No’ dì gat intãt ch’u n’è int e’ sac , cioè non cantare vittoria prima del tempo, è uno dei tanti modi di dire così frequenti una volta nei discorsi della gente di Romagna e non solo. Lo so bene che fra di voi ce n’è più d’uno che si muore già dalla voglia di sapere perché io lo sia andato a tirar fuori, mo stavolta ha da portare pazienza perchè ce lo dirò solo più avanti. Se pu l’ha pavura ‘d fej la màcia, mo che si batta bene una mano sul suo signorgiulio perché ho prima da spiegare da dove può essere dato fuori il modo di dire che fa da titolo all’articolo.

Tornando indietro nel tempo…

Dunque, dando d’indietro alla storia per una bella bolatina di anni, si arriva a quel periodo in cui ai più ci toccava di tirar la cinghia e le occasioni per metter un po’ di carne sotto i denti erano piuttosto scarse. La gente si ingegnava come poteva ed era quanto mai varia la serie di bestie e bestiole che finivano in un tegame. Oltre a lumache, rane, uccelli di nido, scoiattoli e porcospini, c’erano purtroppo anche i gatti. Queste sono robe che, anche solo a ricordarle, possono farci venire un colpo secco a qualcheduno de dè d’incù, mentre allora con la fame che ci si portava dietro u si paseva sôra senza tanti scvesi, tanto più che non si mangiava mica il gatto di casa. Eh no, ci si sarebbe tirata addosso la sfortuna, così ci si rifaceva con quelli degli altri, magari con quelli dei vicini di casa. I più dei gatti sparivano in inverno quando erano ancora belli grassi, prima che cominciasse la gatarèja, cioè il periodo degli amori. Qui ch’j andeva a ghët (da ragazzino, quando ancora si faceva e’ treb, l’ho sentito raccontare più di una volta) entravano in azione, da soli o in piccole squadre, nelle prime ore della notte, quando qui dla ca, prima di andare a letto, i miteva fura e’ gat. Alcuni non avevano neppure bisogno d’arvì l’ós za incarnazê perchè nella parte bassa di molte porte c’era la gataröla, e’ bus de gat. Proprio di fronte a quello veniva messo dall’esterno un sac d’urtiga a bóca averta e la bestiola nell’uscire ci finiva dentro. A quel punto bisognava chiudere, legare velocemente il sacco e allontanarsi in fretta prima che il gatto, tra strattoni e soffi, incominciasse a miagolare. In alternativa al sacco messo davanti a e ’ bus de gat, qualcuno usava una trapla, una specie di gabbia a bilancere piazzata di notte nei pressi delle case. Il gatto, attirato dall’odore di un’esca (una cotica, un pezzo d’osso del prosciutto), entrando faceva spostare il bilancere, e’ spurtël dla trapla si chiudeva e chi era di guardia correva con il solito sac d’urtiga per trasferirci l’animale. A volte però, sia nel primo che nel secondo tentativo, qualcosa andava storto, il gatto riusciva a scappare salvandosi la pelle e e’ tigâm restava vuoto. Ecco dunque spiegata l’origine del detto no’ dì gat intãt ch’u n’è int e’ sac.

La storia di Giancarlo

Adesso, per accontentare quei caziani che sono lì che smignano, è arrivato il momento di chiarire perchè l’ho messo come titolo. Con la Francesca ch’la sta int e’ Mônt d’Veza (uno dei due-tre nomi usati un tempo per indicare l’attuale Borgo Tuliero), c’è un’amicizia che risale ai tempi in cui sua mamma lavorava all’allora Paf insieme con la mia; d’ogni tanto, quando ci si vede si fanno due chiacchiere e così è stato anche una sera di un paio di settimane indietro. Ciô, la Francesca era giù di morale, mo dite pure che era giù, per via di quel che le era capitato la mattina. Avete da sapere che lei, single da sempre, da qualche anno aveva Giancarlo come coinquilino. Giancarlo, caziani maliziosi che siete e che andate subito a pensare a uno schiano, era un bel gattone tigrato che, dice lei, u i amânchêva sôl la paröla, e ci faceva compagnia, lui sì meglio di uno schiano. Sì, da giovane l’aveva fatta impazzire un po’, ma dopo che il veterinario l’aveva privato dei suoi due gioielli, si era dato una calmata ed erano state solo soddisfazioni, ripagate con scatolette e croccantini a volontà. Giancarlo, bello grasso, cun e’ pel che starlucheva e socievole con tutti quelli che ci facevan delle mosse, la seguiva in casa e fuori aspettandola anche quando lei andava a trovare qualcuno. Quella mattina la Francesca era entrata da una sua vicina e l’aveva lasciato al cancello accovacciato come al solito, ma all’uscita lui era sparito; non era più da nessuna parte e lei dopo averlo cercato inutilmente si era convinta che gliel’avessero rubato. Dalla finestra poi aveva visto una frustira che ci faceva dei scimitoni, quindi dava per sicuro che fosse stata proprio quella lì a portarselo via! E, giù cun i guzlõ, mentre me lo raccontava. A vederla in quello stato la m’saveva d’mêl così, per tirarci su un cantone, mi era venuto da dirci che un gatto, vecchio, pratico del posto e pöc cvajõ come Giancarlo, l’avrebbe ben trovato il modo per tornare a casa. Putância, pasê na stmâna la Francesca non mi ha mo telefonato per dirmi che il suo Giancarlo aveva salvato la pelle e u s’era ardót a ca! È proprio vero quindi ch’u n’s’pò dì gat intãt ch’u n’è int e’ sac.

P.S. Vi ricordo che, nel Teatro dei Filodrammatici L.A. Mazzoni in viale Stradone 7,venerdì 8, sabato 9, venerdì 15 e sabato 16 dicembre alle ore 21, e domenica 10 e 17 dicembre alle ore 15.30 la Filodrammatica A.P. Bertòn continua a presentare la fiaba (per piccoli e grandi) Il principe dei ladri. I biglietti si possono prenotare telefonando al 377 3626110, su Whatsapp attivo tutti i giorni, oppure acquistare direttamente nelle serate di spettacolo.Sempre ai Filodrammatici, Giovedì 7 e giovedì 21 dicembre, prevendita dei biglietti dalle ore 18 alle ore 19 per Galena vëcia che la Bertòn presenterà il 31 al Teatro Masini.

Mario Gurioli