Il Messaggio dei vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2026 mette in luce, in un tempo in cui incalzano gli eventi bellici, il rapporto del lavoro rispetto all’edificazione della pace. Il lavoro può essere considerato una forma di amore civile. Dal lavoro umano che produce beni e servizi per le famiglie e la società, si sprigiona una azione comunitaria e generativa. A casa propria, in una fabbrica, nell’ufficio, in agricoltura, nella stessa politica, nei mezzi di comunicazione, le persone sono chiamate a coordinarsi e a cooperare per azioni che contribuiscono a creare il bene comune, il bene di tutti.
Ma oggi, a causa di una guerra mondiale a pezzi, il lavoro, anche in Italia, soffre di problemi che si aggiungono ad altri. Preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sui bilanci delle famiglie, delle imprese, sui poveri, su coloro che, immigrati, vivono difficoltà di inserimento e non hanno un’esistenza dignitosa.
Constatiamo che il lavoro si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. L’intelligenza della mente e delle mani degli uomini è usata sia per costruire la pace sia, come è particolarmente evidente in questi tempi, la guerra. In un attimo si possono distruggere città e popoli, si possono uccidere persone innocenti, grandi e piccini, si possono devastare colture e il creato. Mentre ci vogliono anni a ricostruire, a bonificare territori, a rigenerare le attività produttive e industriali, a sanare le ferite dell’ambiente. Viviamo in una stagione storica in cui nel mondo ma anche, di riflesso in Europa, molti si stanno preparando ad esercitare il «mestiere della guerra», coinvolgendo attività industriali ed informatiche. E non si comprende che, dato lo sviluppo degli armamenti moderni, connessi alle meravigliose ma anche tremende potenzialità dell’intelligenza artificiale, non è più per l’umanità il tempo delle guerre. Non è più il tempo delle armi atomiche solo per alcuni popoli e non per tutti gli altri. È sempre più urgente porsi in ascolto della profezia di Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). È, invece, il tempo di costruire istituzioni di pace, di moltiplicare i dialoghi all’insegna della fraternità e della ragionevolezza, di formare anche nuovi diplomatici, nuove generazioni di politici, nuovi imprenditori attenti a dare il primato a Dio. Solo così si potrà non avere padroni all’infuori di Dio Padre e meglio servire le persone, le famiglie, la società civile senza essere proni di quei poteri che schiavizzano, sfruttano e uccidono la libertà della gente. È tempo, soprattutto, di educare ad una pace disarmata e disarmante. Non abbiamo paura di essere forti nella fede religiosa. Siamo appassionati del bene comune. Siamo desiderosi di essere di Cristo, nostra forza e nostra speranza.
Entro un quadro dagli esiti catastrofici per l’umanità, per interi popoli, il lavoro è chiamato a rafforzare la sua vocazione di attività libera, creativa, partecipativa e solidale: una vocazione altamente intenta alla costruzione della pace e alla realizzazione di un’ecologia integrale, di uno sviluppo sostenibile.
Il nostro lavoro, ovunque lo compiamo, sia, allora, sempre orientato alla paziente ed incessante edificazione della pace. I nostri lavoratori e lavoratrici, i nostri generosi imprenditori – sono circa 500 le aziende e le attività commerciali del territorio parrocchiale -siano preparati professionalmente ed eticamente, capaci di innovazione, non mettendo al centro la pur indispensabile capacità tecnica e digitale, bensì tenendo al centro le persone, fine ultimo di ogni progresso.
Facciamo nostro, pertanto, il saluto di Cristo risorto: «La pace sia con voi». La guerra di aggressione, per dominio, per accaparramento e sfruttamento senza limiti delle risorse, è il grande inganno. Ci aiuti il Signore e il suo Spirito a vivere la fraternità e la destinazione universale dei beni.
Mario Toso, amministratore apostolico














