Seguendo in televisione i funerali di Giorgio Napolitano, Presidente emerito della nostra Repubblica, si potrebbe fare una sintesi: un nobile evento tra la freddezza della destra e lo scatto d’orgoglio della sinistra.

Quali immagini resteranno?

Quali immagini resteranno? Le lacrime di Sofia, la nipote: Giorgio Napolitano è stato anche un bravo nonno, che ci veniva a prendere da scuola e ci portava a Villa Borghese a prendere il gelato. Anna Finocchiaro, con tutto l’orgoglio di appartenere ad una storia comune, che ricorda “i tempestosi scambi” quando “non era d’accordo con me”, e più “di tutto temevo le sue lettere di scrittura puntuta e obliqua” e che alla fine si commuove. Il figlio Giulio ricorda che suo padre gli disse “di aver combattuto buone battaglie e sostenuto cause sbagliate” e ha invitato a vivere questo momento “con spirito di unità”, ma, a dispetto della presenza del governo al completo, è stato la commemorazione di una parte. Di una parte sconfitta e di un mondo che è tramontato. L’istantanea che più di tutte segnala il clima a destra è quella di Vittorio Sgarbi che si addormenta sui banchi del governo e Giorgia Meloni che a un certo punto si mette a scarabocchiare sul foglio bianco che ha davanti. I parlamentari della destra di secondo piano, che non avevano obblighi istituzionali, hanno in gran parte disertato la cerimonia, mentre la sinistra, ormai dispersa e sconfitta, si è ritrovata per uno scatto di orgoglio.
La destra governa, ma si potrebbe dire che gli statisti sono dall’altra parte: e questo ci dovrebbe far riflettere che per vincere le elezioni ci vuole anche un po’ di coraggio.

L’ultimo saluto al Presidente Napolitano

L’ultimo saluto è stato un esercizio pieno di quella etica delle istituzioni cui Napolitano ha dedicato la sua vita, pieno di pedagogia costituzionale, i discorsi rispettosi della forma (Giulio Napolitano ha elencato tutte le personalità presenti, una per una), il cardinal Ravasi che menziona gli autori preferiti del presidente, Thomas Mann e Dante, Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron, senza auricolare, Elly Schlein arrivata con la partigiana Iole Mancini (104 anni), col fazzoletto dell’Anpi al collo. L’aula piena di personalità del mondo di Giorgio Napolitano, un mondo di ex comunisti, di uomini colti, dallo scrittore Piperno a Giuliano Ferrara, che sono stati giornalisti dell’Unità, passando per D’Alema, Veltroni, Bersani, Prodi. Da questa parte mancava solo Barack Obama che lo ha definito un “leader straordinario”. Il più omaggiato di tutti è stato ancora una volta Mario Draghi. Giulio Napolitano ha affermato anche: “Non c’è stato giorno in cui non abbia visto mio padre scrivere, leggere, prendere appunti, studiare dossier, per lui la politica era soprattutto una scelta etica”. Sarebbe un’immagine possibile oggi? E gli stava a cuore l’unità del Paese, “il momento in cui l’ho visto più felice è stato quando si sono svolte le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia”.

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Gianni Letta ha provato a mettere insieme l’impossibile, Napolitano e Berlusconi, augurandosi che si parlino lassù, ma anche questo è un esercizio complicato, considerato il carattere dei due, e gli attacchi puntuti sferrati anche da morto dai giornali dell’area di riferimento.
Di prammatica gli esili applausi di Salvini e Meloni a Paolo Gentiloni, che ha definito Napolitano “un patriota costituzionale”.
Napolitano è stato un uomo politico pieno di doveri, allergico alla demagogia, come ha ricordato Giuliano Amato: “la politica e la cosa pubblica siamo tutti noi”. Sono tutte caratteristiche che fanno un po’ a pugni con il ventunesimo secolo, con questo tempo che segna le nostre giornate. Anche se il nostro cuore e il nostro sguardo vanno sempre all’orizzonte, alla speranza che l’etica torni a essere centrale nella vita della “polis”.

Tiziano Conti