Un Piano di Assetto Idrogeologico considerato uno strumento indispensabile, ma da aggiornare alla luce delle alluvioni degli ultimi anni. È questa la premessa da cui partono le osservazioni presentate da Legambiente Emilia-Romagna e dal Circolo Lamone di Faenza alla variante del PAI–PGRA, il piano che disciplina la gestione del rischio idraulico e idrogeologico nei territori attraversati dai principali corsi d’acqua della regione.

Il PAI come strumento strategico per il futuro del territorio

Nelle osservazioni inviate all’Autorità di bacino, Legambiente ribadisce innanzitutto il valore strategico del Piano di Assetto Idrogeologico, definendolo uno strumento generale necessario per affrontare le criticità emerse dopo gli eventi alluvionali che hanno colpito il territorio negli ultimi anni.

L’associazione ritiene legittimo che la proposta di variante abbia suscitato osservazioni, critiche e richieste di modifica, proprio perché la fase di consultazione pubblica è pensata per migliorare il piano. Al tempo stesso, però, considera difficilmente comprensibili le posizioni che ne chiedono semplicemente la bocciatura senza entrare nel merito dei contenuti.

Secondo Legambiente, gli eventi alluvionali recenti impongono un vero e proprio cambio di paradigma nella gestione del territorio, che non può riguardare esclusivamente gli enti tecnici incaricati della pianificazione, ma deve coinvolgere amministratori, organizzazioni economiche e sociali, comitati dei cittadini e l’intera comunità.

La richiesta di un confronto scientifico sulle cause delle alluvioni

Uno dei punti centrali del documento riguarda il dibattito pubblico sulle cause delle alluvioni e sulle possibili soluzioni.

Secondo Legambiente, negli ultimi anni si sono diffuse interpretazioni spesso semplificate che attribuiscono gli eventi alluvionali a singoli fattori, come la mancata pulizia degli alvei, la presenza della vegetazione ripariale o degli animali fossori. Analogamente, vengono considerate riduttive le letture che individuano la soluzione esclusivamente in alcuni interventi localizzati a monte, come briglie o piccoli invasi.

L’associazione non condivide queste interpretazioni e propone invece un approfondimento scientifico più ampio e rigoroso, coinvolgendo tutti i soggetti competenti, comprese le università e il mondo della ricerca.

L’obiettivo indicato è quello di costruire una conoscenza condivisa delle criticità e delle possibili risposte, nella convinzione che le sfide poste dal rischio idraulico possano essere affrontate efficacemente soltanto attraverso una visione comune e un’assunzione collettiva di responsabilità.

Il tema del rischio residuo

Tra i principi contenuti nella relazione tecnica del piano, Legambiente richiama quello secondo cui il cosiddetto «rischio zero» non sarebbe raggiungibile.

L’associazione ritiene condivisibile l’impostazione che considera impossibile una messa in sicurezza assoluta del territorio e che invita invece a ragionare sul concetto di «rischio residuo», cioè sulla quota di rischio che continuerà comunque a esistere anche dopo la realizzazione delle opere necessarie.

Per affrontare questo rischio, secondo Legambiente, non bastano gli interventi strutturali sui corsi d’acqua. Occorre affiancare alle opere una serie di azioni complementari, tra cui il monitoraggio costante dei fiumi, il rafforzamento dei sistemi di protezione civile, l’adattamento degli edifici e degli spazi rurali alle possibili esondazioni e una pianificazione urbanistica che eviti nuovo consumo di suolo.

Tra le misure richiamate figurano anche le tecniche di drenaggio urbano sostenibile e una maggiore attenzione alla resilienza delle aree già urbanizzate.

L’associazione sottolinea che molte di queste competenze non dipendono direttamente dall’Autorità di bacino, ma coinvolgono le amministrazioni regionali e locali.

«Dare più spazio al fiume»

Un altro principio ritenuto fondamentale è quello sintetizzato nell’espressione «dare più spazio al fiume».

Per Legambiente, questo orientamento deve tradursi in una pluralità di interventi che comprendano manutenzione dei corsi d’acqua, ampliamento delle golene, eventuali arretramenti arginali e nuove opere di laminazione.

Nelle osservazioni viene indicato anche un ordine di priorità. In primo luogo dovrebbero essere realizzate le casse di espansione a monte dei centri abitati, sia quelle progettate da tempo e non ancora completate, sia quelle previste nei nuovi strumenti di pianificazione.

Successivamente dovrebbero essere valutate le aree di laminazione, attraverso verifiche puntuali e specifiche progettazioni.

Solo in una fase successiva, e come misura straordinaria in contesti adeguati, potrebbero essere sperimentate anche le aree di tracimazione controllata.

Le aree di tracimazione controllata

Il tema delle aree di tracimazione controllata è uno degli aspetti che hanno suscitato maggiore dibattito pubblico.

Nelle proprie osservazioni, Legambiente riconosce come comprensibili le preoccupazioni di chi vive o lavora nei territori individuati per possibili interventi di questo tipo e ritiene legittima la richiesta di valutare soluzioni alternative.

Al tempo stesso, l’associazione sostiene che non possa esistere una contrarietà di principio a tali strumenti. In presenza di eventi eccezionali, osserva infatti, il problema non è decidere se vi saranno o meno allagamenti, ma evitare che le esondazioni avvengano in modo casuale e incontrollato.

Per questa ragione, secondo Legambiente, occorre prevedere adeguate tutele per i proprietari e per le attività coinvolte, attraverso compensazioni economiche, risarcimenti e strumenti come le cosiddette «servitù di allagamento», la cui attuazione è prevista dalla normativa regionale.

Tempi certi e trasparenza sul percorso decisionale

Nella parte conclusiva del documento, Legambiente rivolge una richiesta che non riguarda soltanto l’Autorità di bacino, ma l’insieme delle istituzioni coinvolte nella gestione del territorio.

L’associazione chiede infatti di conoscere in tempi definiti quali saranno gli esiti dell’istruttoria sulle osservazioni presentate e quale sintesi verrà elaborata a livello regionale.

L’obiettivo è consentire ai territori interessati di avviare un confronto puntuale sui progetti ritenuti prioritari e, allo stesso tempo, avere un quadro aggiornato sullo stato dei lavori già realizzati o in corso di realizzazione dopo le alluvioni.

Secondo Legambiente, cittadini, amministratori e portatori di interesse devono poter conoscere con chiarezza l’avanzamento degli interventi e lo stato complessivo della pianificazione.

Uno sguardo oltre il piano

Le osservazioni si chiudono ricordando che il percorso del PAI–PGRA rappresenta soltanto una delle tappe necessarie per la gestione del rischio idraulico.

L’approvazione e l’aggiornamento del piano sono infatti considerati passaggi indispensabili anche per consentire l’adeguamento dei Piani urbanistici generali dei diversi territori e per aprire successivamente la fase della progettazione delle opere, affidata alla Regione Emilia-Romagna e agli enti locali.

Per questo, conclude Legambiente, il confronto sul piano non dovrebbe essere visto come un adempimento tecnico, ma come un passaggio decisivo per costruire una strategia condivisa di adattamento e sicurezza del territorio.