Il 21esimo Rapporto Censis sulla comunicazione fotografa un Paese che, davanti all’ipotesi di un’informazione interamente generata dall’intelligenza artificiale, si tira indietro. Il 61,6 per cento degli italiani non si sentirebbe a proprio agio. È un dato che, letto insieme ai 129 giornalisti uccisi nel 2025 sul campo, smaschera una sola, profonda domanda: di chi ci fidiamo quando cerchiamo la verità?

Il digitale che non soddisfa

Il 61,6 per cento degli italiani non si sente a proprio agio a informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall’intelligenza artificiale. Lo certifica il 21° Rapporto Censis sulla comunicazioneAffiancato ai 129 giornalisti uccisi sul campo nel 2025, il dato cambia natura: diventa la spia di una domanda che il digitale non riesce a soddisfare e che riguarda il fondamento stesso della conoscenza condivisa.

L’informazione, un patto che lega chi racconta e chi ascolta

L’informazione è nel mirino due volte – come bersaglio fisico nei conflitti e come imputata dall’opinione pubblica – e non sta vivendo soltanto una crisi di mezzi. Sta vivendo una crisi di mediazione. Quando il 59,5 per cento della popolazione cerca di evitare i media più diffusi, quando il 64,6 per cento verifica le notizie delle fonti alternative, quando 7 italiani su 10 includono i reel nell’universo dell’informazione, ciò che si incrina non è solo un modello editoriale. 

È il patto che lega chi racconta a chi ascolta. Senza quel patto, ogni mezzo, per quanto sofisticato, resta muto. E ogni innovazione, per quanto accurata, rischia di diventare una variante più rapida dello stesso smarrimento.

L’intelligenza artificiale tra promesse e minacce

In questo scenario, l’IA generativa entra come una promessa e come una minaccia. Promette efficienza, velocità, personalizzazione. Minaccia di svuotare il gesto giornalistico della sua dimensione costitutiva: la presenza. Cronisti come Amal Mohammed Shamali, uccisa a Nuseirat mentre documentava i raid su Gaza, e Amal Khalil, colpita in Libano il 22 aprile mentre seguiva l’impatto degli attacchi sui civili, pagano con la vita la condizione minima del raccontare: esserci.

Un algoritmo che genera notizie senza esserci propone un’informazione senza testimoni, dove la verità non è il frutto di uno sguardo ma il prodotto di una correlazione statistica. Non è un dettaglio: è la differenza tra il giornalismo come servizio e il giornalismo come simulazione.

Il dato Censis su chi accetterebbe l’IA solo a patto che i contenuti siano supervisionati da esseri umani – il 30,1 per cento – conferma questa intuizione. Gli italiani non rifiutano la tecnologia, chiedono che resti uno strumento e non diventi un soggetto. Chiedono che dietro la notizia ci sia ancora qualcuno che possa essere chiamato a rispondere, contestato, smentito, eventualmente perdonato. La macchina non risponde, non sbaglia con responsabilità, non muore sul campo. E proprio per questo non può occupare interamente lo spazio dell’informazione, pena il collasso del rapporto fiduciario che la sostiene.

Il messaggio del Papa: “Custodire voci e volti umani”

C’è un’eco evidente con quanto Leone XIV ha indicato come tema della prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Custodire voci e volti umani”. Non è una formula difensiva, ma il riconoscimento che l’informazione, prima ancora di essere un’industria o una tecnologia, è una forma di prossimità. Le voci e i volti non sono ornamenti del messaggio: ne sono la sostanza. Quando spariscono, resta un flusso di dati che può intrattenere, orientare, persino convincere, ma non può più dirsi conoscenza condivisa. È in questo passaggio che si misura il costo nascosto dell’automazione: non la perdita di posti di lavoro, ma la perdita di mediatori riconoscibili, di soggetti a cui potere ancora chiedere conto.

Il giornalismo, quando è autentico, costa

I nomi di Shamali e di Khalil, insieme ai 129 caduti nel 2025, ricordano che il giornalismo, quando è autentico, costa. L’IA non muore sul campo, ed è anche per questo che non potrà mai sostituire ciò che la fatica umana riesce ancora a garantire: la presenza di un testimone.

Quel 61,6 per cento di italiani diffidenti non sta votando contro il futuro: sta indicando un limite. E quel limite il giornalismo dovrebbe custodirlo prima ancora di chiederlo ai suoi lettori. Resta da capire se l’informazione saprà riconoscersi per ciò che è chiamata a essere: non un prodotto, ma una promessa.

Riccardo Benotti – Agen/Sir