«L’andéva mei una vôlta», “andava meglio una volta”. Alzi la mano chi non l’ha mai sentito dire. Ma siamo proprio sicuri che sia così? In tempi in cui il mondo del lavoro non se la passa proprio bene – bassi salari, precarietà, disuguaglianze, effetti dell’IA sono temi all’ordine del giorno – sarà opportuno un paragone con quanto accadeva un bel po’ di anni or sono, nella Faenza di fine ’800.
Il lavoro nella Faenza di fine Ottocento
Allora non c’erano né l’ufficio per l’impiego né i sindacati, per non parlare delle agenzie per il lavoro e degli ammortizzatori sociali. La sola strada per trovare un’occupazione era bussare a tante porte col cappello in mano, o pagare qualcuno perché scrivesse in termini comprensibili una lettera di supplica. «Minori Antonio di questa città – scrive un disoccupato al sindaco Gallo Marcucci il 12 dicembre 1889 – porge viva preghiera alla S.V. Ill.ma perché si voglia muovere a compassione della sua critica e terribile posizione. Egli, quantunque giovanissimo, robusto e ben fatto della persona, pure non sa con tutta la buon volontà procacciare, con qualsiasi lavoro, il necessario tozzo di pane a sé, ai suoi tre piccoli figli e alla moglie che da ben due anni è obbligata a letto per un ostinatissimo reuma».
Le richieste al sindaco per un posto di lavoro
Di altro tenore la missiva di Giacomo Argnani, “capo scopatore di questa città”. Gli è stato ordinato di svolgere le stesse mansioni dei suoi subordinati, ma lui in vent’anni di servizio non l’ha mai fatto e non intende farlo. Così l’8 gennaio 1890 si rivolge al sindaco «acciocché voglia degnarsi affidare a lui l’incarico di condurre il carro per l’accalappiacani e il servizio sia diurno che notturno dalla schiusura dei pesatori e la levatura delle urine in quei pozzetti dei pisciatoi stessi che troppo pieni mettono le urine per le vie». L’orgoglio non ha prezzo. Sul tavolo del sindaco arriva un’altra implorazione il 23 gennaio. A inviarla – per la terza volta – è stato Odoardo Baldini, 34 anni, professione “lampedista”. Scrive sottoponendo «umile istanza per essere ammesso in qualità di inserviente nella Pubblica Illuminazione». Precisa di aver assolto lo stesso incarico nei casi di urgenza e di essersi sempre prestato nella speranza di essere un giorno assunto. Raffoni Domenico chiede invece, il 16 aprile 1890, «di essere tenuto nella debita considerazione per la nomina di un accenditore del Teatro comunale». Fa osservare che svolge di fatto tale mansione da due anni, come supplente, a seguito della malattia e poi della morte del titolare del posto. In calce alla lettera figurano le dichiarazioni di persone qualificate che ne confermano le capacità e la diligenza «nell’adempiere scrupolosamente al suo dovere».
I mestieri e le speranze degli esclusi
Un altro che non riesce a trovare un’occupazione dignitosa è Vincenzo Venturelli, di 31 anni. «Per quanto si presti onde guadagnare un pane per lui e la sua moglie, pure tutto inutile. In questo tempo ogni suo guadagno l’ha trovato nelle chiamate necessarie dei pompieri essendo di quel Corpo trombettiere». La sua aspirazione – si azzarda a segnalare al sindaco – è quella di essere impiegato «nei supplenti scopatori di questo Comune». Lo stesso posto andrebbe bene anche a Francesco Galeati, 52 anni, bracciante a giornata quando capita nei mesi estivi e garzone pizzicagnolo in quelli invernali. «Fa dunque istanza perché voglia ascriverlo agli Scopatori comunali supplenti, e così torlo dall’inoperosità forzata ed involontaria e procurargli un pane». Poiché tutte le lettere sono opera di scrivani più o meno capaci, i saluti ricalcano sempre la stessa formula: «Fiducioso che la S.V. Ill.ma vorrà prendersi cura del suo stato bisognoso, l’umile petente, tenendosi certo d’essere esaudito, ne porge fin d’ora i dovuti e anticipati ringraziamenti».
Angelo Emiliani














