Come Ayrton Senna, il suo idolo, Alex Zanardi se n’è andato il primo maggio, a quasi 60 anni. E proprio Senna nel 1993 a Spa in Belgio l’aveva aiutato ad attraversare la pista dopo un brutto incidente. Ha trascorso i suoi ultimi giorni di vita con la moglie Daniela e il figlio Niccolò ad assisterlo a Padova, dove da oltre venti anni aveva deciso di trasferirsi.
Ex pilota automobilistico di Formula 1 e formidabile atleta ciclista paraolimpico, Alex Zanardi è stato per tutti noi un simbolo di resilienza per tutte le prove a cui è stato sottoposto dalla vita. Nell’automobilismo si è laureato campione CART nel 1997 e 1998 e campione italiano superturismo nel 2005. Nel para-ciclismo ha conquistato quattro medaglie d’oro, nei Giochi di Londra 2012 e Rio 2016, e dodici titoli ai campionati mondiali su strada.
“La fatica serve, restituisce sempre qualcosa di importante”, l’aveva imparato presto e poi messo a fuoco del tutto quando nel 2001 perse entrambe le gambe, amputate dopo un terribile impatto con un’altra monoposto, sulla pista tedesca del Lausitzring, venticinque anni fa. Sette arresti cardiaci, estrema unzione in pista, un litro di sangue rimasto nel suo corpo. Da quell’incidente ne uscì come una forza della natura: protesi, ottimismo, determinazione. Un disastro trasformato in una opportunità, dopo sedici operazioni.
In un incontro con un gruppo di studenti delle scuole romane ricordò che “È possibile che se il fulmine m’è arrivato tra capo e collo una volta mi colpisca nuovamente, ma rimanere a casa per evitare e scongiurare quest’ipotesi significherebbe smettere di vivere, quindi no, io la vita me la prendo”.
In un’altra intervista disse una frase bellissima, potente, urgente, anticipatrice dei temi oggi così fortemente legati alla relazione con l’intelligenza artificiale: “Ho capito che i computer hanno tutte le risposte, ma quello che davvero conta nella vita sono le domande”.
In questo era stato preceduto tre secoli fa da Voltaire, la cui frase “Giudicate un uomo dalle sue domande piuttosto che dalle sue risposte”, vuole sottolineare l’importanza del pensiero critico e della curiosità, rispetto alla semplice conoscenza nozionistica.
Poi, sei anni fa, l’incidente sulla sua bicicletta da atleta paraolimpico a Pienza. L’handbike che si ribalta, l’urto contro un camion, i danni neurologici, gravissimi. Altre operazioni, l’isolamento da Covid, una via crucis senza resurrezione fisica – la forza mentale c’era sempre tutta – nonostante gli sforzi dei medici e della famiglia.
Il pilota senza gambe resterà nelle nostre vite: non solo per come ha guidato su tre e quattro ruote, ma per come ha corso nella sua esistenza, senza mai lasciare il volante agli altri, mettendosi con senso di responsabilità e positività davanti al suo destino.
La sua famosa Regola dei Cinque Secondi, “Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più”, ci insegna che di fronte alle difficoltà della vita, grandi o piccole, abbiamo sempre la possibilità di reagire e portare a casa il risultato.
Tiziano Conti
Foto Wikipedia di Roberto Serratore














