Due fatti, capitati in questi ultimi giorni e che coinvolgono l’amministrazione americana (già alle prese con molti altri guai!) ci spingono a riflettere su come la coerenza in politica sia diventata un motivo di disonore, più che una medaglia da appuntarsi al petto.
Sfruttamento del lavoro
Un’azienda finisce sotto controllo giudiziario a Milano: è la divisione italiana della Caddell Construction, responsabile della costruzione del nuovo Consolato Usa in città. L’azienda – informazioni dal suo sito – ha il Corporate Headquarters (Sede aziendale) in Alabama e filiali in Arizona, Arkansas, Florida, Georgia e Ohio: tutte negli Stati Uniti. Secondo l’accusa della Procura, nel cantiere dell’edificio la società avrebbe sfruttato più di 300 operai indiani, obbligandoli a turni di 12 ore con retribuzioni di 4 euro l’ora, costringendoli inoltre a restituire la metà dello stipendio per vitto e alloggio. Il manager della filiale italiana dell’azienda è al momento in stato di arresto con l’accusa di caporalato. I lavoratori, selezionati nel loro Paese da un’agenzia di reclutamento, erano giunti in Italia con un permesso di soggiorno vincolato al contratto con l’azienda: una procedura, fino a quel punto, del tutto legale. Una volta arrivati in Italia, tuttavia, l’azienda li avrebbe costretti a firmare nuovi contratti, a condizioni più degradanti.
Nuovi dazi USA verso i Paesi che non lottano contro il lavoro forzato
Negli stessi giorni l’amministrazione americana, tramite il rappresentante al Commercio Jamieson Greer ha annunciato nuovi dazi, con i quali cerca di sostituire quelli al 15% già cancellati dalla Corte Suprema, per abuso del potere esecutivo da parte di Donald Trump. I nuovi dazi sarebbero giustificati dal “mancato rispetto delle norme contro il lavoro forzato” da parte dell’Unione europea, del Canada, della Cina e di decine di altri Paesi. Sulla base di questa valutazione, l’amministrazione ha avviato il processo che dovrebbe sfociare in dazi al 10% (oltre a quelli preesistenti nel marzo del 2025) su Unione europea, Canada, Gran Bretagna, Messico e Argentina, fra gli altri, e dazi un po’ più alti contro Cina, Australia, Corea del Sud, Giappone e Brasile.
In teoria i prodotti al centro della disputa sarebbero beni a basso valore aggiunto come il riso del Myanmar, il tabacco del Malawi o il cotone dello Xinjiang cinese: niente che possa incidere minimamente sulle esportazioni americane. Inoltre, almeno la legislazione europea sulla qualità e la sorveglianza lungo le filiere internazionali è senz’altro molto più stringente di quella americana. Dell’argomento della Casa Bianca per danneggiare i partner con nuovi dazi colpiscono dunque la natura strumentale e il desiderio di rivalsa.
E la coerenza?
Due riflessioni finali. Innanzi tutto l’Unione europea è bene che sappia ritrovare la sua voce nella diplomazia economica internazionale: ne avrebbe il rispetto di molti altri Paesi.
E poi, vuoi mettere la coerenza della politica della amministrazione americana che costruisce il proprio Consolato sfruttando la manodopera reclutata all’estero con contratti molto discutibili dal punto di vista della legalità e poi mette dazi agli altri paesi per “mancato rispetto delle norme contro il lavoro forzato”?
Tiziano Conti
Foto repertorio di Wikipedia, di Freepenguin – Opera propria














