Il ricordo di una gara entrata nella leggenda dello sport nazionale e oltre

Doppio record mondiale

Ieri è morto a Torino, a 87 anni, dopo una breve malattia, uno dei più grandi atleti dello sport italiano, il velocista Livio Berruti. Nato a Torino il 19 maggio 1939, voleva giocare a tennis. Il suo professore di educazione fisica al “Liceo Cavour” di Torino, vedendolo alto e snello, lo ha iscritto a tre specialità: atletica leggera, salto in lungo e salto in alto. Il giovane Berruti ha scelto di intraprendere la strada della velocità. 

È entrato nella storia dello sport italiano grazie alla sua partecipazione alle Olimpiadi di Roma 1960. Durante questa competizione, non si è manifestata solo la sua bravura, ma anche il suo modo di vivere le gare, con assoluta leggerezza. Nei 200 metri piani, ha eguagliato l’allora record mondiale di 20”5 due volte nel giro di due ore, prima in semifinale e poi soprattutto in finale.

Il racconto di una gara leggendaria

Il racconto di quest’ultima gara è leggendario. Berruti si è presentato ai nastri di partenza con gli occhiali da sole, scarpe e calze bianche. Un notissimo marchio sportivo voleva che calzasse le proprie scarpe, ma il velocista sabaudo mise le Valsport, in quanto più pesanti e più in sintonia estetica con le calze bianche. Mentre gli altri atleti si allenavano prima della gara, lui ripassava il suo libro di chimica (era studente di chimica all’università). 

In questo modo Berruti si è aggiudicato l’oro nei 200 m piani alle Olimpiadi capitoline, battendo lo statunitense Lester Carney e il senegalese Abdou Seye. È stato il primo sportivo europeo a vincere il titolo a cinque cerchi della specialità, ponendo fine all’egemonia del Nordamerica.

Soprannominato “L’angelo”

Ad aver reso speciale il record mondiale di Berruti è stato che lo ha conseguito su terra battuta, e non sulle più confortevoli superfici in materiale sintetico delle epoche successive. È stato soprannominato “L’angelo” per via della grazia dei suoi movimenti durante le corse.

Infiniti i titoli conquistati

Il suo palmares è sterminato, sia in ambito nazionale che internazionale. Nelle competizioni del nostro Paese, è stato sei volte campione nazionale assoluto dei 100 m piani (1957, 1958, 1959, 1960, 1961 e 1962), otto volte dei 200 m piani (1957, 1958, 1959, 1960, 1961, 1962, 1965 e 1968) e una volta della staffetta 4×100 m (1959).

Nelle gare extraitaliane, ha conquistato (a parte l’oro a Roma) tre ori alle Universiadi di Torino 1959 (100 m piani, 200 m piani e staffetta 4×100 m), un argento (100 m piani) e due ori (200 m piani e staffetta 4×100 m) ai Giochi del Mediterraneo di Napoli 1963, due bronzi alle Universiadi di Porto Alegre (Brasile) 1963 (100 e 200 m piani), un argento ai Giochi del Mediterraneo di Tunisi (Tunisia) 1967 (200 m piani) e un oro alle Universiadi di Tokyo (Giappone) 1967 (staffetta 4×100 m).

Tanti i riconoscimenti

Ritiratosi nel 1969, è stato successivamente nominato “Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana” nel 1960 e “Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana” nel 1975. Inoltre è stato insignito del Collare d’oro al merito sportivo nel 2015 e, nello stesso anno, inserito nella “Walk of Fame dello sport italiano” a Roma. Infine ha ricevuto l’onore di portare la bandiera olimpica, durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali di Torino 2006.

Di seguito pubblichiamo la lettera di Tiziano Conti di Cotignola arrivata in redazione questa mattina

Livio Berruti è andato a correre in cielo

Caro direttore, Livio Berruti è stato un velocista italiano, campione olimpico dei 200 metri piani ai Giochi di Roma 1960 e primatista mondiale della specialità dal 1960 al 1963, il primo atleta europeo a vincere il titolo olimpico nei 200 metri piani maschili, interrompendo la supremazia dei velocisti nordamericani.

Ieri, 9 agosto, Livio Berruti è andato a volare nelle praterie del cielo, con quella sua corsa lieve come una piuma.

Per me le Olimpiadi Roma sono il ricordo della prima volta che vidi la televisione, la cerimonia di chiusura al bar del mio paese, Barbiano, in una ressa di persone, probabilmente anche loro affascinati sia dalla cerimonia, sia da questo nuovo modo di guardare i fatti mentre stavano capitando.

Livio Berruti era chiamato l’Angelo, per come volava in gara: e in effetti il 3 settembre del 1960 (tra il pubblico c’era anche Jesse James, quattro ori nella velocità a Berlino ’36) quando attaccò la curva dei 200 metri allo Stadio Olimpico lanciandosi verso la medaglia d’oro, lui bianco italiano più bravo degli sprinter neri americani, un gruppo di colombe si alzò dalla pista a sottolineare il miracolo.

La sua corsa vincente è stata la copertina di un’Italia felice, figlia di un altro miracolo, quello economico: nel 1960, in l’Italia la crescita reale del Pil fu del 6,4 per cento rispetto all’anno precedente.

Protagonista assoluto dei Giochi di Roma ’60, gli ultimi a misura d’uomo, Berruti fu premiato per quell’impresa con il simbolo del boom, una Fiat Cinquecento (anche se lui poi avrebbe affermato di non averla mai vista), un assegno di 800mila lire del Coni, un altro da 400mila per i due primati mondiali, sia in semifinale che in finale.

Si viveva così a quei tempi in Italia, anche se si era fenomeni, e così ha continuato a fare Berruti fino a oggi. “Una figura altamente rappresentativa dello sport italiano”, ha ricordato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

La sua immagine sarebbe rimasta fissata per sempre nella nostra memoria, con il volto pulito da ragazzo e lo sguardo nascosto dagli immancabili occhiali da sole, primo velocista azzurro di sempre a conquistare un oro olimpico, poi – negli anni – gli avrebbero fatto compagnia Mennea, Jacobs e la staffetta 4 x 100.

E proprio a Roma, quell’edizione dei Giochi che lui stesso definì magica e irripetibile, Berruti divenne un mito dello sport italiano: tutto il Paese, che cercava luce dopo il buio della guerra, tifava per quel giovane capace di incantare, e non solo per quella falcata leggera e vincente. In quell’Olimpiade, quelle che incoronarono leggende come Cassius Clay, Abebe Bikila (vincitore della maratona corsa a piedi nudi) e il nostro Nino Benvenuti, Berruti divenne simbolo e immagine, anche per una storia d’amore, forse solo accennata.

Quasi lo stesso scalpore di quella sua medaglia d’oro lo riscosse la storia con Wilma Rudolph, straordinaria atleta afroamericana che dopo un’infanzia da poliomielitica divenne prima giocatrice di basket e poi velocista capace di conquistare sotto il cielo di Roma tre medaglie d’oro: nei 100 metri, nei 200 e nella staffetta 4×100. Le foto che ritraevano la Gazzella Nera, come è ricordata la Rudolph, con Berruti sono rimaste nell’immaginario di tutti.

Buon viaggio, Livio: che la terra e il cielo ti siano lievi.

Tiziano Conti – Cotignola (RA)