Le elezioni del 27 maggio 1956 sono un caso in cui l’elemento dirompente non si manifesta né prima né durante il voto, ma solo dopo, nei due mesi convulsi che seguono il conteggio delle schede. Si tratta dell’elezione nella quale, inaspettatamente, giungerà a Palazzo Manfredi il giovane Elio Assirelli.
La ricostruzione di Faenza nel dopoguerra
La competizione si apre, al contrario, in un clima che sembra indirizzato verso la continuità. La Democrazia Cristiana e il Partito Repubblicano impostano la loro proposta politica rivendicando i risultati dell’amministrazione uscente guidata da Pietro Baldi, che si era concentrato sulla ricostruzione della città dopo le distruzioni della guerra. Tra le opere principali figurano il nuovo Ponte delle Grazie (1951) e la ricostruzione della Torre Civica (1953), mentre sui servizi l’impegno si era rivolto alla realizzazione di scuole rurali e di edilizia residenziale pubblica, anche attraverso l’attività dell’Istituto Autonomo Case Popolari, di cui il democristiano Antonio Zucchini era presidente provinciale. Il quadro è completato da una gestione improntata al rigore finanziario, presidiata con competenza dall’assessore Orsolo Gambi.

La linea politica dei democristiani in vista del voto viene confermata il 21 aprile dall’assemblea comunale dei soci della DC, che approva un programma definito come “naturale continuazione ed integrazione della pur imponente opera già compiuta”, fondato “sulla base degli identici presupposti morali e politici”. A ciò si aggiunge la ormai consueta pastorale del vescovo monsignor Giuseppe Battaglia, che ribadisce che “dare il voto ai socialcomunisti equivale a tradire religione e patria”.
Le sinistre accusano l’amministrazione di aver trascurato lo sviluppo industriale del territorio
La posizione delle sinistre è diametralmente opposta: PCI e PSI criticano duramente la Giunta, accusandola di aver trascurato lo sviluppo industriale del territorio, perdendo opportunità di lavoro per i molti disoccupati faentini, e al contrario di difendere gli interessi delle classi privilegiate legate a un mondo agricolo arretrato, individuate nel possidente terriero Baldi. In alternativa i “rossi” propongono riduzioni dell’imposta di famiglia e delle imposte di consumo, a vantaggio dei redditi più bassi.
Affluenza al 96,4%. E San Pier Laguna… fa 100
La mobilitazione è altissima. I sette partiti in lizza, PCI, PSI, PSDI, DC, PRI, PLI e MSI, portano alle urne il 96,4% dei faentini: 94,4% in città e 97,7% nelle campagne. Il caso più clamoroso è la sezione 53 di San Pier Laguna che raggiunge il 98,5% e – contando anche i sei componenti del seggio – tocca il 100% tondo.
I risultati: Dc al 41,6%, Pc 23,4%, Psi 18,4% e Pri 7,5%
Il verdetto delle urne consegna alla DC il 41,6%; il PCI ottiene il 23,4%, il PSI il 18,4%, il PRI scende al 7,5%, il PSDI esordisce al 4,4%, l’MSI raccoglie il 2,5% e il PLI il 2,2%. La geografia elettorale conferma la forza del binomio socialcomunista nelle campagne e la prevalenza dei piccoli partiti centristi nel nucleo urbano, con una DC invece sostanzialmente equilibrata: 40,8 per cento in città e 42,7% nelle sezioni rurali. Il PCI passa dal 20,2% urbano al 27,9% nelle campagne, con punte del 44,6% a Sarna, 42,1% a San Giovannino e 41,7% a Pieve Ponte. Il PSI raggiunge i risultati migliori a Fossolo (29,9 %) e nella seconda sezione di Granarolo (29,6%). La DC svetta tra i 127 ricoverati dell’Ospedale con il 55,9% e ottiene risultati molto alti a Cassanigo (60,6%) ed Errano (55,4%), dove l’assessore uscente all’Assistenza sociale Elio Assirelli raccoglie 57 voti, condividendo la roccaforte bianca con il mezzadro e compagno di partito Stefano Dalle Fabbriche, che qui tocca 112 preferenze.
Solo 2 donne elette in consiglio comunale
Il confronto con il 1951 mostra un arretramento della DC del 2,6% e del PRI del 3,5%, compensato solo in parte dall’ingresso dei potenziali alleati socialdemocratici. Ma soprattutto, l’assenza dell’apparentamento e del suo premio di maggioranza comporta un calo di tre seggi per i cattolici e di due per i mazziniani: sono 18 gli scranni per la DC, 10 al PCI, 7 al PSI, 3 al PRI, 1 al PSDI e 1 al MSI. Per l’Edera restano fuori dal Consiglio figure di primo piano come gli assessori uscenti Bruno Nediani e Pietro Sangiorgi, nonché il notaio e partigiano Virgilio Neri. Sul piano delle preferenze, Baldi risulta nettamente il più votato con 1.132 preferenze, seguito da Assirelli con 691 e da Zucchini con 494. Infine, il quadro della rappresentanza femminile è di nuovo desolante: nove candidate su 212, meno che nel 1946, e solamente due elette, la democristiana Rosa Casadio e la comunista Norma Tronconi.

Il giudizio dei cattolici sul Piccolo: “non possiamo essere contenti”
Nonostante il netto primato numerico e un calo che oggi giudicheremmo di entità tutto sommato contenuta, il giudizio dei vertici cattolici sulla prestazione del proprio partito è severo. Don Walter Ferretti, sul Piccolo del 3 giugno, afferma che “non possiamo essere contenti”, attribuendo la performance insoddisfacente anche allo scarso impegno delle organizzazioni collaterali come Coldiretti, ACLI, CIF e CISL.
Il conflitto interno alla Dc: i giovani e le sezioni rurali chiedono “un cambiamento radicale”

Ma soprattutto, il dato elettorale agisce come detonatore di un conflitto interno allo Scudo Crociato tra l’area moderata e quella più attenta alle istanze sociali. A inizio giugno i giovani soci e le sezioni rurali chiedono ufficialmente un cambio di linea politica e di gruppo dirigente. L’assemblea comunale DC del 13 luglio approva un ordine del giorno che invoca “un cambiamento radicale di uomini e di metodi” per la nuova amministrazione, con l’obiettivo di un “maggior benessere delle classi lavoratrici meno abbienti”. Il gruppo consiliare e la direzione comunale tentano di indicare nuovamente Baldi come sindaco, ma lo stesso Baldi dichiara di essere disponibile solo “con i medesimi principi e quindi con gli stessi uomini”. Una condizione ormai non compatibile con i mutati equilibri interni. La crisi politica che ne deriva segna un vero cambio di fase nel partito: abbandonata la fisionomia del partito di agrari e notabili che aveva governato sino ad ora, si trasforma compiutamente in una formazione con oltre 1.000 iscritti, costruendo una classe dirigente di estrazione più variegata e con priorità legate alla nascente società del benessere.
La scelta di Assirelli: sarà sindaco fino al 1972

Gli effetti si vedono da subito nella composizione della nuova Giunta: la DC cede al PRI l’assessorato ai Lavori Pubblici e quello all’Assistenza sociale. Fra i democristiani l’unica conferma è quella dell’indipendente Lino Celotti, che verrà delegato alle Finanze. Dopo la rinuncia di Zucchini a dare la propria disponibilità come primo cittadino, la scelta ricade su Elio Assirelli, definito dal Piccolo del 26 agosto come “giovane sindacalista 33enne”. Di famiglia non borghese e con la licenza media, Assirelli si era formato nelle riunioni clandestine durante la Resistenza e poi nel sindacato. Molti, anche dentro la DC, preconizzavano un mandato breve a causa dell’età e dell’inesperienza. I fatti li smentiranno: Assirelli rimarrà a Palazzo Manfredi fino al 6 marzo 1972, diventando il sindaco più longevo della storia della città.
Andrea Piazza
Foto in evidenza: 1 maggio 1956. Festa del Lavoro, organizzata dalle Acli. Presenti Elio Assirelli e Benigno Zaccagnini.
Per saperne di più
Pietro Baccarini, Elio Assirelli. Fra impegno morale e servizio civile. 1923-2009, Faenza, EDIT Faenza, 2018;
Franco Conti, Storia del P.C.I. di Faenza. 1945-1955, Faenza, Polaris. Yanez libri, 2024.














