelli: una raccolta fondi era già stata pensata e, dopo l’incontro, c’è chi passa con il Qr code di Satispay per permettere a ciascuno di dare il proprio contributo. Ma la situazione è critica anche nel sud del Libano e nel resto della Terra Santa, come emerge dalle parole di Marco Perini e Andrea Avveduto.

Libano, 32 bombe ieri, in tempo di “tregua”

“Dal giorno dopo l’inizio della tregua, nel marzo 2026 – esplicita Perini – in Libano per i bombardamenti sono morte 4mila persone, 12mila sono state ferite e il 20 per cento del Paese è occupato, con decine di villaggi che non esistono più”. Oggi, giorno di tregua, concretizza, “quella zona è stata bombardata 32 volte. E sotto quelle bombe ci sono case, vite e storie che si spezzano”. Ma nei tg si parla d’altro. Sono 1850 le famiglie cristiane che scelgono di rimanere, in quattro villaggi. Perini cita la storia del parroco, padre Pierre, ucciso da un drone, che pochi giorni prima di morire ha detto: ‘Mai, mai, mai lasceremo la nostra terra’. E anche voi qui, standoci– dice al pubblico – fate la differenza perché non dimenticate e ascoltate quel che succede”. 

Non si possono abbandonare gli amici

Già, perché restare in un posto così? “Quando crei un’amicizia – prosegue Perini – è facile capire che quelle persone non puoi abbandonarle. Per me poi, c’è un’altra ragione: ho avuto la fortuna di nascere nella parte giusta del mondo. Ora mi sento di restituire”. Avsi, prosegue il cooperante che vive in Libano, in quel Paese affitta scuole e assume insegnanti per cercare di dare un’istruzione ai ragazzi perché gli edifici scolastici sono usati per accogliere i rifugiati. “E poi cerchiamo di farli giocare. Dopo bombe, fame, guerra, non è semplice: abbiamo dei professionisti che stanno accanto a loro – conclude Perini -. Sosteniamo infine chi può ricominciare a lavorare. Un pomodoro non risolve la vita, ma per un padre riuscire a metterlo in tavola per i suoi figli è importante, dà dignità”. 

Avveduto: “Coriandoli di Cisgiordania. Terra Santa ferita, ma ci sono luci. Tornate”

Sono due i fronti di guerra in Terra Santa, spiega il responsabile della Comunicazione di Pro Terra Sancta, Andrea Avveduto: “Della Cisgiordania i cui confini erano stati definiti dopo la guerra dei sei giorni per dare una terra ai palestinesi ormai sono rimasti coriandoli. Ci sono sei milioni di palestinesi e 800mila coloni israeliani”. Che, nella maggior parte dei casi, “arrivano e stanno”: occupano terre e siti archeologici, prima temporaneamente e poi in modo permanente. Questo nella migliore delle ipotesi. A Taybeh, l’unico villaggio cristiano della Cisgiordania, invece, gli abitanti temono di essere occupati, dopo anni di botte, occupazioni di case, auto e campi in fiamme. Anche lì, perché restare? E perché tornare, da pellegrini? Le parole di Avveduto su questo punto si fanno appello: “Migliaia di persone in Terra Santa erano impiegate nel turismo, in particolare a Betlemme. Dopo il 7 ottobre questo settore si è azzerato. Oggi è un luogo dove la de-umanizzazione è evidente – spiega -. C’è la volontà esplicita di non guardare l’altro. Il vero problema non è la guerra, ma l’assenza di pace che c’è nella società. Il clima ormai è cambiato: ai check point per prima cosa ti puntano un fucile in faccia. Poi, se hai i documenti, ti fanno passare. Ma la prima sensazione è la minaccia, ovunque”. Anche esperienze di pace come quella del Magnificat, il conservatorio della Custodia di Terra Santa di Gerusalemme che unisce ebrei, cristiani e musulmani ha vissuto momenti di difficoltà: dopo il 7 ottobre tanti insegnanti pensavano di non tornare. “Ma c’è chi ha detto perché è tornato – spiega Avveduto -: ‘perché voi e la vostra amicizia è ciò che di più bello mi è capitato nella vita’. Oggi la Terra Santa è ferita ma ci sono piccole luci che brillano”.

Daniela Verlicchi

Foto Sandra e Urbano fotografi