Un viaggio nella vita e nell’arte di Amedeo Modigliani, visto attraverso lo sguardo delle donne che lo hanno amato, sostenuto, ispirato, tra verità storica e sensibilità narrativa. Un romanzo corale tutto al femminile che non trascura nessuna delle muse che hanno ispirato il grande artista. Abbiamo incontrato Annalisa Fabbri, autrice del romanzo A Parigi ho amato Modì. Le muse di Amedeo Modigliani, pubblicato da Tempo al Libro di Faenza. Il volume verrà presentato al salone Internazionale di Torino il prossimo 17 maggio.
Intervista alla scrittrice faentina Annalisa Fabbri

Fabbri, da dove nasce l’idea del suo sesto romanzo?
Desideravo scrivere di Modigliani, mi ha sempre affascinato. Già durante la stesura di Ero l’amante di Rodin avevo immaginato un incontro tra Camille Claudel e Modigliani, utilizzandolo come cameo.
Qual è il filo narrativo che attraversa queste voci?
Si parte dalla madre, poi le amanti, più o meno note, le amiche fino ad arrivare alla figlia Giovanna Modigliani. Un percorso che attraversa tutte le relazioni più importanti della sua vita.
La figura della figlia è drammatica.
Sì, è una chiusura forte. Giovanna Modigliani perde entrambi i genitori a soli 14 mesi, nel giro di due giorni. Prima muore il padre, poi la madre Jeanne Hébuterne che, incinta, si getta dalla finestra del quinto piano.
Come ha affrontato Jeanne Hébuterne, l’ultima compagna di Modigliani?
È stata la parte più complessa. Il loro rapporto – durato appena due anni – coincide con un momento di grande maturità artistica di Modigliani. Jeanne ha per Modì un amore assoluto, totalizzante, che la porta a un gesto estremo dopo la morte dell’artista.
Immedesimarsi in Jeanne senza giudicare non deve essere stato semplice.
No. Una bravissima artista, che rinuncia a tutto, carriera compresa, perché completamente asservita a Modigliani. In lei Modì rivede la madre che non giudica, non interroga, non vuole vedere i segni delle dipendenze. Una donna molto lontana da me.
Per raccontarla mi sono rifatta all’amore assoluto, come quello tra Romeo e Giulietta, legato al tempo della vita: con la fine dell’esistenza terrena termina anche l’amore, nonostante una figlia e un altro in arrivo.
È stato complesso ricostruire le storie di queste donne?
Molto, un percorso lungo. Ho scelto le donne più significative, ma non tutte sono note. Sono stata a Parigi, nelle biblioteche e nelle librerie storiche, per trovare materiali e testimonianze. Alcune inedite.
Quali?
Le modelle della Montparnasse bohémienne, spesso senza nome, ma centrali nella vita dell’artista. Ho voluto riportare alla luce queste esistenze dimenticate.
Ce n’è una che l’ha colpita di più?
Elvira, detta La Quique, che ha amato Modigliani per tutta la vita. Viene da una storia pesante, con una madre prostituta che voleva iniziarla al mestiere. Elvira è il simbolo delle donne che cercano di riscattarsi con pochissimi mezzi, come lavorare nei locali di notte per una manciata di spiccioli.
Nei suoi libri precedenti le donne erano segnate da destini tragici. Qui cosa cambia?
Nel romanzo su Camille Claudel, una relazione giudicata sconveniente ha portato al manicomio. In questo romanzo, invece, alcune donne hanno più margini di libertà. Le straniere, come Beatrix Hastings, non subiscono il giudizio sociale allo stesso modo. Altre, provenendo da contesti popolari, non hanno una reputazione borghese da difendere e possono vivere con maggiore autonomia.
La povertà come forma di emancipazione?
Esatto.
Non tutte le muse di Modigliani hanno avuto una relazione sentimentale con lui.
No. Alcune hanno mantenuto rapporti di amicizia e sostegno. Altre, come Lunia Czechowska, hanno avuto relazioni intense sul piano intellettuale.
È stato difficile raccontare un mostro sacro come Modigliani?
Sì. Non volevo restituire l’immagine stereotipata di uno sciupafemmine alcolizzato. Modigliani era una persona colta, onesta nei sentimenti, da contestualizzare nel suo tempo. I suoi rapporti erano basati su affetti sinceri, come quello con Rosalia Tobia, una figura quasi materna.
Quanto c’è di romanzato nel libro?
Quasi nulla. È costruito su fatti reali. I dialoghi sono verosimili, ma tutto si basa su eventi realmente accaduti.
È anche un romanzo avvincente.
Cerco di mantenere uno stile accessibile, che permetta anche a chi non è esperto d’arte di avvicinarsi a queste storie
Torna la Francia, perché?
È un contesto che sento vicino, stimolante. Ormai lo conosco bene dopo anni di studio e scrittura.
Quando nasce la sua passione per l’arte?
Da bambina. È un mondo in cui mi rifugio, una ricerca del bello che fa bene allo spirito.
Sta lavorando a nuovi progetti?
Sì, una biografia romanzata su Marie Curie.
Barbara Fichera














