Tre giornate di incontri tra il Polo Vigilianum e Palazzo Geremia, direttori e giornalisti di tutta Italia si sono confrontati sul  tema “Pianeta in prima pagina, cronisti del clima”. L’evento, organizzato dalla Fisc e da Vita Trentina, ha offerto uno spazio di analisi sulle sfide operative della stampa locale, chiamata ad applicare i criteri dell’enciclica Laudato Si’ nella cronaca quotidiana e a partecipare al dibattito pubblico uscendo dalle proprie logiche interne.

Il risveglio necessario

Don Doriano De Luca, direttore di “Nuova Stagione”, ha raccontato cosa succede nella sua redazione quando arriva una scossa ai Campi Flegrei: «ti alzi, guardi il monitor dell’INGV, scrivi tre righe, pubblichi». Il giorno dopo un’altra scossa, il giorno dopo ancora un’altra. «Ad un certo punto non vi alzate più». Ecco, il convegno nazionale della Federazione italiana settimanali cattolici che si è chiuso sabato a Trento — il primo dopo undici anni — è stato prima di tutto un invito a rialzarsi. E a chiedersi con onestà se, nel frattempo, non ci siamo un po’ seduti anche noi.

Per tre giorni, al Polo Vigilianum e a Palazzo Geremia, i settimanali cattolici hanno fatto una cosa che di solito non fanno: si sono guardati allo specchio per misurarsi con una domanda che l’arcivescovo Tisi ha proposto fin dal primo pomeriggio dei lavori: la questione climatica è stata «derubricata» dalle agende e dalla narrazione giornalistica?

Che il convegno sia riuscito come è riuscito, lo si deve in larga parte a “Vita Trentina” e al suo direttore Diego Andreatta, che hanno curato l’organizzazione e l’accoglienza con una cura dei dettagli che è il riflesso del modo in cui quel settimanale lavora da cento anni: attenzione alle persone prima che ai programmi, ospitalità concreta fatta di soluzioni e prossimità più che di parole.

La collaborazione con la Commissione Cultura della FISC ha prodotto un programma che teneva insieme gli aspetti scientifici relativi all’ambiente, l’esperienza giornalistica e la riflessione ecclesiale senza che nessuna delle tre prevalesse sulle altre. Non era scontato, e chi c’era lo ha percepito.

Le quattro indicazioni per il futuro dei settimanali diocesani

Chi era in sala ha portato a casa almeno quattro indicazioni utili, quattro (buoni) motivi per ripensare il proprio lavoro.

Il primo motivo riguarda la competenza. Giovanni Caprara ha ricordato che nelle redazioni italiane non esistono giornalisti specializzati in scienza; il glaciologo Casarotto ha proiettato titoli di testate nazionali che fraintendevano un inverno nevoso con la prova che il riscaldamento globale fosse finito. Studiare prima di scrivere è il minimo per non fare danni…e l’approssimazione, quando si parla di clima, può alimentare il negazionismo più di un tweet di Trump.

Il secondo motivo riguarda il restare. È la parola che ha attraversato il convegno da un capo all’altro, ripresa da Zanotti, il direttore del “Corriere Cesenate” che ha mostrato le foto di alcune delle 81mila frane romagnole rimaste invisibili ai media nazionali «perché non c’era l’acqua in strada», perché «l’Ansa non aveva ancora scritto», perché «se non c’è l’acqua io non vengo». Quei paesi isolati, quelle famiglie senza strada, quella signora che trasformava il ristorante in centro di distribuzione viveri li ha raccontati un settimanale cattolico locale, perché era lì e lì ci è rimasto.

Il terzo motivo riguarda le parole. Fabio Magro, dalla Comunità Laudato Si’ di Follina, ha chiuso il suo intervento con una frase che Chiara Genisio ha voluto poi riprendere nell’ultima mattina: «Abbiamo bisogno di una parola che parli». Sembra un gioco di parole, però c’è un senso che va recuperato. Casarotto ha mostrato che un termine tecnico usato male genera notizie false.

Monsignor Pompili ha messo in guardia da due derive opposte: la comunicazione negazionista e quella terrorista, «che non riesce in realtà a svegliare le coscienze, soprattutto non riesce a riscaldare i cuori». I settimanali diocesani devono fare una scelta che riguarda la lingua prima ancora che il contenuto.

Uscire dalle “riserve indiane”, il ruolo dei settimanali diocesani

Ma forse il motivo più profondo per ripensare il lavoro di un settimanale diocesano è arrivato nell’ultima mattina: monsignor Olivero non ha parlato di clima, ha parlato di un dipinto di Hopper dove una porta si apre direttamente sul mare senza scala né pianerottolo, e ne ha fatto la metafora di un’epoca in cui l’infinito è vicinissimo ma le strutture per raggiungerlo — chiese, riti, mediazioni culturali — sono (s)cadute. Ha detto che le religioni «non devono più essere alla ricerca di un proprio spazio, ma nello spazio comune capaci di fare da scaletta». E ha avvertito, citando un pastoralista, che le parrocchie e le diocesi rischiano di diventare «riserve indiane» dove si conservano abitudini pittoresche mentre la vita vera si svolge altrove.

Ma questa provocazione non riguarda direttamente anche i settimanali diocesani? Perché se le diocesi rischiano di diventare riserve, i loro giornali rischiano di diventare bollettini della riserva.

Ma al dir il vero il convegno di Trento ha mostrato un potenziale contrario: occuparsi di ghiacciai, alluvioni, bradisismo e pesticidi nei vigneti è il modo che un giornale cattolico ha di stare nello spazio pubblico senza pretendere di possederlo. Anche Pompili lo ha detto: la Laudato Si’ «non è stata genericamente un manifesto verde, ma è stata una chiamata all’azione». A undici anni dalla sua pubblicazione, chiediamoci se i nostri settimanali la trattino ancora come un documento da citare negli editoriali delle grandi occasioni o se ne abbiano fatto un criterio quotidiano per decidere cosa mettere in prima pagina.

A Trento si è visto che il racconto locale della crisi ambientale è un vantaggio — a patto di farlo con competenza, di non stancarsi, di non cedere né al panico né all’indifferenza. A patto di trovare parole che parlino. Andreatta e “Vita Trentina”, hanno costruito lo spazio perché questa consapevolezza potesse maturare. Adesso tocca a ciascuna redazione portarsela a casa e tradurla in scelte concrete.

La scaletta che manca nel dipinto di Hopper qualcuno la deve costruire. Non è detto che debba essere grande. Basta che regga.

Don Davide Imeneo (L’Avvenire di Calabria)