Di seguito riportiamo la lettera giunta in Redazione.
I dati delle comunali a Faenza consegnano una realtà tanto palese quanto inquietante: la riconferma blindata di chi ha guidato il territorio dritto verso il disastro. Per un osservatore esterno e oggettivo, vedere un elettore che sigla con la matita il nome del proprio carnefice amministrativo è un corto circuito logico. Ma se si scava sotto la superficie, il fenomeno si spiega attraverso una precisa combinazione di tre fattori: convenienza, abitudine e cecità ideologica.
Siamo di fronte a una vera e propria Sindrome di Stoccolma elettorale. Come altro si può definire l’atto di premiare chi ha dimostrato totale incapacità nella gestione idrogeologica e nella sicurezza del territorio, lasciando che la città venisse sommersa dal fango?
Il voto faentino non è una scelta consapevole sul futuro, ma il risultato di un’operazione di conservazione che poggia su fondamenta ben precise. La palude della convenienza economica: in oltre settant’anni si è strutturato un sistema monolitico dove cooperazione, appalti, welfare e tessuto economico locale sono fusi in un unico blocco. Molti elettori e imprenditori sanno perfettamente che il sistema è fallimentare, ma temono il salto nel buio. Esporsi a un modello nuovo significa rischiare di uscire dai canali economici consolidati. Così, per puro calcolo di sopravvivenza e paura del portafoglio, si preferisce la certezza del declino conosciuto all’incertezza del rinnovamento.
Il riflesso condizionato dell’abitudine (Il voto allo “sgabello”): esiste una fetta di popolazione che risponde a dinamiche tribali. Non importa se le strade cedono o se i fiumi esondano per mancata prevenzione: il simbolo sulla scheda non si tocca. È la pigrizia intellettuale elevata a dovere civico.
L’abbraccio a un’ideologia in totale decadenza: questo voto non convalida solo un fallimento locale, ma sposa un sistema valoriale più ampio che sta portando alla desertificazione sociale. Parliamo di una visione globale ormai minoritaria nel mondo, che scientemente cancella l’identità, smantella le tradizioni, penalizza la natalità e sradica i valori fondanti delle nostre comunità in nome di un progressismo di facciata.
L’apparato di potere è stato magistrale nel fare ingegneria sociale: ha preso il trauma dell’alluvione, ha nascosto le proprie colpe sotto il tappeto scaricandole sul “cambiamento climatico” o sul destino cinico e baro, e si è auto-assolto presentandosi come il comitato dei soccorritori anziché dei responsabili.
Il Faentino ha scelto la continuità della palude. Ha votato per non cambiare nulla, convinto che nascondere la polvere sotto il tappeto basti a proteggerlo dalla prossima ondata. È la dimostrazione scientifica di come la paura economica e il lavaggio del cervello ideologico possano spingere un’intera comunità a baciare la mano che la sta affossando.
Inutile dunque adirarsi o stupirsi. Non ha senso colpevolizzare i faentini, che rimangono le prime vittime di un’ingegneria sociale pervasiva e asfissiante. Presi dalle fatiche della vita quotidiana, dal lavoro e dalle scadenze, molti non hanno semplicemente avuto la forza o gli strumenti per togliersi le fette di salame dagli occhi e guardare la realtà con lucido pragmatismo. Sono stati indotti a scegliere la via più facile: quella della sottomissione psicologica a un sistema che prima li priva della sicurezza e poi si vende come unico salvatore.
Guardando la situazione dall’alto, con il dovuto distacco oggettivo, non si può che prendere atto di questa palude identitaria. Faenza ha scelto di continuare a farsi amministrare dal proprio declino. Chi osserva la storia con realismo sa che ogni comunità ha il governo che si merita o, in questo caso, quello che il lavaggio del cervello ha reso inevitabile. Buona fortuna a loro: ne avranno bisogno alla prossima pioggia.
Gianfilippo Rolando – Ravenna














