Gianpiero Soncin, originario di Prato, dopo una lunga carriera come tutor per acconciatori, ha aperto una propria attività di barberia a Como e un salone di bellezza Sagnino. Dal 2020 è in Protezione civile presso l’unità “Sei” (Servizi Emergenza Integrati) di Cogliate-Misinto-Lazzate in provincia di Monza. E dalla prima emergenza questa unità si è aggregata alla colonna mobile Sne per operare nel territorio faentino. L’unità Sei, opera come associazione di volontariato con interventi, generici e specialisti, di dissesto idrogeologico e tutela del territorio. Gianpiero è un volontario con specializzazione Abi, un’abilitazione che richiede ottima conoscenza del territorio locale e italiano, oltre a essere in grado di organizzare interventi, squadre di antincendio boschivo in modo rapido ed efficace.
Intervista a Soncin, ha operato nelle aree del Borgo di Faenza: “Tanta riconoscenza dalla gente”
Gianpiero come hai accolto la notizia che saresti andato a Faenza e cosa ti aspettavi di trovare?
Già dalla prima alluvione mi avevano chiesto se fossi disponibile, ma non lo ero per motivi di lavoro. Appena sentito la notizia della seconda ondata ho aderito subito. La mia sezione era organizzata in gruppi da sei volontari che scendevano a Faenza con turni sul territorio da 4 o da 7 giorni. Io sono sceso dal 3 al 7 giugno con un pick-up antincendio dotato di un idrante. Sono partito alle 4 di mattina, con la voglia di aiutare e di fare qualcosa. Sono arrivato a Faenza alle 8 e ho dato il cambio agli amici e colleghi sul territorio. Il turno iniziava a quell’ora. Il giorno precedente era stato fatto un sopralluogo, e quindi intervenivamo con bobcat, lance, badili, carriole per portare via acqua e fango. Alle 13 andavamo a mangiare e alle 14 tornavamo sul luogo fino alle 18. Se non era completato tiravamo avanti sino alle 21.
In che zona sei intervenuto? Dove dormivi e dove mangiavi?
Il primo intervento è stato sgombrare una strada (via d’Azeglio ndr) dal fango e ho operato con un gruppo di volontari di Roma.
Il nostro alloggio era al centro sociale il Borgo e ci davano da mangiare la Protezione civile dell’Emilia-Romagna, che aveva la mensa nel piazzale delle scuole Carchidio-Strocchi. Ho mangiato anche in un ristorante poco fuori Faenza, di cui ho un bellissimo ricordo. Arrivavamo, loro erano già pronti, non ci facevano aspettare. Con un menù convenzionato di buona cucina romagnola.

Che città hai trovato? Come hai trovato i faentini?
Una città viva, nonostante fosse particolarmente ferita, che ha reagito in maniera eccelsa. Le persone erano sorridenti al nostro passaggio e avevano bisogno di parlare. Nonostante i nostri interventi, ci raccontavano tutto quello che era accaduto, come potersi sfogare.
Ci narravano della notte che è arrivata l’acqua e che vedevano le auto scorrere via come proiettili. Molto era ascoltare. Mi ricordo in particolare di questa coppia di anziani, seduti su una panchina fuori da casa loro, allagata sino al primo piano. Dormivano la notte al secondo piano, gli portavano pasti caldi e coperte perché mancavano gas e luce. Ci guardavano con occhi sbarrati. Io ascoltavo la signora, di 93 anni, e il suo racconto mi commuoveva. E questa signora, vedendomi così, diceva a me di farmi coraggio e di portare pazienza. E questa signora così dolce mi è rimasta nel cuore. L’importante non era solo togliere il fango, ma parlare e ascoltare. Altra cosa che ricorderò sono gli occhi e i sorrisi: quando ci vedevano arrivare, si accendevano. C’era tanta riconoscenza negli occhi dei faentini, perché vedevano quello che stavamo o facendo. Inoltre, quando facevamo colazione, ci dicevano di pagare solo le brioche, perché caffè e cappuccini erano offerti dalle donne – e solo dalle donne – romagnole.
Cosa diresti ai faentini?
Io direi a loro grazie. Hanno dato modo a noi di poter rendere vivo il senso del volontariato. Un grazie ai faentini, che pur nella drammaticità, sono persone uniche. Per l’accoglienza e per quei giorni, pur difficili, ma carichi di un ricordo di persone sincere e vere.
Mattia Randi














