Accompagnare le coppie a vivere un amore indissolubile, libero, consapevole, fecondo e aperto alla vita. E, nel farlo, offrire esperienze e compagni di viaggio, più che precetti e istruzioni. Da qui la proposta durante l’anno di incontri di spiritualità (il prossimo domenica 3 marzo alla pieve di San Pietro di Bagnacavallo dalle 15 alle 18), percorsi di avvicinamento al matrimonio con coppie guida e momenti di condivisione come la recente veglia di San Valentino a San Francesco. Un cammino insieme nel quale la Pastorale familiare della Diocesi di Faenza-Modigliana si mette in ascolto e fa conoscere la bellezza di quel ‘per sempre’ che oggi spaventa tanto i giovani, ma che racchiude il senso più profondo di quell’amore che si vive con l’altra persona. Con don Stefano Vecchi, incaricato alla Pastorale familiare, conosciamo i percorsi offerti dalla Diocesi in questo ambito, in un contesto nel quale matrimonio e famiglia sono sempre più messi in discussione dalla società.

Intervista a don Stefano Vecchi sui percorsi di Pastorale Familiare in Diocesi di Faenza-Modigliana

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Don Stefano, quali sono in Diocesi le proposte di avvicinamento al matrimonio?

Attualmente sono due. Il primo è il percorso tradizionale, composto da otto incontri e diffuso in tutta la Diocesi e necessario per chi vuole sposarsi in Chiesa. Si è voluto nel tempo favorire il ruolo delle parrocchie rispetto alla centralizzazione che c’era una volta. In questi percorsi la coppia è seguita da un prete e da una coppia-guida. A questi percorsi si affiancano quelli promossi dall’Azione cattolica, della durata biennale, e che quindi offrono un approfondimento maggiore.

Di cosa trattate in questi percorsi?

Cerchiamo di riflettere sul senso profondo di questo sacramento e su cosa significa rispondere sì alla chiamata di un amore cristiano. Una delle gioie più grandi è quando delle coppie, all’inizio scettiche, ci hanno espresso il proprio stupore perché si è presentata loro il volto di una Chiesa accogliente. In particolare attraverso la prima tipologia di percorsi, è possibile offrire un’occasione alle coppie, che magari negli anni si sono allontanate dalla Chiesa, di riscoprire la fede e incontrare Dio. Il limite però è che otto incontri per alcuni contesti rischiano di essere pochi per andare in profondità, per cui come Pastorale stiamo facendo alcuni ragionamenti.

Del tipo?

Il Papa di recente ci ha provocato con un documento Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale in cui propone di ampliare i percorsi in un’ottica di vero e proprio itinerario. Come Pastorale abbiamo formato un gruppo di lavoro proprio per svilupparli in Diocesi, e amplierebbero il numero di incontri. La questione però non è solo la preparazione al matrimonio, ma l’accompagnamento anche nel dopo. In Diocesi questo è portato avanti dal percorso “Veliero”, che andrebbe incentivato. Poi nelle parrocchie bisogna sempre più puntare a far incontrare famiglie di età diverse, in un’ottica di arricchimento intergenerazionale.

E per quanto riguarda persone separate o divorziate?

Il vescovo Mario ci ha stimolato a creare un gruppo di lavoro per fornire linee guida e accompagnamento a persone separate o divorziate. Il lavoro è stato approvato dalla Diocesi. Queste persone sono seguite anche da Talità kum, gruppo di accompagnamento spirituale del Paradiso.

“La gioia più bella di questi incontri? Trasmettere l’immagine di una Chiesa accogliente e che sostiene”

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Veglia di San Valentino, 11 febbraio scorso a San Francesco

In questi anni, hai visto cambiare il modo nel quale le giovani coppie si approcciano al matrimonio?

In questi vent’anni non ho trovato grandi differenze. C’è la ricerca, più o meno matura e consapevole, di un’autenticità del sacramento, che non viene banalizzato nel semplice “sposarsi in chiesa”. Oggi come ieri, il “per sempre” spaventa. E attorno a loro i giovani vedono spesso come aumentino i divorzi, le separazioni, le convivenze. Tutto questo crea sfiducia, e passa il concetto che ‘se non ce la si fa’, allora basta cambiare. Non va sottovalutata la questione del linguaggio, di come parliamo ai giovani, ai quali serve a poco dire una verità o una dottrina con un lessico a loro estraneo. Chiedono poi un accompagnamento e un mettersi al loro fianco. La relazione è al centro. L’impressione è che le parrocchie debbano cresce nell’educazione all’affettività. È stato un tema che, per troppo a lungo, è stato dato per scontato e delegato ad altri. Oggi dobbiamo riappropriarci di questa funzione educativa, dato che ormai anche i giovanissimi possono avvicinarsi al sesso tramite internet e il proprio cellulare. E qui, tramite la pornografia, avviene la banalizzazione del sesso e delle relazioni. Nei percorsi parliamo di castità matrimoniale, che non va confusa con astinenza. Castità non significa astenersi dai rapporti sessuali, ma averli nel rispetto dell’altra persona e a servizio dell’amore evangelico e non del proprio egoismo, secondo quanto indica il Magistero della Chiesa. Castità non riguarda solo la sessualità, ma ogni aspetto della vita.

A livello sociale cosa si può fare per rafforzare l’istituzione del matrimonio?

In generale le politiche sociali non aiutano la famiglia e non sostengono le madri. Importante è allora il prezioso lavoro dei consultori Ucipem e del Centro aiuto alla vita. A livello culturale poi, come una sorta di reazione, si identifica ormai la donna con figli come modello di una società patriarcale, e questa è una visione distorta. Diventa quasi un orgoglio quello di non avere figli. Favorire la maternità non significa tornare a replicare modelli del passato, ma guardare alla vita e al futuro.

Samuele Marchi