Il fantoccio di Annibale, il Niballo, protagonista del tradizionale rogo del 5 gennaio a Faenza potrebbe non avere più la pelle scura: l’idea, che è trapelata in questi giorni dai palazzi Comunali, e non dal mondo del Palio come scritto da alcune testate locali, è che il volto del fantoccio possa avere i colori del rione che si è aggiudicato il palio precedente, come già avviene per la sua veste. La trasformazione potrebbe avvenire già a partire dalla prossima edizione della Nott de Bisò, in programma il 5 gennaio 2025, nel caso l’idea dovesse essere accettata, ma appare molto improbabile.
Intervista ad Aldo Ghetti: “Il Niballo rappresenta l’anno vecchio, non dobbiamo ricercarvi un’identificazione etnica”

Tante le discussioni sorte sulla opportunità di dare un “colore” al volto del Niballo, tema questo peraltro non nuovo, e che già era stato sollevato qualche anno fa. Nel 2021, tre anni fa ne parlammo con Aldo Ghetti, storica figura della manifestazione faentina vi riproponiamo il suo pensiero. “In primo luogo – aveva detto Ghetti – mi permetta di osservare che trovo strano che nel rogo di un buffo simulacro di paglia, con misure fuori da ogni forma umana, si possa rilevare invece proprio il rogo di un essere umano a cui si dà addirittura una identificazione etnica in base al colore del volto di cartapesta!”.
Ci dica in quale contesto nasce la Nott de Bisò, che in fondo è una moderna invenzione dei Rioni faentini.
La Nott de Bisò nasce nel 1964 come opportunità di collaborazione tra i rioni e la non celata possibilità di avere introiti, quando ancora non esisteva il mese del Palio con la attuale possibilità di cenare nelle Sedi Rionali, la motivazione, poiché nacque a Capodanno, fu duplice: celebrare il passaggio dell’anno e, al contempo, riempire la Piazza faentina con una festa popolare.
Quindi non c’è una base storica.
La parte storica è rappresentata dal simulacro di cui si previde il rogo fin dal primo anno, ovvero l’ipotetico Annibale, simbolo Saraceno del periodo delle Crociate e delle lotte tra Cristianità e Islam, ma che per i faentini affonda le sue radici nella Seconda Guerra Punica quando Roma, di cui i faentini furono fedeli alleati inviando addirittura un contingente a Canne, rischiò la distruzione per mano dei Cartaginesi di cui Annibale era il prestigioso comandante.
Quindi il Niballo non è nero di pelle.
No è un moresco ma il punto non sta nel colore della pelle, il rogo non ha certo questo significato.
Ovvero potrebbe essere bianco?
Intanto la figura storica è indiscutibile, quindi una rappresentazione simbolica non lo può vedere di pelle bianca, ma in realtà dobbiamo superare questo concetto tornando all’origine della nascita della manifestazione, ma soprattutto alle nostre più profonde tradizioni popolari. In primo luogo il simulacro del Niballo rappresenta l’anno vecchio, che viene bruciato sul rogo per annullare tutto ciò che di negativo può esserci stato e augurarci un nuovo e felice anno. In secondo luogo identifica la tradizione dell’Uomo nero diffusissima in tante culture europee: ricorda la Canzone “Questo bambino a chi lo do…” cantata ai bambini per farli addormentare o per far loro capire che c’erano dei limiti che non dovevano essere superati; esempio, non puoi allontanarti dai genitori altrimenti c è l’uomo nero che ti prende. Il rogo del Niballo è quindi un gesto che ha radici ancestrali, ed è un rituale popolare atto ad esorcizzare le nostre paure.
Possiamo quindi concludere che invece di preoccuparci di cambiare le nostre tradizioni, dovremmo confrontarci per comprendere quali tradizioni popolari condividiamo tra noi e i nuovi italiani e quindi aiutarci reciprocamente a mantenerle; soprattutto se ci aiutano a esorcizzare le nostre paure: come appunto il rogo di un simulacro di paglia.
Gabriele Garavini














