Giacca blu, pantaloni bianchi e l’immancabile fazzoletto nel taschino. A Faenza tutti lo conoscono come «Torre» o «quello della Torre dell’Orologio», dal nome della pagina social che lo ha reso uno dei principali narratori della storia e delle curiosità della città. Trentun anni, con una laurea in Architettura in tasca, Marco Santandrea ha trasformato una passione in un progetto seguitissimo da persone di ogni età. Figlio del cantautore faentino Rodolfo Santandrea, Marco scherza sull’evoluzione della sua notorietà: «Per anni sono stato il figlio di Rodolfo Santandrea. Adesso, a volte, è lui a essere il babbo di Torre». Oggi i suoi canali raccolgono circa 60 mila follower su Facebook, oltre 33 mila su Instagram e migliaia di utenti anche su TikTok e YouTube. Negli anni ha dato vita a varie rubriche: Faenza in un minuto, Romagna in un minuto, La Bella Romagna, oltre alle serie dedicate alle frazioni, ai borghi e alle curiosità storiche del territorio. Alla divulgazione online si affianca l’attività editoriale. Santandrea è autore di quattro volumi dedicati alla storia locale e alla scoperta del territorio.

Intervista a Marco Santandrea

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Marco Santandrea

Marco, quando nasce la tua passione per la storia locale?

Presto. Fin dalle scuole medie ero incuriosito dalla storia, dai monumenti, dalle piazze e dagli edifici che vedevo ogni giorno. Ho iniziato a leggere libri sulla storia di Faenza e ad ascoltare i racconti di mio nonno, che aveva vissuto il Novecento, il fascismo, la guerra e la ricostruzione. Ogni strada e ogni edificio custodiscono una memoria.

I tuoi studi hanno contribuito a questa passione?

Sì. Ho frequentato l’Oriani e poi Architettura all’università. Il mio interesse per l’urbanistica e per l’evoluzione della città è sempre andato di pari passo con quello per la storia locale. Mi interessava capire come Faenza si fosse trasformata nel tempo, soprattutto tra Ottocento e Novecento.

Quando hai iniziato a raccontare Faenza online?

Nel 2012 con la pagina Facebook Torre dell’Orologio. All’inizio pubblicavo fotografie storiche corredate da spiegazioni e approfondimenti. Era un modo per condividere le cose che stavo scoprendo e per raccontare una Faenza che molti non conoscevano più.

Quando hai deciso di metterci la faccia?

Per anni sono rimasto dietro le quinte. Poi ho capito che per fare un passo in avanti dovevo comparire in prima persona. Nel 2017 sono arrivati i primi video e nel 2018 è nata la rubrica Faenza in un minuto. Instagram imponeva il limite dei sessanta secondi e ho trasformato quel vincolo in un format.

Poi ti sei allargato alla Romagna.

Dopo alcuni anni mi sono reso conto che il format poteva essere replicato. Faenza resta il cuore del progetto, ma c’erano tante storie da raccontare anche nel resto della Romagna. Così sono nate prima alcune incursioni nelle altre città e poi Romagna in un minuto.

La svolta è arrivata con “La Bella Romagna”?

Sì. La rubrica dedicata alle frazioni e ai piccoli centri ha avuto un successo enorme. Molte persone si sono riconosciute in quei racconti e hanno iniziato a partecipare attivamente suggerendo luoghi, storie e curiosità.

Quanto lavoro c’è dietro?

Molto più di quanto si immagini. Per un video di un minuto ci sono ricerca, scrittura, riprese, montaggio, sottotitoli, fotografie, immagini storiche e riprese con il drone. Oggi la tecnologia aiuta, ma resta un lavoro che richiede parecchie ore.

Fai tutto da solo?

Ho due collaboratori storici che mi seguono da anni, ma la parte editoriale e la costruzione dei contenuti resta nelle mie mani.

Da qualche tempo ti vediamo sempre con la stessa giacca blu. È una scelta studiata?

Sì. Fino a poco tempo fa mi vestivo normalmente. Poi ho capito che serviva un elemento riconoscibile. Ho scelto uno stile semplice e istituzionale, senza esagerare: giacca blu, fazzoletto bianco nel taschino e basta. È diventata una «divisa» che mi rende identificabile.

Ti riconoscono per strada?

Più di quanto avrei immaginato. Ormai capita in tutta la Romagna. Può fermarmi un ragazzo, una famiglia o una persona anziana. È una cosa che ancora oggi mi sorprende.

Oggi è ancora una passione o è diventato un lavoro?

Sta diventando una professione. Negli ultimi mesi sono arrivate collaborazioni con enti, amministrazioni e realtà che si occupano di promozione territoriale. L’obiettivo è costruire qualcosa di sostenibile senza snaturare il progetto.

Un sogno nel cassetto?

Riuscire a vivere raccontando il territorio. Continuare a divulgare la storia della Romagna e, magari, allargare un giorno lo sguardo anche oltre i confini regionali. Ma sempre mantenendo lo stesso spirito con cui tutto è iniziato: la curiosità per i luoghi e le persone che li abitano.

Barbara Fichera