C’erano una volta – e per fortuna ci sono ancora – due maestre e un maestro in pensione che, in un convento poco distante da Brisighella, passavano pomeriggi a ricordare il loro mestiere più bello: insegnare. Tra i corridoi silenziosi del convento e il profumo di cioccolata calda, ripensavano ai giorni di scuola; alla matematica con le tabelline che sembravano montagne impossibili da scalare, all’italiano con gli accenti ribelli e le doppie dispettose, agli esperimenti improvvisati e ai progetti per scoprire storie e curiosità del paese. Ma, più di ogni altra cosa, il loro cuore tornava sempre lì: ai libri.

I libri! Quegli strani oggetti capaci di aprire porte invisibili. Basta una pagina e sei già altrove: in castelli abitati da maghi e draghi, nei guai combinati da bambini pasticcioni, oppure in luoghi lontanissimi dove la fantasia corre veloce come il vento tra i famosi colli di Brisighella. Libri corti e lunghi. Libri pedagogici o avventurosi. Con lettere enormi o minuscole. Libri per chi sa leggere da anni e per chi sta appena imparando. Insomma, libri per ogni età e per ogni sogno. Eppure, sospirando, i tre maestri si rendevano conto di una cosa che li rattristava. «In alcuni casi i bambini quasi ne hanno paura», disse una maestra stringendo la tazza tra le mani. «Eh già… molti li trovano noiosi», rispose l’altra. Il maestro sorrise amaramente: «Una volta ho chiesto a un bambino cos’era un libro. Mi ha risposto: “Quelle cose che prendono polvere sugli scaffali”». Risero. Ma di quelle risate un po’ storte, che fanno più pensare che divertire. Poi arrivò la frase più difficile da ignorare. «E i bambini che stanno imparando l’italiano?» disse una delle maestre. «Come facciamo a farli innamorare delle storie?» I tre si guardarono in silenzio. Fuori pioveva. Il vento faceva cigolare qualcosa nel cortile del convento. Dentro, nel corridoio, i tre sorseggiavano la loro cioccolata con l’aria di chi vorrebbe cambiare il mondo ma non sa bene da dove iniziare. Finché, all’improvviso, successe. Una delle maestre spalancò gli occhi, saltò quasi sulla sedia e fece sobbalzare gli altri due. «Ti sei bruciata la lingua?» chiese il maestro preoccupato. «No, no! Macché!» esclamò lei. «Ho avuto un’idea… dobbiamo fare una festa! Una grandissima festa!» «Una festa?!» risposero gli altri quasi strozzandosi con la cioccolata. «Ma per cosa?». La maestra ormai era partita come un treno senza fermate. «Una festa dei libri! Un posto dove i bambini possano toccarli, ascoltare storie, giocare, immaginare! Una festa che faccia capire che leggere non è una punizione… ma un’avventura!» Gli altri, prudenti come solo gli insegnanti sanno essere dopo una vita di registro e organizzazione, iniziarono con le domande: «E dove la facciamo?», «E chi viene?», «E soprattutto… chi prepara tutto?» Lei sorrise. «Da sola non posso. Mi serve il vostro aiuto.» E così iniziò l’avventura. Due mamme armate di cartelloni colorati si misero all’opera come artiste di una grande impresa. Due educatrici si offrirono di leggere storie. Messaggeri moderni portarono inviti di casa in casa e, soprattutto, di chat in chat – perché oggi anche le favole, per farsi ascoltare, devono fare pace con WhatsApp. Mesi di preparativi. Idee, dubbi, telefonate, forbici, colla, libri impilati e sogni condivisi. Finché arrivò il giorno.

31 maggio 2026, ore 15. Le porte del convento si spalancano per la festa dal titolo che sembrava già una promessa: “IO DO UN LIBRO A TE E TU DAI UN LIBRO A ME” E qui, come in ogni favola che si rispetti, arriva il momento difficile. Davanti al portone… nessuno. Nessun bambino. Nessuna corsa. Nessuna voce. Solo il vento. I tre maestri si guardano in silenzio. «Forse fa troppo caldo», dice uno. «Forse è troppo presto», aggiunge un’altra. «Forse ci sono troppo cose in giro», dice la terza.
Nel cortile, però, tutto è pronto: il tavolo per lo scambio dei libri, i giochi di una volta – fucili a elastici, bolle di sapone, biglie e frecce – i laboratori per creare buffi segnalibri a forma di animali e persino letture in più lingue: due in italiano e una in arabo. A un certo punto arrivano quattro nonni. Ma vogliono giocare a carte. Ai libri, almeno per il momento, non sembrano particolarmente interessati. Il silenzio inizia a pesare. Si sente solo il vibrare delle colorate bandierine mosse dal vento. Poi, in lontananza…
Una risata. Una voce. Un’altra. Passi piccoli. Ed eccoli.
Uno. Due. Tre bambini. Poi altri. Con mamme, nonne, curiosità e occhi spalancati.
E il pomeriggio, finalmente, prende vita. Gli sguardi corrono da una meraviglia all’altra. Le mani toccano libri, giochi, colori. Le orecchie ascoltano storie: quella di una bambina piena di paure e con un buco nella pancia, quella di un piccolo lupetto arabo che non vuole dormire da solo, quella di un gruppo di bambini pronti a partire per mille avventure. Per qualche ora, nel convento vicino a Brisighella, succede qualcosa di raro. I libri smettono di prendere polvere. Tornano a parlare. A far ridere. A far sognare. Tra arte, racconti, giochi e fantasia compare perfino un gelato buonissimo, preparato dalle mani esperte di Suor Marisa – perché ogni favola ben riuscita merita sempre un finale dolce.

Alla fine della giornata, i tre maestri sono stanchi, sì. Ma di quella stanchezza bella, quella che arriva quando hai seminato qualcosa di importante. Forse non hanno cambiato il mondo. Ma hanno acceso qualche scintilla. E chi ama i libri lo sa: basta una storia giusta per cambiare un pomeriggio. A volte persino una vita. E c’è già chi, tra i corridoi del convento, sta pensando alla prossima festa. Perché le favole più belle, in fondo, non finiscono davvero mai.
Grazie alla Caritas Madonna del Monticino, a tutte le persone che hanno collaborato e a chi, anche solo per un pomeriggio, ha scelto di credere ancora nella magia delle storie.
Angela Esposito














