Di seguito riportiamo una lettera giunta alla Redazione.

Tra una giunta che si autoassolve e un centrodestra prigioniero del passato (o del caso), il non-voto è l’unica scelta razionale. C’è un momento in cui la fedeltà alle istituzioni impone di smettere di partecipare al loro declino. A Faenza, guardando allo scenario per le Comunali 2026, quel momento è arrivato. L’astensione, solitamente rifugio dei pigri, diventa qui l’ultimo baluardo di chi esige serietà e competenza.

I fatti, prima di tutto

I numeri non hanno opinioni politiche. E i numeri dicono che Faenza è diventata la Cenerentola della Romagna. Secondo i dati del Ministero dell’Economia (redditi 2023), con una media di 22.627 euro, siamo stati sorpassati da Ravenna (22.891 euro) e persino da Lugo (23.269 euro). Mentre i vicini corrono, noi restiamo a guardare un declino che pare ineluttabile. La gestione dell’alluvione è stata la prova del nove: una giunta smarrita, salvata dal baratro solo dall’intervento tecnico dei commissari (Curcio dopo, Figliuolo prima). Ripresentare oggi quella stessa squadra, senza un grammo di autocritica o di rinnovamento, è un esercizio di arroganza che rasenta l’insulto verso chi ha perso tutto.

L’opposizione: tra l’usato vecchio e il nuovo per caso

Ma se la maggioranza è immobile, l’opposizione è, se possibile, ancora più desolante. È razionalmente inspiegabile che il centrodestra, dopo quindici anni, non sia riuscito a produrre una classe dirigente alternativa. Ci ritroviamo fermi alla casella di partenza con i soliti nomi, come quello di Padovani, o con “novità” dell’ultimo minuto nate per puro accidente. È il caso di Miccoli, un nome che emerge non da un percorso di proposta politica costruito nel tempo, ma solo grazie alla notorietà riflessa di una polemica con il sindaco di Russi. Affidarsi a chi c’è da sempre o a chi c’è da ieri “per caso” certifica il fallimento di un’opposizione che non ha fatto scouting, non ha studiato i dossier e ha rinunciato a costruire una visione di città. È il solito tatticismo di corto respiro, lo stesso che ha già condannato Ravenna all’irrilevanza.

Conoscere per non deliberare

Giovanni Sartori spiegava che la democrazia funziona solo se c’è accountability: se chi governa male viene punito e chi si oppone è credibile. A Faenza mancano entrambe le condizioni. Torniamo allora a Luigi Einaudi. Il suo celebre motto “conoscere per deliberare” oggi assume un significato nuovo. Conosciamo i fallimenti degli uni e l’improvvisazione degli altri. Proprio perché conosciamo, decidiamo di non deliberare su nessuna di queste opzioni. Non è disinteresse, è l’applicazione di uno standard minimo di qualità. Se l’offerta politica è sotto il livello di dignità che una città come Faenza meriterebbe, l’astensione non è una rinuncia, ma una sanzione morale. È l’unico modo per dire a questa classe dirigente, tutta intera: “Fermatevi. Riproporvi in queste condizioni è una mancanza di rispetto verso la città”.

Andrea Rava – Faenza