Di seguito riportiamo il testo del vescovo, monsignor Mario Toso, pronunciato in occasione del convegno del 30 aprile scorso “Verso la Settimana sociale dei cattolici italiani”. Una riflessione a partire dal Messaggio dei vescovi in occasione del Primo maggio dal titolo Lavoro è partecipazione.

Premessa

Oggi, se non si vuole rinunciare all’ideale storico e concreto di una democrazia partecipativa e, dunque, sostanziale, non meramente formale, diventa necessario contrastare l’ondata socioculturale del nazional-sovranismo populista, di fatto antieuropeista, che pare abbia la meglio sulla democrazia liberale, sociale, partecipativa, inclusiva e sostenibile. La democrazia liberale sembra non essere stata in grado di estendere i suoi principi e le sue architetture ai centri di potere economico e sociale, completandosi nella democrazia partecipativa.

Affermare, come fa la Commissione episcopale per i problemi sociali della CEI, che il lavoro è partecipazione, o che occorre andare al cuore della democrazia attraverso l’asse o principio architettonico della partecipazione, come suggerisce il Documento preparatorio della 50.a Settimana sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio 2024), significa porre le premesse per riappropriarsi della democrazia liberale e sociale, quale è stata prefigurata dalla Costituzione italiana.

  1. Messaggio per il 1° maggio 2024: Lavoro è partecipazione

Nel contesto della preparazione alla prossima Settimana sociale dei Cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio) sul tema Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro, la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, ha predisposto il Messaggio per il 1° maggio 2024 dal titolo Lavoro è partecipazione. In tal modo, la Commissione ha inteso trattare il tema del lavoro come un’attività mediante la quale si concretizza una cittadinanza attiva e il compimento di una democrazia partecipativa. Detto altrimenti, per la Commissione dei problemi sociali della CEI, come peraltro per i padri della nostra Costituzione,[1] la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle imprese rappresenta un traguardo da raggiungere perché la democrazia si completi.

Il lavoro è partecipazione per eccellenza perché è fare «con» e «per» gli altri. È alienata la società che nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile questo dono, il fare per gli altri, e il costituirsi di una solidarietà interumana (cf Centesimus annus n. 41). L’art. 1 della Costituzione italiana, secondo cui “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, afferma chiaramente che la res publica (la «cosa pubblica») è quella realtà che il lavoro di tutti concorre a costruire.

Tutto ciò che usiamo, i servizi, la stessa generazione dei figli, l’istruzione, la cura della salute, l’accompagnamento dei più deboli, implicano il lavoro di più persone, uomini e donne, che, ciascuno nel proprio ruolo, contribuiscono alla realizzazione del bene comune.

Ecco perché secondo l’enciclica Fratelli tutti, che parla della «migliore politica» (cf capitolo V), affida a questa la priorità del lavoro. Ciò che promuove il bene del popolo è il lavoro, inteso in senso ampio, come insieme di attività che accrescono la nostra umanità, il nostro «noi» comunitario. Non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro. Prendersi cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia.

Proprio per questo, imprenditori, sindacati, associazioni di lavoratori, sono chiamati a promuovere il lavoro come bene-fondamentale delle persone e di ogni popolo. Come, in particolare?

Sostenendo la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, i loro doveri e diritti, un adeguato sistema previdenziale, forme innovative di imprese, forme di partecipazione, forme reali di microimprenditorialità che non nascondono realtà para-dipendenti e precarie (è il caso delle ditte individuali costituite da lavoratori licenziati da imprese di più grandi dimensioni che continuano a lavorare per esse svolgendo le stesse mansioni, ma senza le garanzie del precedente contratto di lavoro subordinato), e che vincono la tentazione tecnocratica che assolutizza la tecnologia rispetto alle persone.

Evidentemente, se dobbiamo avere cura del lavoro per tutti, si deve avere anche cura dell’innovazione tecnologica. Infatti, questa consente, a certe condizioni, l’universalizzazione e l’umanizzazione del lavoro, la promozione dell’altissima dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, del bene comune. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora urgenti, dato l’elevato numero di incidenti che, purtroppo, non accenna a diminuire.

Papa Francesco nella Evangelii gaudium ha sottolineato che il lavoro è antidoto alla povertà e titolo di partecipazione, e ciò quando non sia considerato merce, quando sia remunerato, ossia quando non sia sfruttato, sottopagato, come spesso avviene oggi (cf art. 36 Cost). Chi è povero rimane fuori dal circuito della politica, è emarginato rispetto ai luoghi decisionali, non ha chi lo rappresenti. Il lavoro libero e creativo, partecipativo e solidale, è lo strumento mediante cui il povero può esprimere ed accrescere la sua dignità (cf EG n. 192), essere rappresentato e collaborare alla realizzazione del bene comune.[2]

Il riconoscimento e la promozione della dignità del lavoro sono fondamento di una democrazia sostanziale, ossia di una democrazia che è, a un tempo, e economica e sociale e politica, fondata su uno Stato di diritto sociale, inclusiva, rappresentativa, partecipativa, di sviluppo integrale e sostenibile per tutti. Col lavoro si dà un contenuto concreto alla parola democrazia, contribuendo alla realizzazione del bene comune.

La proposta di legge di iniziativa popolare presentata dalla CISL appare ancor più significativa nel contesto della preparazione della prossima Settimana sociale dei cattolici in Italia. Essa, infatti, concentra l’attenzione sulla partecipazione in ambito democratico – non solo sul piano sociale, bensì anche politico e, quindi partitico -, ma soprattutto in un contesto socioculturale in cui la democrazia liberale, sociale, partecipativa sembra in regresso (rispetto a incombenti regimi illiberali, autoritari)[3].

  • Proposta di legge di iniziativa popolare da parte della CISL: per una governance d’impresa partecipata dai lavoratori

Per dare finalmente piena attuazione all’articolo 46 della Costituzione, ossia in vista di promuovere e incentivare la democrazia economica e la partecipazione gestionale, finanziaria, organizzativa e consultiva dei lavoratori alle imprese, la CISL ha presentato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare sulla partecipazione alla gestione delle aziende (cf www.cisl.it).[4] Tale proposta prevede che il tutto si realizzi attraverso accordi contrattuali tra sindacati e imprese su materie che vanno dall’informazione ai dipendenti alla codecisione nell’organizzazione del lavoro, dalla partecipazione agli utili a quella al capitale dell’azienda, fino all’ingresso dei rappresentanti dei lavoratori nei Consigli d’amministrazione o di Sorveglianza delle imprese. La diffusione di questi modelli partecipativi potrà essere favorita da incentivi fiscali per dipendenti e aziende.

Dopo aver definito le varie tipologie di partecipazione (gestionale, economica-finanziaria, organizzativa e consultiva), la proposta esplicita come queste diverse forme possano realizzarsi concretamente fino a prevedere l’ingresso dei rappresentanti dei lavoratori nei Consigli di sorveglianza delle imprese che adottano il sistema dualistico di governance e la partecipazione ai Consigli di amministrazione delle società sulla base delle modalità stabilite nei contratti. Per entrambi i casi, non ci sono obblighi per le imprese private di aderire a questo modello. Inoltre, si prevede che le società a partecipazione pubblica «devono integrare il Cda con almeno un amministratore designato dai lavoratori dipendenti».

Invece di stabilire obblighi di legge, la proposta mira, pertanto, a valorizzare gli accordi contrattuali. Si configurano, sul modello delle esperienze nordeuropee, in particolare tedesche, dove l’adozione di modelli partecipativi rappresenta un punto di forza nelle relazioni industriali.

La proposta di legge della Cisl non parte da zero, ma da buone pratiche già sperimentate in Italia. Si citano almeno 40 esempi di gruppi grandi e medi – da Luxottica a Piaggio a Leroy Merlin – dove si sono consolidate le più diverse esperienze di partecipazione contrattata tra sindacati e imprenditori. Senza dimenticare, poi, che anche nel sistema cooperativo si vanno sviluppando queste buone pratiche. Un esempio mi viene spontaneo dalla presenza del vicepresidente di Confcooperative Romagna Roberto Savini che è anche presidente di Cofra nel cui consiglio di amministrazione siedono già rappresentanti dei lavoratori. Si vorrebbe, dunque, estendere e generalizzare quanto in parte già esiste.

È da augurarsi che la proposta di legge della CISL possa essere approvata dal Parlamento. Ciò consentirebbe di progredire verso una democrazia sostanziale e partecipativa. Oggi, quando occorre ancora estendere i principi e le architetture della democrazia liberale, come prevedevano Giulio Pastore e Norberto Bobbio, ai centri di potere economico e sociale, l’approvazione della proposta di legge della CISL potrebbe essere un incoraggiamento a non contrarre la prospettiva della democrazia partecipativa a fronte dell’avanzare di regimi autoritari e di democrazie illiberali.

Già a metà circa del secolo scorso T. B. Bottomore sosteneva che la democrazia strettamente politica, quando non sia sostenuta da una prassi democratica in ambito sociale ed economico, finisce per ridursi a poca cosa, rimanendo senza futuro. Non si può pensare che un regime democratico, il quale esige dall’individuo un giudizio indipendente e una partecipazione attiva nella decisione di importanti problemi sociali, possa svilupparsi quando in una delle sfere principali della vita, quella del lavoro e della produzione economica, si nega alla maggior parte degli individui l’opportunità di partecipare effettivamente alla formulazione di decisioni che hanno per loro una importanza vitale. Pare, infatti, impossibile che un uomo possa vivere in una condizione di completa sottomissione per la maggior parte della sua vita, e tuttavia acquisti la capacità di scelta responsabile e di autonomia richieste da una politica democratica.[5] 

  • Conclusione: la riforma dei partiti

L’approvazione della proposta di legge della CISL potrebbe anche trasformarsi nell’incentivo della riforma dei partiti, che in questa fase storica mostrano di essere canali occlusi, che impediscono una reale partecipazione. Infatti, come ha detto recentemente Bruno Bignami, Direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana, in una intervista al settimanale «La voce del popolo» di Brescia: «La gente preferisce partecipare dove sente di poter esprimere qualcosa di sé o vedere realizzato il proprio impegno. Penso alle varie forme di volontariato e al mondo del Terzo settore che, negli ultimi decenni, rappresenta un’esperienza originale di partecipazione. Accanto a questo c’è la cattiva fama che la politica ha attirato su di sé, consegnata com’è a partiti che non sanno più esprimere una democrazia interna. Questo genera uno sconforto generale perché più che far trovare la porta aperta per poter entrare sono diventati luoghi asfittici dove manca il respiro. I partiti sono percepiti come centri di gestione del potere. Credo che la sola via per risalire la china della partecipazione attiva elettorale sia quella di riformare i partiti nella direzione democratica, raccomandata peraltro dalla Costituzione. Le stesse leggi elettorali in vigore, che non danno all’elettore l’effettiva possibilità di scegliere i propri rappresentanti, non favoriscono la partecipazione. Ciò finisce per riverberarsi anche sulle elezioni locali, dove tuttavia esistono ancora spazi di protagonismo e di responsabilità».[6]

Il tema della riforma dei partiti in senso democratico e della partecipazione dei cittadini, così ben delineato da Bruno Bignami, acquista ancora maggiore rilievo alla luce dell’attuale discussione parlamentare sul cosiddetto premierato, destinato a mutare profondamente l’assetto costituzionale della Repubblica. Come detto sopra, i partiti sono organizzati in modo diverso rispetto alla previsione di cui all’art. 49 della Costituzione (secondo cui “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).

Inoltre, con l’introduzione del premierato, si realizzerebbe questa situazione paradossale: quella cioè di un capo del Governo eletto direttamente dal popolo, da quel popolo elettore che da tempo non ha più il diritto di scegliere i propri rappresentanti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica che rispondono direttamente ai leader di quelle, ormai, ristrette comunità, che chiamiamo partiti, ma che rischiano di diventare semplici comitati elettorali.

Infatti, come sappiamo, la legge elettorale vigente non attribuisce al cittadino elettore il potere di scegliere il deputato o il senatore perché può manifestare il proprio consenso solo su liste bloccate di candidati. Pertanto, l’elettore può semplicemente confermare la scelta dei segretari di partito: ciò dà vita ad un Parlamento di nominati non ad un Parlamento di eletti. Senza modifiche della legge elettorale, quindi, avremo un capo del Governo che in qualità di leader della maggioranza si sceglierebbe i parlamentari ai quali, oltretutto, potrebbe prospettare l’alternativa tra la fiducia o lo scioglimento delle Camere e il conseguente ritorno anticipato alle urne. È di tutta evidenza che in questo modo salterebbero definitivamente il rapporto tra Parlamento e Governo che abbiamo conosciuto fino ad ora, come pure le funzioni di indirizzo e di controllo parlamentare con le ulteriori conseguenze sulla separazione dei poteri che non è difficile comprendere. Per concludere, oltre alla crisi di partecipazione dei cittadini, qui rischia di andare in crisi addirittura la partecipazione dei rappresentanti del popolo ai meccanismi decisionali perché, selezionati dalle oligarchie di partito in base alla fedeltà al leader, non hanno interesse a concorrere con il proprio patrimonio culturale ed esperienziale alla formazione di decisione rilevanti per l’intera comunità nazionale.

Ma la partecipazione democratica va realizzata anche sul piano mondiale, a fronte di diseguaglianze globali, della terza guerra mondiale a pezzi, di una globalizzazione oligarchica dell’ultimo trentennio, della devastazione crescente del pianeta, della mancanza di una governance globale. In vista di una comunità mondiale in grado di garantire pace e giustizia sociale per tutti i popoli della terra, mediante una politica non sottomessa all’economia e alla finanza speculatrice, in grado di tutelare e promuovere i beni collettivi come il clima, l’ecologia integrale, l’acqua, la biodiversità, il cibo per tutti, l’energia sostenibile, occorre promuovere una democrazia partecipativa globale. Si tratta di andare in senso contrario alla strategia nazional sovranista e populista che appare reazionaria rispetto alla prospettiva di promuovere una democrazia partecipativa globale. Essa intende uscire dalla globalizzazione oligarchica innestando la retromarcia storica che fa tornare al periodo pre-globalizzazione, al primato degli interessi nazionali e all’esclusività dello Stato sovrano, che hanno devastato il Novecento.

A livello europeo appare urgente una svolta storica verso l’Unione politica in senso democratico e partecipativo, con l’ideazione di un’importante architettura di politica sociale. In vista di ciò occorre un modello di relazioni sindacali che riconosce alle Parti sociali un ruolo istituzionale sistemico sull’intero arco dell’elaborazione e della gestione applicativa della normativa europea in materia di politiche sociali, nella prospettiva dell’avvio di un percorso di convergenza (minima) dei Paesi membri sulle materie definite.[7]

In definitiva si tratterebbe di istituire brecce di democrazia partecipativa, che iniziano a soddisfare e ad introdurre le procedure della democrazia nei centri di potere economici e sociali.

                                                   + Mario Toso


[1] La visione di cittadinanza che i costituenti intendevano realizzare non era quella di una società di individui garantiti attraverso il solo diritto a ottenere il necessario per la sopravvivenza, ma quella di una società di persone in cui lo sviluppo collettivo e l’emancipazione individuale si realizzano attraverso il lavoro. Il lavoro, quindi, non è solo strumento per procurarsi i mezzi di sostentamento, ma è piuttosto il mezzo attraverso il quale realizzare la crescita degli individui come persone, membri di una comunità in cui l’apporto meramente economico sarebbe insufficiente al progresso civile e sociale e per questo non sostituibile dall’erogazione di un reddito pubblico. (cf www.cisl.it, p. 2)

[2] Cf F. Occhetta, Il lavoro promesso. Libero, creativo, partecipativo e solidale, Àncora-La Civiltà Cattolica, Milano 2017.

[3] Tali regimi stanno crescendo in questi tempi sulla base della sempre più stretta correlazione fra globalizzazione oligarchica, crisi delle democrazie liberali, ascesa della reazione illiberale. In Europa è cresciuta una miscellanea nazional sovranista populista. Questa miscellanea integra in una visone organica: a) il ritorno alla centralità esclusiva dello Stato (secondo il principio della potestas superiorem non recognoscens), al primato degli interessi nazionali con le paure e l’ostilità verso lo straniero e l’adozione di politiche combinate anti immigrazione, di protezionismo commerciale e valutario associate al primato della nazione; b) l’indisponibilità alla cessione di quote di sovranità ad istituzioni sovranazionali e l’opposizione  a strategie di convergenze mutilaterali a favore di confronti ed accordi bilaterali fra Stati (sovranismo); c) la riduzione della cifra istituzionale distintiva della democrazia al rapporto diretto e simbiotico fra il leader (individuale o collettivo) ed il suo popolo (populismo), con la duplice, conseguente insofferenza per tutto ciò che si interpone nel rapporto: verso l’alto, per il parlamento, le istituzioni di supervisione e di garanzia, la magistratura (ovvero l’insofferenza per la divisione dei poteri costitutiva delle democrazie liberali); verso il basso, l’insofferenza per la mediazione delle rappresentanze sociali e dei corpi intermedi della società civile, caratteristica della democrazia partecipativa, (cf G. Gallo, La Democrazia partecipativa fra autoritarismi e “Democrazie illiberali”. Un approfondimento, Fondazione Ezio Tarantelli-Centro Studi-Ricerca e Formazione).

[4] La proposta di legge di iniziativa popolare “La Partecipazione al Lavoro”, consegnata dalla CISL in Parlamento prevede un articolato che si compone di 22 articoli, suddivisi in 9 capitoli. È stata accompagnata da circa 400mila firme. L’ambizione è quella di «cambiare profondamente il modello economico», attraverso un diverso rapporto fra lavoratori e imprese pubbliche e private.

[5] Cf T. B. Bottomore, Èlite e società, il Saggiatore, Milano 1967, pp 152-157.

[6] Cf Intervista di Massimo Venturelli 27 marzo 2024. Cf anche M. Toso, La Chiesa e la democrazia, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2024, pp. 205-209.

[7] Cf G. Gallo, La Democrazia partecipativa fra autoritarismi e “Democrazie illiberali”. Un approfondimento, Fondazione Ezio Tarantelli-Centro Studi-Ricerca e Formazione, pp. 17-21.